Avventure di Robinson Crusoe/44

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Educazione di Venerdì

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Educazione di Venerdì
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Educazione di Venerdì.



Lieto oltremodo di questo mio nuovo compagno, era tutto inteso a renderlo destro e atto ad aiutarmi; soprattutto a farlo parlare ed intendere quando io parlava. Egli era da vero la miglior pasta di scolaro che sia stata mai, e singolarmente di sì buon umore, d’una diligenza tanto costante, sì contento quando giugneva a capirmi o a farsi capire da me, che era un grande diletto ad ammaestrarlo. Ora la mia vita cominciava a divenire sì piacevole che cominciava a dire: «Se potessi assicurarmi che non venissero più selvaggi, non m’importerebbe nulla di partire da quest’isola sinchè vivo!»

Dopo due o tre giorni ch’era tornato nella mia fortezza, pensai che per isvogliare affatto Venerdì degli orridi suoi appetiti di cannibale, avrei dovuto fargli assaggiare carni diverse da quelle cui sciaguratamente era avvezzato. Una mattina pertanto lo condussi meco ai boschi. Io andava veramente con intenzione di ammazzare un capretto della mia greggia e portarmelo a casa per cucinarlo; ma camminando vidi una capra salvatica che stava all’ombra con a lato i suoi due capretti. Feci fermare Venerdì: «Alto là! gli diss’io, non ti movere!» e immediatamente presa la mira e sparato il mio archibugio, stesi morto uno dei due capretti. Quel povero selvaggio che dianzi m’avea veduto, veramente in distanza, uccidere il selvaggio suo nemico, ma non seppe o non potè immaginare come ciò fosse [p. 255]avvenuto, or rimase immerso in una più penosa sorpresa. Tremava, era convulso, mandava occhiate sì smarrite che credei vederlo svenire. Senza guardare il capretto nè accorgersi ch’io lo aveva ucciso, si levò la sua casacca per vedere se lo avessi ferito. Egli pensò, come non tardai ad avvedermene, che io avessi voluto ucciderlo, perchè venne a prostrarmisi innanzi e a dirmi, abbracciandomi le ginocchia, una quantità di cose che non poteva intendere, ma il significato delle quali era facile capirlo: si riduceva a prieghi perchè non lo ammazzassi.

Trovai presto la via di convincerlo che non gli volea fare male, perchè presolo per una mano gli sorrisi, ed accennando il capretto ucciso dianzi, gli dissi che corresse a prenderlo e me lo portasse; le quali cose mentre egli eseguiva, e intantochè stava facendo le meraviglie e cercando di capire come mai quell’animale fosse rimasto morto, io caricai il mio moschetto di nuovo. Di lì a poco mi capitò a tiro un grande uccello che credei un falco appollaiato su un albero. Allora chiamatomi nuovamente da presso Venerdì per dargli in qualche modo a capire che cosa volessi fare, presi la mira al supposto falco che si trovò poi essere un pappagallo: ciò non fa nulla. Volsi dunque nel tempo stesso l’attenzione di Venerdì sul mio schioppo, su l’uccello e sul terreno che gli stava sotto, perchè notasse il luogo ove io divisava che cadesse la preda, dopo sparai facendogli subito osservare come l’effetto avesse pienamente corrisposto alle mie predizioni. Rimase sbigottito una seconda volta malgrado di tutto quello che gli avea detto; e m’accorsi che il suo sbalordimento era tanto più grande, in quanto non m’avendo veduto introdurre la carica entro al moschetto, s’immaginò che quest’ordigno avesse in sè stesso una virtù di distruzione, e potesse quindi a suo grado uccidere uomini, quadrupedi, volatili, così da vicino come da lontano; terrore nato in lui, e che bisognò del tempo assai prima che se ne liberasse: e credo bene che, se lo avessi lasciato fare, avrebbe adorato me e il mio schioppo come due divinità. Quanto allo schioppo, si guardò ben dal toccarlo per molti dì appresso. Unicamente quando si credea solo gli parlava, come se lo schioppo avesse potuto rispondergli, e seppi da poi dal medesimo Venerdì che que’ borbottamenti erano preghiere di non ammazzarlo.

