Avventure di Robinson Crusoe/57

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Arrivo in Inghilterra e partenza per Lisbona

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Arrivo in Inghilterra e partenza per Lisbona
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Arrivo in Inghilterra e partenza per Lisbona.



Giunto nell’Inghilterra io era straniero in mezzo ai miei, come se non ci fossi mai stato. La mia fedele maggiordoma e benefattrice, nelle cui mani aveva depositato il mio danaro, vivea tuttavia, ma era stata percossa da gravi sventure. Vedova una seconda volta, i suoi affari andavano male assai. Per parte mia la liberai d’ogni molesto pensiere circa la somma di cui m’andava debitrice, assicurandola ch’io non aveva intenzione di recarle disturbo; ma che al contrario, grato alle prime prove datemi di sua affezione ed onesta, l’avrei sollevata sin dove lo comportava lo stato mio; che per altro, a dire la verità, in quel momento non mi permetteva di fare gran cosa. Ciò non ostante la assicurai che non mi sarei mai dimenticato delle sue passate cordialità; nè me ne dimenticai certo quando mi trovai in grado di soccorrerla, come si vedrà a suo luogo.

Trasferitomi indi nella contea di York, trovai morti mio fratello e mia madre; in somma estinta l’intera mia famiglia, eccetto due sorelle e due figli d’uno de’ miei fratelli. Essendo io stato creduto morto per sì lungo tempo, nulla vi rimaneva della mia parte; in guisa che, non potendo qui far conto su nulla, lo scarso danaro portatomi poteva aiutarmi ben poco a stabilirmi nel mondo.

Ma mi avvenni in un tratto di gratitudine, che, per dir vero, non mi avrei aspettato giammai. Il padrone del bastimento ch’io riuscii si fortunatamente a salvare, fece ai proprietari delle mercanzie contenutevi un sì bel racconto del modo ond’io campai e il carico e il vascello e le vite degl’innocenti minacciate da estremo rischio, che quella società volle vedermi, e non contenta a ringraziarmi nel più cortese modo, mi attestò a spese comuni la sua gratitudine con un presente di circa duecento sterlini.

[p. 339]A malgrado di questo inaspettato soccorso, le più ponderate considerazioni su le condizioni della mia vita mi dimostravano ch’io avea tuttavia ben pochi modi per fare una discreta figura nella società. Risolvetti pertanto di trasferirmi a Lisbona per veder di raccogliere qualche contezza su la mia piantagione del Brasile, e di sapere che cosa fosse avvenuto di quel mio socio, il quale doveva, secondo me, darmi per morto da ben molti anni. Con tale mira m’imbarcai per Lisbona, ove giunsi nel seguente aprile in compagnia del mio servo Venerdì, che, seguendomi omai in tutti i viaggi, mi diede ognora prove della più rara onestà e fedeltà.

Quivi, dopo alcune ricerche, trovai con mia grande soddisfazione quel mio vecchio amico, quel capitano che mi raccolse nel suo vascello, quando affrontava il mare su d’un palischermo fuggendo dalle coste dell’Africa. Ora invecchiato d’assai, aveva rinunziato ad ogni navigazione e ceduto il proprio bastimento a suo figlio che, non più giovinetto nemmeno egli, facea tuttavia il suo traffico nel Brasile. Dopo tant’anni egli non mi ravvisava più, e per verità avrei stentato a ravvisarlo ancor io; ma appena gli ebbi pronunziato il mio nome si ricordò tosto di tutto.

Dopo quelle scambievoli espressioni di cordialità che la nostra antica amicizia esigea, mi feci a domandargli, potete ben crederlo, quali notizie sapesse darmi su la mia piantagione e il mio socio.

— «Son circa nove anni, il vecchio capitano mi rispose, che non vado al Brasile: posso nondimeno assicurarvi che, quando ne venni via l’ultima volta, il vostro socio viveva ancora; i vostri fidecommissari sì, quelli che avevate delegati a tenere d’occhio la vostra parte, son morti tutt’e due. Ciò non ostante credo che potrete veder nettamente il conto de’ miglioramenti della piantagione, perchè il procuratore fiscale lo levò fin quando, su la generale persuasione che foste naufragato e rimasto morto nel mare, andò a possesso della vostra parte, salvo il restituirvela se si scoprisse che foste vivo e veniste a reclamarla.

