Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/711

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robinson crusoe 633


Erano questi i pensieri che aveano tormentato me giorno e notte, ed anche il mio socio; nè consideravamo che i capitani de’ bastimenti non avevano autorità per venire a simili eccessi, onde se ci fossimo resi lor prigionieri, non potevano arrischiarsi ad applicarci alla tortura o a farne morire senza esporsi a renderne stretto conto ai loro governi, tornando a casa. Questa considerazione, se vogliamo, non poteva essere d’un grandissimo conforto per noi; perchè quando ci avessero spediti, che vantaggio ne derivava a noi, se venivano chiesti dai loro governi a render conto dell’atto commesso? O, ammazzati una volta, qual consolazione potevamo più averne, se i nostri uccisori venivano puniti tornando a casa?

Non posso qui starmi dal dar conto delle meditazioni che feci su le innumerevoli vicende della mia vita. Qual amaro pensiere era per me quello di avere consumati quarant’anni in una vita di continue tribolazioni, di essermi veduto finalmente a quel porto a cui non v’ha uomo che non agogni, al porto cioè della quiete e della ricchezza, e ciò non ostante gettato volontario e per mia sola scelta in nuove angustie; soprattutto com’era per me angosciosa l’idea d’essermi salvato da tanti pericoli in tempo di mia gioventù, e trovarmi su l’orlo di venire impiccato negli anni della vecchiezza, in sì lontana contrada, e in pena d’un delitto che certo non mi ha mai tentato, nè pure sognando, non che commetterlo giammai.

A queste meditazioni talvolta altre di religione ne erano succedute. Avrò pensato che, dovendo ravvisare nemici infausti avvenimenti i decreti della Provvidenza, era mio obbligo l’adorarli e guardarli sotto un aspetto diverso; perchè, anche innocente rispetto agli uomini, oh! quanto era lontano dall’esser tale agli occhi del mio Creatore! Dovetti far l’esame della mia coscienza e indagare quali altre colpe mi fossero state più abituali in mia vita, e tali appunto che trovassero il giusto lor contraccambio in questo castigo della provvidenza a cui era debito sottomettermi, come avrei dovuto rassegnarmi ad un naufragio se fosse piaciuto a Dio il percuotermi con tale disastro.

Talvolta ancora si risvegliava in me qualche cosa del mio naturale coraggio; mi sentiva inspirato a vigorose risoluzioni. «No, non voglio essere preso per vedermi posto alla tortura da un branco di cialtroni, che a sangue freddo si beano de’ tormenti dei loro simili.» Avrei amato meglio cader tra l’ugne de’ selvaggi, se bene con la