Poichè questo primo terrore fu alcun poco chetato, gli comandai di andare a prendere il pappagallo ucciso, la qual cosa egli fece; [p. 256] ma indugiò alcun poco a portarmelo, perchè quell’uccello non essendo morto del tutto svolazzo un bel tratto lontano dal sito ove cadde; ciò non ostante giunse a trovarlo. Mentre aspettava che tornasse con la preda, io, già accortomi dei falsi giudizi fermati da Venerdì intorno allo schioppo, profittai di quest’intervallo per ricaricarlo senza essere veduto da lui per trovarmi lesto al primo tiro che capitasse; ma niun altro se ne presentò lungo la via nel nostro tornare a casa. Arrivato, la sera stessa scorticai il mio capretto e lo feci in quarti meglio che seppi; indi avendo una pentola opportuna all’uopo misi [p. 257]a bollire una parte di quella carne, che mi diede, per dir vero, un brodo squisito. Dopo aver cominciato a mangiar io un poco di questo lesso o stufato che fosse, ne diedi al mio galantuomo, che lo gradì e gustò grandemente. Sol gli parve una stravaganza il vedermi salarlo prima d’accostarmelo alla bocca; e per farmi comprendere che il sale non era cosa buona da mangiare se ne mise un pochino in bocca, poi si diede a sputare e a far tutti i moti che derivano dalla nausea; e terminò la sua azione mimica risciaquandosi le fauci con acqua fresca. Dal canto mio feci la mia azione mimica per provargli il contrario, perché mi posi in bocca un pezzetto di carne non salala, e sputai anch’io e risputai e ripetei l’altre sue smorfie; ma non ci fu verso di farlo venir dalla mia, se non dopo molto tempo, e sempre con gran parsimonia.

Dopo avergli fatto gustare il lesso ed il brodo volli il dì appresso regalarlo di un arrosto di capretto, al qual fine ne attaccai un quarto ad una funicella sospesa sul focolare, come ho veduto fare al popolo presso diverse nazioni europee, piantando due pali in piedi, uno a ciascun lato del fuoco ed uno per traverso appoggiato su la cima di essi. Dal trave orizzontale pendea la carne che si facea volgere per tutti i versi: ingegno che Venerdì ammirò assaissimo. Ma ben più [p. 258]ammirò l’arrosto quando fu ad assaggiarlo perchè, per esprimermi come gli solleticasse il palato, fece tanti gesti e discorsi alla sua maniera che non arrivai a capirne uno. Finalmente potei capirlo a discrezione, e ne fui soddisfattissimo. Quel che volea soprattutto farmi comprendere, era, che d’allora in poi la carne umana non gli avrebbe fatto gola menomamente.

Nel giorno appresso lo misi all’opera di tritare il grano e di vagliar la farina nel modo ch’io faceva, e che ho già spiegato dianzi. Nè egli fu tardo a comprendere quel che dovea fare, massimamente quando seppe a qual fine intendeva un tale lavoro: cioè a fare il pane; perchè dopo avergli additato il suo ufizio, mi lasciai vedere a fare e a cuocere il mio pane io medesimo. Non andò guari che Venerdì fu capace di far tutta questa bisogna da sè come avrei potuto farla io.

Ora considerai che, avendo due bocche da alimentare in vece di una, bisognava disporre un campo più vasto pel mio ricolto e seminare una maggior quantità di grano ch’io non solea. Sceltomi pertanto un più largo spazio di terreno, cominciai a munirlo di ripari come avea fatto con gli altri miei campi, alla qual opera Venerdì si prestò non solamente di buona voglia e con gagliardia, ma con sincerissima alacrità, poichè gliene ebbi dimostralo lo scopo: quello cioè di far nascere maggior copia di grano affinchè, avendolo ora meco, ci fosse abbastanza per far vivere lui e me. La qual ragione parve che egli intendesse benissimo, perchè mi diede a comprendere come, a quanto sembravagli, io avessi più brighe per lui che per me stesso, nè dover io mai pensare ad altro che ad insegnargli le cose da fare, affinchè egli si mettesse all’opera con alacrità sempre maggiore.

Fu questo il più lieto anno di tutta la vita da me trascorsa in quest’isola. Venerdì cominciava a parlare pressochè bene e ad intendere i nomi di quasi tutte le cose su cui m’accadeva parlargli, e di tutti i luoghi ove m’occorreva spedirlo. Trovava anzi tanto diletto nel farmi udire il suo cicaleccio, che finalmente principiai a sciogliere un poco ancor io la mia lingua divenutami tarda da vero per mancanza d’ogni occasione di parlare, se non era talora con me medesimo. Oltre al piacere di conversare, un altro diletto io trovai nell’indole di lui. La sua semplice nè menomamente simulata onestà, mi appariva più evidente ogni giorno, onde cominciai veramente ad amarlo, ed egli, [p. 259]dal canto suo, credo mi amasse più di quanto avesse mai potuto amare veruna cosa in sua vita.

Mi venne l’idea d’indagare se gli rimaneva tuttavia veruna inclinazione pel suo paese nativo; onde, avendolo già istrutto nella mia lingua quanto bastava, perchè rispondesse alla mia interrogazione, gli chiesi se la nazione alla quale apparteneva, riportava mai vittoria nelle battaglie. Sorrise egli nel rispondermi.

