Avventure di Robinson Crusoe/45

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Nozioni religiose

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Nozioni religiose
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Nozioni religiose.



Durante tutto il tempo da che Venerdì era meco, e da che avea comincialo a parlarmi ed intendermi, non mancai d’adoperarmi ad infondere nell’animo di lui i principî della vera religione. Una volta gli domandai chi lo avesse fatto; ma il poveretto mi frantese del tutto, immaginandosi che la mia inchiesta si riferisse a suo padre. Presolo per un altro verso gli domandai chi avesse fatto il mare, la terra su cui camminiamo, i monti e le foreste. Mi nominò un vecchio Benamuchee, vissuto prima d’ogni cosa; ma di questo gran personaggio non seppe dirmi altro, se non che era vecchio.

— «Star molto vecchio, continuava Venerdì, più di mare e terra, più di luna e stelle.»

Gli domandai allora come fosse che questo vecchio personaggio, avendo fatto tutte le cose, tutte le cose non lo adorassero. Qui compostosi a gravità, il mio Venerdì mi rispose:

— «Tutte cose dirgli O!

— E tutti coloro che muoiono nel vostro paese vanno in qualche luogo dopo la morte?

— Sì, andar tutti a stare con Benamuchee.

— E quelli che i vostri mangiano vanno anch’essi?

— Andare anche loro.»

Qui cominciai ad instillargli cognizioni sul vero Dio, insegnandogli come il grande architetto dell’universo vivesse lassù (e così dicendo gli additava il cielo); come fosse onnipossente e potesse fare ogni cosa per noi, dare ogni cosa a noi, volere ogni cosa da noi: così a gradi a gradi apriva gli occhi al mio idiota. Egli m’ascoltava con grande attenzione, e gli piacque il sapere che Gesù Cristo era [p. 263]stato mandato fra noi per redimerci, l’imparare la nostra maniera di far orazione e il sentire che Dio può udirci anche di sul cielo.

— «Se vostro Dio, mi disse un giorno, udir voi da stare di là dal sole, esser dunque Dio più grande di nostro Benamuchee che vivere poco lontano da noi e pure non udir noi se noi non andare trovar lui per parlargli su grandi montagne, perchè lui non si mover di là.»

Chiesi un giorno a Venerdì se fosse mai andato a parlargli.

— No, giovani non andarci; andarci solamente vecchi, i nostri Oowokakee.»

Fattami spiegare questa parola, intesi che costoro erano i suoi sacerdoti, una specie di clero, quelli che andavano a dire O (cioè a far orazione), e che, calati dalle alte montagne, venivano a riportare al popolo i detti di Benamuchee. Ciò mi diede motivo a notare che certe astuzie trovansi anche tra i più ciechi ed ignoranti pagani della terra; e che la politica di mantenere nella venerazione de’ popoli il clero col fare della religione un mistero non e riservata alla Chiesa romana, ma probabilmente è di tutti i culti del mondo, anche fra le genti più brutali e selvagge[1].

Sforzatomi di far comprendere a Venerdì la frode de’ suoi Oowokakee, gli dissi tosto come il vanto che costoro si davano di andar su le montagne a dir O al loro dio Benamuchee fosse una impostura; e come le risposte riportale da essi ne fossero una anche maggiore. Chè se costoro tornavano con qualche risposta, o se cola aveano parlato con qualcheduno, il dialogo non poteva essere avvenuto se non con qualche spirito maligno. Qui entrai seco in un lungo discorso intorno al demonio, alla sua origine, alla sua ribellione contra Dio, all’odio suo verso l’uomo e al motivo di tale odio, alla sua usanza di cercare i luoghi bui della terra per farsi quivi adorare invece di Dio, e come Dio; ai molti stratagemmi finalmente posti in opera da costui per deludere e trarre a perdizione il genere umano. Gli spiegai i segreti accessi che sa procurarsi per entro ai labirinti delle nostre passioni o affezioni, e la sua abilità di acconciare a queste le insidie che tende, arrivando persino a far sì che noi diveniamo i [p. 264]tentatori di noi medesimi, e che la nostra rovina sia un’opera di nostra scelta.

Ma trovai che non era altrettanto facile l’imprimere nella sua mente rette nozioni intorno al diavolo, quanto fu l’istruirlo su l’esistenza di Dio. La natura veniva in soccorso di tutte le mie argomentazioni, finchè mi limitai a fargli sentire la necessità di una grande prima cagione, di una potenza regolatrice e governatrice del tutto, di una segreta direttrice provvidenza, e la giustizia di tribulare omaggio a chi ne aveva creati. Ma niuna cosa di tale genere si mostrava nello [p. 265]stabilire la nozione di uno spirito malvagio, della sua origine ed essenza, della sua natura e soprattutto della sua inclinazione a fare il male ed a trascinare nel mal fare anche noi. Laonde il mio povero Venerdì con una domanda naturalissima e affatto innocente mi pose una volta in tale imbarazzo, ch’io non seppi quasi come cavarmene per rispondergli. Dopo avergli parlato un gran pezzo dell’onnipotenza di Dio, della sua avversione al peccato, avversione che fa essere lo stesso Dio un fuoco struggitore degli artefici d’iniquità; dopo avergli spiegato che questo Dio, come ci avea creati tutti, poteva annichilarne tutti in un istante: dopo tali cose era venuto a dirgli in qual modo il demonio nemico di Dio si stanziasse ne’ cuori degli uomini, e praticasse ogni sua malizia ed abilità per disfare i buoni disegni della Provvidenza, rovinando il regno di Cristo su questa terra, e cose simili.