— Ma aveva fatto testamento...

— Va benissimo, permettetemi di proseguire, e a suo tempo parleremo anche di ciò. Il procuratore fiscale dunque andò a possesso della vostra parte, applicandone un terzo al re, gli altri due terzi al convento di Sant’Agostino, perchè fossero impiegati in benefizio dei poveri e nella conversione degl’Indiani alla fede cattolica. Se per altro [p. 340]comparirete per reclamare le vostre sostanze, non dubito punto che non vi saranno restituite, salvo quelle rendite annuali od avanzi che sono già stati distribuiti in opere di pietà: su quelli non dovete più contare. Una cosa su cui potete star con l’animo in pace, si è che l’intendente del demanio per la parte di rendite che toccava al re, il provveditore del convento per l’altre due parti, ciascun di questi dal canto suo si è dato ogni debita cura affinchè il vostro socio gli desse ogni anno il fedel conto delle rendite della piantagione e gli sborsasse, come è stato fatto, la parte che gli perveniva.

— Sapete a un dipresso a che monti ora la rendita della piantagione? Non vorrei fosse tale che non mi francasse l’incomodo d’una mia comparsa sul luogo; oltrechè, chi sa quante obbiezioni mi si moveranno per non lasciarmi andare a possesso della mia metà.

— Il grado di miglioramento cui sia arrivato il fondo non ve lo potrei dire con precisione: so per altro che il vostro socio è divenuto straordinariamente ricco su la sola meta di rendita a lui competente. In oltre, se mi ricordo bene, mi fu detto che il terzo del re, passato nelle mani non so se d’un altro convento o di qualche pia istituzione, fruttava a un dipresso dugento moidori. Circa poi ad obbiezioni per tornare a possesso del vostro, mi pare fuor di dubbio che non ne incontrerete, tanto più che vive il vostro socio per attestare il vostro diritto, e d’altronde il vostro nome e iscritto nel registro di popolazione di quel paese.»

A mio maggiore conforto aggiunse, che gli eredi de’ miei fidecommissari erano persone da bene e ricchissime; onde non solo m’avrebbero assistito negli atti da farsi per la ricuperazione delle mie sostanze, ma avevano del mio nelle mani una ragguardevole somma, formata dalla metà delle rendite della mia piantagione ricevute dai padri loro prima della morte, onde, come si è detto, i diritti su tali proprietà vennero ceduti a nuovi usufruttuari. Quando avvenne un tal cambiamento erano trascorsi, egli mi disse, circa dodici anni. Mi mostrai piuttosto angustiato di ciò.

— «Ma come, tornai a domandargli, i fidecommissari hanno potuto permettere che si disponesse in tal guisa delle cose mie, s’io aveva fatto testamento e lasciato voi erede universale sotto certi patti? Vi è forse ignoto?

— No; quanto dite è vero. Ma siccome non vi erano prove della vostra morte, io non poteva fare i miei atti in qualità di esecutore [p. 341]testamentario, finchè non si aveano notizie certe che non foste più in vita. Io poi non avea nessuna voglia d’impacciarmi in un affare tanto remoto. Feci per altro registrare il vostro testamento, nè omisi le opportune proteste, affinchè se mai si avesse la sicurezza della vostra morte o della vostra vita, fossi stato sempre in tempo di ricuperare o per voi o per me i vostri averi. Avrei istituito mandatario a tale uopo mio figlio che traffica ora nel Brasile. Ma, qui il vecchio soggiunse, su questo proposito ho a dirvi un’altra novità che forse non vi piacerà tanto, ed è che, credendovi morto come tutti credeano, il vostro socio ed i vostri fidecommissari vennero meco in nome vostro ad un accomodamento, ed ho incassata io una somma corrispondente alle rendite dei sei o otto prim’anni. Essendoci state in quel tempo grandi spese per fabbricare una casa di raffineria e per comprare schiavi, quelle rendite non ammontavano certo alla somma cui salirono più tardi; ma vi darò un conto esatto di quanto ho ricolto in tutto, e del modo in cui ne ho disposto.»