— «Sì! sì! nostro sempre star vantaggio.» La qual risposta diede origine fra noi al seguente dialogo.

— «Ma se vostro sempre star vantaggio, come è stato che v’hanno fatto prigioniere?

— Mia nazione batter tutti!

— Come batter tutti? Se vi hanno preso, il battuto foste voi.

— Più uomi (parea che Xury fosse stato il suo maestro di lingua) di loro che nostri trovarsi ove essere stato me; e loro aver preso uno, due, tre, me. Ma mia nazione averne presi due, tre, e mille e poi mille.

— Ma perchè dunque quelli della vostra banda che fu vincitrice non vennero a riscattar voi?

— Nemici che aver preso uno, due, tre e me esser corsi in canotti e portati in canotti anche noi; mia nazione allora non aver canotti.

— E che cosa fa, Venerdì, la vostra nazione con gli uomini che prende? Se li porta via e li mangia, come hanno fatto i vostri nemici?

— Sì; mia nazione mangiar uomi, mangiarli tutti.

— Dove li trasportano?

— Lì... là... dove piacer loro.

— Vengono mai qui?

— Sì, sì, venir qui, venire anche in altri luoghi.

— Qui, vi siete trovato con essi?

— Sì, essermi trovato;» in questa mi accennò il nord-west (maestro) dell’isola che sembra fosse la parte consueta del loro sbarco.

Da ciò compresi che il mio servo Venerdì si era trovato fra quei selvaggi che venivano nella parte più lontana di spiaggia per que’ conviti imbanditi di carne umana, de’ quali egli rischiò questa volta di essere una vivanda. Qualche tempo dopo avendomi fatto coraggio a trasferirmi seco a quel lato di littorale, riconobbe ottimamente il sito, e mi disse che vi era stato una volta che vi si mangiarono venti uomini, [p. 260]due donne e un ragazzo, e i venti uomini me gl’indicò disponendo venti pietre in fila e accennandomi che le contassi.


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Mi è piaciuto segnare questa particolarità da cui son tratto ad additarne una, che fu in appresso di più alta importanza nella mia vita, perchè dopo questo dialogo avuto con Venerdì, gli chiesi quanto fosse distante dal continente l’isola in cui ci trovavamo, e se era mai accaduto che le scialuppe de’ selvaggi fossero naufragate nel fare il tragitto che disgiunge una spiaggia dall’altra. Risposemi ciò non esser mai avvenuto, e trovarsi a non grande distanza dal lido una corrente ed un vento che hanno, sembra, una direzione costante la mattina ed una costante direzione opposta la sera.

Pensai su le prime che ciò derivasse dall’alternarsi dell’alta e bassa marea, ma venni in appresso a conoscere come fosse l’effetto del flusso e riflusso del possente fiume Orenoco, nel cui golfo, il seppi da poi, la nostra isola era situata, onde la grande terra ch’io aveva veduto tempo prima a ponente e a nord-west (maestro) fu l’isola della Trinità giacente alla punta settentrionale della foce del predetto fiume. Feci a Venerdì mille interrogazioni intorno a quelle terre, ai loro abitanti, ai tratti di mare che le attorniavano, alla natura delle spiagge, alle nazioni che confinavano con esse, ed egli mi disse [p. 261]con la più aperta ingenuità quanto sapea. Voleva anche conoscere i nomi di quelle genti, ma non giunsi a trargliene di bocca altri fuor di questo: Carib, donde compresi facilmente parlar esso dei Caraibi, collocali dalle nostre carte geografiche in quella parte d’America che si estende dalla bocca dell’Orenoco alla Guiana e più oltre fino a Santa Marta. Aggiunse che per un gran tratto al di là della luna (s’intendea la parte del tramonto della luna che debbe essere il ponente de’ suoi paesi) vivevano uomini bianchi dalla barba, e nel dire così mostrava col dito i miei mustacchi, di cui dianzi ho fatto menzione; mi narrò pure che questi dalla barba avevano ammazzati molti uomi, donde capii che alludeva agli Spagnuoli, le cui crudeltà diffuse su l’intera America erano passate per tradizione di padri in figliuoli.

Chiestogli se mi sapea dire come avrei potuto fare a trasportarmi dalla nostr’isola fin dov’erano gli uomi dalla barba, mi rispose:

— «Sì, sì, potere con canotto due volte.»

Non intendendo che cosa volesse dire con questo suo canotto due volte, me lo feci spiegare, e non senza grande difficoltà arrivai a comprendere che s’intendeva una barca ampia come due canotti; la qual parte del discorso di Venerdì cominciò ad andarmi molto a sangue, onde d’allora in poi non m’abbandonò più la speranza che una volta o l’altra sarei riuscito a fuggire da quest’isola e che quel povero selvaggio poteva aiutarmi ad ottenere un intento così sospirato.