— «Ma voi dire, Venerdì m’interruppe, che Dio essere sì grande, sì forte; non esser lui più forte, più potente di diavolo?

— Sì, Venerdì; Iddio è più forte del demonio; e per questo preghiamo Dio di metterlo sotto ai nostri piedi e di farci abili così a resistere alle sue tentazioni come a rintuzzare i suoi dardi.

— Ma se Dio star più forte e potente di diavolo, perchè non ammazzar diavolo e così far finire sua cattivezza?»

Oh come rimasi corto a questa domanda! perchè in fin de’ conti, se bene fossi in quel tempo uomo provetto, era un giovanissimo dottore, e male in gambe per far la parte di casista o d’abbattitore di difficoltà. Da vero su le prime non sapeva che cosa dirgli, onde per pigliar tempo mostrai di non averlo capito, e mi feci ripetere ciò che aveva detto; ma troppo ansioso egli era di una risposta per dimenticarsi della fattami interrogazione, onde con le stesse sconnesse parole la rinnovò. Intanto io m’era riavuto alquanto dalla mia sorpresa, onde gli dissi:

— «Dio si riserva all’ultimo di punirlo con severità infinitamente maggiore, quando nel dì del giudizio lo caccerà nell’estremo fondo del baratro infernale per ardervi eternamente.»

La mia risposta non garbò a Venerdì, che tornò all’assalto ripetendo le mie parole:

— «Riservarsi all’ultimo! Me non capire. Perchè non ammazzarlo adesso? non forse gran cattivo abbastanza per ammazzarlo?

— Tanto sarebbe, risposi, se mi chiedeste perchè non ammazzar [p. 266]voi e me, quando l’offendiamo col commettere cattive azioni. Ci risparmia per darne luogo a pentirci e a meritare il perdono.»

Venerdì ci pensò sopra, indi soggiunse con cara ingenuità:

— Ho capito. Dunque voi, io, diavolo, tutti cattivi, tutti risparmiati e pentiti, tutti perdonati?»

Questa volta poi mi vidi battuto giù di sella più che mai; ed ebbi da ciò un convincimento che le mere nozioni naturali, se bene guidino le creature ragionevoli a conoscere Dio e a venerarne e adorarne la suprema esistenza, dimostrataci dalla nostra esistenza medesima, pur niuna cosa fuor della divina rivelazione può darne una adeguata idea di Gesù Cristo e della redenzione che ne ha procurata, qual mediatore del nuovo patto e quale interceditore nostro a piè del trono dell’Eterno. Null’altro, lo ripeto, che una rivelazione venuta dal cielo può stampare tali nozioni nell’anime nostre: e per conseguenza il Vangelo, intendo la parola di Dio e lo spirito di Dio, promesso siccome guida e santificatore del suo popolo, sono al tutto i necessari istruttori delle menti umane nella salutare cognizione di Dio e ne’ mezzi della salute delle anime.

Feci pertanto finir questo dialogo fra me ed il mio servo coll’alzarmi sotto colore di dover andare altrove in gran fretta. Indi, fingendo pure una commissione per mandar ben lontano anche lui, mi diedi intanto a pregar Dio con fervore, perchè mi desse abilità d’ammaestrar dirittamente quel povero idiota, e perchè il cuore di lui con l’assistenza del divino spirito ricevesse la luce della conoscenza di Dio fatto uomo, e si riconciliasse col suo creatore. Quanto a me che comunicava la parola santa all’idiota, pregava il Signore ad illuminarmi quanto bastasse, affinchè la coscienza del mio discepolo rimanesse convinta, gli occhi di lui si aprissero e la sua anima fosse salva. Quando fu ritornato, entrai seco in un lungo discorso su la redenzione del Salvatore del mondo, e su quella dottrina predicata dal cielo che si riferisce al pentimento e alla fiducia nella misericordia di Gesù Cristo. Allora gli spiegai, il meglio che seppi, perchè il nostro santo Redentore nel venire al mondo non avesse vestito la natura degli angeli, ma quella de’ figli di Abramo; e come per questo gli angeli caduti non avessero avuto parte nel riscatto; come il figliuol di Dio fosse sceso in terra unicamente per lo smarrito gregge d’Israele, e cose simili.