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E di fatto in termine a pochi giorni questo vecchio amico mi presentò il conto delle rendite della mia piantagione ne’ primi sei anni, [p. 342]sottoscritto dal mio socio e dai due fidecommissari. Queste gli erano state pagate in merci, vale a dire tabacco in rotoli, zucchero in casse, oltre ad una partita di rum, di melassa (residuo di zucchero raffinato) e simili produzioni della fabbrica dello zucchero. Da questo conto mi risultò, come le rendite si fossero aumentale notabilmente d’anno in anno, e che se in principio erano state tenui, ciò doveva attribuirsi alle prime spese piuttosto forti. Ciò non ostante il mio buon capitano confessò d’andarmi debitore di quattrocento settanta moidori d’oro oltre al valore di sessanta casse di zucchero, e di quindici doppi rotoli di tabacco, le quali mercanzie avea perdute insieme con la nave che le portava, per un naufragio cui quel poveretto soggiacque nel tornare a Lisbona undici anni dopo la mia partenza. Qui mi raccontò come si trovasse costretto a valersi del mio danaro, per riparare i sofferti danni e comperarsi una parte di proprietà in altro vascello mercantile.

— «Ciò non ostante, mio vecchio amico, egli proseguì, tanto che torni mio figlio, non vi lascerò mancare di ciò che possa occorrere ai vostri presenti bisogni. Appena ritornerà, sarete soddisfatto d’ogni vostro avere.» E ciò dicendo traeva a mano una vecchia borsa e mi offerse cento sessanta moidori d’oro, e presentatemi in oltre le carte che autenticavano i diritti di lui e di suo figlio, ciascuno su un quarto del vascello mercantile salpato per il Brasile, volea farmi la cessione di tutti questi diritti.

Mi commoveva troppo l’onesta d’un sì eccellente galantuomo, perchè fossi capace di comportar ciò. Sempre stavami in mente la gratitudine ch’io gli dovea per quanto aveva operato a mio pro; mi ricordava e il giorno in cui me vagante e derelitto sul mare raccolse nel suo vascello, e i tratti di generosità che mi usò da poi in ogni occasione, e sopratutto la sua fedele nè mai smentita amicizia; onde rattenendomi a fatica dal piangere, gli chiesi se le sue condizioni presenti gli permettevano di spropriarsi di tale somma.

— «Non vi dirò, egli mi rispose, che il farne senza non possa mettermi in qualche strettezza, ma è danaro vostro, e voi ora ne abbisognate anche più di me.»

Quante cose dicea quel buon uomo spiravano tanta rettitudine, tanta cordialità, che sempre più mi rendevano difficile il non versar lagrime. In somma accettai cento dei moidori offertimi, e fattomi dare calamaio e penna, gliene feci la ricevuta. Nel restituirgli il [p. 343]restante lo assicurai che, se fossi tornato a possesso della mia piantagione, avrei considerati come un debito verso di lui anche i cento moidori allora accettati; e così veramente feci da poi.

— «Quanto alle carte, continuai, che provano i diritti vostri e di vostro figlio sul vascello mercantile, di cui mi parlate, non voglio nè manco toccarle. Se mai venissi in nuova penuria di danaro, so che siete onesto abbastanza per non lasciarmivi. Ma ove questo caso non avvenga, e se arrivo a ricuperare il mio, come mi fate sperare, non voglio mai più un soldo, che è un soldo! da voi.»

Esaurito che fu questo punto il mio capitano mi offerse la sua assistenza nel procedere agli atti di cui facea mestieri per ricuperare le sostanze mie nel Brasile, ed avendogli io risposto che pensava andar colà in persona, egli soggiunse:

— «Fate come credete; pure se non voleste il fastidio di questo viaggio, avete mezzi bastanti per assicurarvi i diritti vostri da quelle parti, e per ricuperare il godimento delle vostre rendite senza movervi di qui.»

Mi lasciai dunque regolare da lui. In quel momento appunto stavano sul Tago molti bastimenti destinati pel Brasile; ond’egli per prima cosa fece iscrivere il mio nome ad un pubblico registro, mediante un suo giurato attestato che autenticava essere io vivo, ed essere quella stessa persona da cui fu comprata da prima la piantagione. A questo documento munito della debita legalità per man di notaio egli mi fece unire una lettera di procura ad un mercante del Brasile suo corrispondente, al quale accompagnò queste carte con una lettera sua propria.

Poi mi sollecitò a rimanere con lui in espettazione di una risposta.