Pagina:Monsignor Celestino Cavedoni.djvu/27

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Sembra invero incredibìl cosa che riguardo al Cavedoni si possa adoperare un linguaggio somigliante. La natura del lavoro non gli consentiva di correre a piene vele il pelago sterminato delle questioni storiche, però da gran tempo erano note agli Scienziati d’Europa le opinioni da lui professate, in sì grave argomento. Egli aveva combattuto senza riserve e senza reticenze gli illustratori del Museo Kircheriano, Marchi e Tessieri, i quali fanno venire dal Lazio in Roma i primi artefici della moneta: mentre invece ei riguardava come fatto certo che vi si recassero circa la fine del IV secolo, e non già dal Lazio, ma dalla Campania, o da altre contrade abitate da Oschi o da Greci Italioti. L’eccellenza e perfezione dello stile, ond’è si bella la primitiva moneta Romana ed italica è argomento poderoso a sostegno della sua dottrina. Non si può pensare che, appena fondata la città di Quirino, i Latini, i Rutuli, i Volsci, gli Equi esercitassero le arti imitatrici della natura, con sì squisito magistero. L’incantesimo dell’arte greca non aveva per anche tolto lo scoglio della natia selvatichezza al Lazio agreste e bellicoso, né può supporsi che tanto valesse nelle arti da superare i Greci e segnatamente gl’Italioti. E il Cavedoni guidato da queste massime, propugnava la sentenza del Lanzi: che quanto più innanzi si procede nello studio dell’antichità, più si conosce la necessità di abbassar l’epoca dei monumenti d’Italia, perchè portandola troppo in alto, ne rimane scompigliata e confusa la storia dei popoli e delle arti.

Io vi dissi, o Signori, che l’altra opera premiata a Parigi fu la Numismatica Biblica. Lo storico delle lingue semitiche[1], scrutando le vicende dei tempi nei quali lo splendore del genio semitico rimase offuscato dal culto delle lettere greche, è tocco di stupore, al

  1. [p. 43Ernest Renan. Histoire des Langues Sémitiques. Livre III. Chap. IV.