Io avea, Dio lo sa, più zelo che scienza ne’ metodi da me adottati [p. 267]per l’ammaestramento di quella povera creatura; e mi è forza confessare (e verrà in tale sentenza chiunque sia mosso ad operare dagli stessi principi) che nello schiarire le cose al mio scolaro, io realmente mi addottrinai in molte, le quali o non sapeva o non aveva ponderate abbastanza in addietro, che allora mi occorsero naturalmente all’intelletto nelle investigazioni fatte per l’insegnamento del povero selvaggio; onde più che per lo innanzi presi amore di queste considerazioni. In somma, sia o no divenuto migliore per opera mia quello sfortunato, certo ho grande motivo di ringraziare la celeste provvidenza che me lo inviò. I miei cordogli da quell’istante divennero più leggieri; la mia abitazione mi si rese oltremodo cara; e quando pensava che questo solitario confine mi fu non solo un impulso a volgere gli sguardi al cielo io medesimo e a cercare con affetto la mano che mi vi aveva condotto, ma era per rendermi con l’aiuto di Dio uno stromento alto a fare salva la vita e, a quanto sembrommi, l’anima di un povero selvaggio ed a condurlo su la via della religione e degl’insegnamenti della cristiana dottrina e dell’adorazione di Gesù Cristo in cui è la vita eterna: quando io pensava a tutto ciò, una segreta gioia comprendeva ogni parte della mia anima; e una tale idea frequentemente mi è stata di consolazione sino al termine del mio esilio in questo luogo: esilio ch’io aveva si spesso riguardato come la più spaventosa fra quante sventura avessero mai potuto avvenirmi.

In questo spirito di gratitudine al cielo io terminai il rimanente della mia relegazione, e le conversazioni occorse per intere ore fra me e Venerdì resero i tre anni che vivemmo qui insieme compiutamente felici, se compiuta felicità può sperarsi in questo sublunare pianeta. Quel povero selvaggio era adesso un buon Cristiano, anzi molto migliore di me, benchè io abbia motivo di sperare, e Dio mi faccia dire la verità, che fossimo entrambi egualmente penitenti, egualmente confortati e rassicurati dalla natura del nostro pentimento. Qui avevamo per leggerli i divini volumi, nè lo spirito del Signore era per istruirci più lontano da noi che nol sarebbe stato nell’Inghilterra. Il mio principale studio nel leggere a Venerdì la sacra Scrittura si fu quello di spiegargli meglio che poteva il significato di quanto gli leggeva; ed egli dal canto suo con le sue serie interrogazioni e curiosità mi rendea, come ho già detto, più istrutto nelle sacre carte, che nol sarei mai stato, se avessi fatta da me solo questa lettura.

[p. 268]Intorno a ciò non posso rimanermi dall’osservare un’altra cosa; ed e come debba riguardarsi infinita ed ineffabile felicità, che le notizie intorno a Dio e alla salvazione dell’anima sieno spiegate sì pienamente nel Vangelo e in guisa sì facile ad imprimersi nella mente e ad intendersi. La sua sola lettura ha bastato a farmi sì accorto de’ miei cristiani doveri, che mi ha condotto direttamente su la via del pentimento de’ miei peccati e, non mi staccando mai con la mente dall’idea del Salvatore della vita ed anima mia, ad una stabile riforma pratica e ad una sommessione perfetta ai divini comandamenti: e ciò senza l’aiuto d’alcun repetitore o maestro, intendo umano. Questa medesima piana istruzione attinta ai santi Libri valse tanto ad illuminare quel povero selvaggio, che ho conosciuti in mia vita ben pochi cristiani degni di stargli a petto.

Quanto a tutte le dispute, controversie e dissensioni e guerre nate nel mondo in materia di religione, sia per cavilli che riguardassero la dottrina, sia su le massime del governo ecclesiastico, erano cose inutili affatto per noi e, se non erro, sono state al rimanente del genere umano. Noi avevamo la guida del paradiso la più sicura, e avevamo, per nostra gran ventura, il confortevole lume dello spirito di Dio che, istruendone con la sua parola e dirizzandoci su le vie del vero, trovava in noi discepoli docili e volonterosi di riceverne i santi insegnamenti. E da vero non so vedere di qual menomo vantaggio sarebbe stata a noi, quand’anche avessimo potuto conseguirla, una più ampia cognizione di controversi punti religiosi che hanno portata tanta confusione sopra la terra. Ma torniamo a ripigliare il filo di questa storia, disponendo ordinatamente gli avvenimenti che restano a dirsi.

Note

  1. Presso queste anzi potrebbe venire all’uopo tale politica che l’autore della presente storia, protestante, attribuisce alla Chiesa romana. S’egli fosse stato cattolico, avrebbe saputo che la Chiesa romana non ha altri misteri fuor quelli che sono per tutti i credenti: i misteri della fede.