Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/712

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certezza di divenir loro pasto quando m’avessero preso, che in quelle di costoro capaci di satollare su me il loro furore con mille sorte d’inumani strazi e supplizi. Nel caso d’aver che fare con selvaggi io era pur sempre deliberato ad affrontare combattendo la morte fino all’ultimo respiro; perchè no lo sarei stato ugualmente almeno all’idea di cadere fra gli artigli di carnefici anche più atroci di coloro che m’avrebbero divorato? Giacchè i selvaggi, vuol farsi loro questa giustizia, non mangiavano un uomo prima d’ucciderlo e d’essere sicuri che fosse morto; ma i presenti nemici si sarebber presi mille crudeli spassi sul corpo mio, prima che fossi spirato. Quando prevalevano in me tali pensieri, entrava in una vera frenesia; mi bolliva il sangue; stralunava gli occhi; credeva essere nell’atto della battaglia; giurava di non accettare mai patti dai miei persecutori, e che finalmente, quando fossi al punto di non potere più resistere, farei saltare in aria il bastimento e quanto vi stava entro per non lasciare a coloro alcun bottino, di cui avessero potuto menar vanto.

Quanto più grave fu il peso delle nostre angosce su tale argomento finchè rimanemmo sul mare, altrettanto più dolce fu il conforto che provammo al trovarci sopra la spiaggia. Il mio socio mi raccontò un singolar suo sogno. Egli avea su le spalle un carico pesantissimo da portare sopra una montagna; sentiva che gli mancavano a tutt’andare le forze per reggerci sotto, quando arrivò il pilota portoghese che lo alleggerì di tal soma, prendendosela su gli omeri egli stesso; allora la montagna sparì, e si vide innanzi una pianura tutta liscia, tutta amenissima. Il sogno divenne realtà, perchè ci sentivamo veramente com’uomini a cui fosse stato tolto dalle spalle un peso enorme. Per parte mia poteva dire non dalle spalle, ma dal cuore essermi stato levato questo peso, che del tutto non era capace di sopportare più a lungo. Entrambi, come ho già detto, facemmo giuramento di non metter piede più mai in quel bastimento della disgrazia.

Non appena fummo su la spiaggia, il vecchio piloto, divenuto già nostro amico, ci trovò un quartiere, e per le nostre mercanzie un magazzino che facevano tutto un alloggio. Consisteva questo in una casetta o capanna a cui ne andava congiunta una alquanto più estesa, fabbricata tutta di canne e munita all’intorno parimente di canne, ma più grosse, per tenere addietro i ladri de’ quali non pareva che in quel paese vi fosse carestia. Fortunatamente que’ magistrati ne