Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/641

Da Wikisource.

robinson crusoe 567


sarebbe stato operare almeno col senso comune. Ma l’amore del vagare si era tanto incarnato in me, che tutti questi vantaggi io li contava per nulla. Ebbi bensì la vanità di essere il protettore della popolazione che aveva collocalo colà, di comportarmi con essa in certa guisa alta e maestosa come un antico patriarcale monarca, di provvederne ai bisogni, come se fossi stato il padre dell’intera famiglia e il signore della piantagione; ma non mi venne in mente nè poco nè assai di porre ivi un governo in nome di qualsiasi regno o nazione, o di riconoscere un principe o di mettere il paese sotto la sovranità di un re più che d’un altro. Anzi non pensai tampoco a dar un nome a quella terra: la lasciai tal quale l’aveva trovata, pertinenza di nessuno, e quel popolo indipendente da qualunque suggezione o disciplina fuor quella di me. Ed io ancora, benchè avessi su quella gente la preponderanza di un padre e di un benefattore, non aveva autorità o potere di decidere o di comandare più in la delle cose, alle quali il buon volere di quella comunità acconsentiva. Pure anche entro questi limiti, se ci fossi stato, la cosa poteva correre. Ma no, che non feci così. Andato a vagare lontano da quei poveretti, non tornai più a vederli; le ultime notizie che ebbi di loro mi vennero col mezzo del mio antico socio che mi scrisse (benchè la sua lettera la ricevessi soltanto a Londra molti anni dopo da che fu spedita), mi scrisse come avesse mandata un’altra scialuppa all’isola; e mi scrisse pure che quei miei coloni se la passavano assai male, e che erano grandemente stanchi di restar lì confinati; che Guglielmo Atkins era morto; che cinque Spagnuoli avevano abbandonata l’isola, che, se bene non fossero noiati gran che dai selvaggi, pure avevano avute con costoro diverse scaramucce; che per ultimo mi ricordavano fervidamente la mia promessa di levarli di lì, e di fare in modo che rivedessero prima di morire la patria loro.

Ma io andava propriamente a caccia della fenice! Chi desidera sapere altre cose di me, si contenti seguirmi in una nuova varietà di follie, amarezze e stravaganti avventure, di mezzo alle quali nondimeno può scorgersi pienamente la giustizia della providenza; può scorgersi come il cielo possa, satollando la nostra insaziabilità, far sì che le cose da noi più sospirate divengano la nostra tribolazione, e convertire in arma di castigo tutto quanto pensavamo dovesse divenirne sorgente di massima felicità.