Vincenzo Bellini/Prefazione
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Nell’occasione del primo centenario dalla nascita del sommo catanese, m’è venuta vaghezza di tratteggiarne brevemente la vita, desumendola dal libro del Florimo[1] come da viva voce di amico. Quantunque fra noi non siano del tutto sconosciuti gli avvenimenti che più la distinsero, nè gli apprezzamenti di critica profonda e verace per i lavori del Prof. A. Amore, di A. Percolla, di G. Tedeschi, di Gaetano Ardizzoni, di Lionardo Vigo e di altri valenti, pure ho stimato diffonderla maggiormente nel popolo, che ancora ama come cosa propria il nome e l’arte del grande Maestro, che, raro esempio di operosità e di sacrificio, dal clamore degli applausi, dalla luce degli onori, dalle ombre degli istessi scoramenti trasse lena maggiore a più sublimi ardimenti; e cadde, come il giovane della leggenda, sugli estremi culmini dell’Ideale, scorgendo ancora più ardue sommità, stretta nel pugno la bandiera gelosa dove la Gloria e la Morte vi ricamarono la parola Excelsior!
Mi è parso ancora non del tutto inutile rinverdire non solo i fiori ma le spine del suo mortale sentiero, perchè la Virtù abbagliata dai vani fulgori possa restare salda tra gl’inganni funesti, di che il Vizio bieco la circonda; e all’esempio di una vita fervida e trepidante alle più severe esigenze dell’Arte qualche voce dei tempi nostri non consentisse laudi e inni alle bugiarde imprese feconde di loschi guadagni, e di onori vergognosi.
In notte cupa d’autunno, il viandante soffermato non vede forse con un sentimento di conforto e di speranza occhieggiare qualche stella fra i canneti della pigra palude?
C. Reina.
- ↑ Bellini — Memorie e lettere — Firenze — G. Barbera editore 1882.