Dies Iræ

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latino

Tommaso da Celano XIII secolo D 1857 Giovanni Marchetti Poesie duecento Dies Iræ Intestazione 2 settembre 2014 75% Poesie

ALLA MEMORIA DI MIO FIGLIO

 
   Anima cara, de’ miei dì pensiero,
Dolce de le mie notti amaro sogno,
Poichè ’l duolo (e tu sai s’io dica il vero)
Tanto mi vieta più quanto più agogno
Di fiori eletti per l’ascrèo sentiero
Tesserti un serto, e del tardar vergogno,
Questo almen santo del cattolic’orto
Lùgubre ramo a la tua tomba io porto.

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   Ahi che il giorno de l’ira di Cristo,
Quel gran giorno da Vati previsto,
Arso il mondo e consunto farà,

   Quando austero il divin Giudicante
5L’opre umane a librar tuttequante
Infra ’l muto spavento verrà.

   Una tuba inaudito tremendo
Suon per tutte le tombe spandendo
Trae le genti universe al suo piè.

   10Guatan Morte e Natura stupite
Trepidanti risorger le Vite
A dar conto a l’Eterno di sè.

   Quel volume ivi aperto vedremo,
Ove quanto al Giudizio supremo
15Fia materia, vergato starà.

   Dio sedente ne l’aureo suo scanno,
Senza velo le cose parranno,
Senza schermo la colpa sarà.

   Quale allor farò prego o lamento?
20Chi m’affida in quell’ora, che a stento
Potrà il giusto fidanza serbar?

   Re tremendo, e pur fonte d’amore,
Se qual vuoi per tua grazia non muore,
Per tua grazia me degna salvar.

   25Te guidò, Gesù dolce, il mio bene
Su l’amaro cammin de le pene;
Deh! pietoso il rimembra in quel dì.

   Tu col sangue e co’ strazi rapito
Hai quest’alma a gli abissi: patito
30Avrà indarno chi tanto patì?

   O tu giusto in tuo vindice sdegno
Me rimonda pria ch’odasi il segno
Di tua santa terribil ragion.

   Vo’ qual reo, come vedi, piangendo
35Di vergogna nel volto m’accendo,
A te chieggio, e tu dammi perdon.

   Se Maria di sue colpe solvesti,
Se benigno ai Ladron ti volgesti,
Tu di speme fidasti pur me.

   40Io con prece non degna t’invoco;
Ma tu pio fa ch’io scampi a quel foco
Cui ristoro, cui termin non è.

   Me discevra da’ capri rubelli,
E a la destra fra’ candidi agnelli
45Tu ripommi, o Divino Pastor.

   Tu, confusa la reproba gente,
Fulminata nel bàratro ardente,
Con gli eletti me chiama, o Signor.

   Io di me supplichevole al suolo,
50E qual cener contrito, a te solo
Raccomando l’estremo destin.

   Nel gran giorno di pene e mercedi
Tu a la polve risorta concedi
Quella pace che mai non ha fin.


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