Pagina:Sotto il velame.djvu/33

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Era passato più d’un anno da che Beatrice era fatta dei cittadini di vita eterna. Egli molto stava pensoso, e i suoi pensamenti erano di dolore. E levò gli occhi per vedere se altri lo vedesse: allora vide una gentile donna giovane e bella molto, la quale da una finestra lo riguardava pietosamente. Ed egli disse tra sè medesimo: "È non puote essere, che con quella pietosa donna non sia nobilissimo amore". Poi, rivedendola ancora e sempre pietosa in vista, e d’un colore pallido, quasi come d’amore, egli si ricordava della sua nobilissima donna, che di simile colore si mostrava tuttavia. E infine venne a tanto per la vista di questa donna, che i suoi occhi si cominciarono a dilettare troppo di vederla, e la vista di lei lo reco in si nova condizione, che molte volte ne pensava sì come di persona che troppo gli piacesse; e così avvenne un contrasto tra "il Cuore cioè l’appetito" e "l’anima cioè la ragione". L’avversario della ragione, cioè il cuore, fu poi vinto dalla forte imaginazione nella quale a Dante parve vedere Beatrice con le stesse vestimenta sanguigne con le quali gli apparve la prima volta. II cuore o animo o appetito si era ingannato.

Aggiungo che s’era ingannato, facendo che a Dante ricordasse, nel veder la donna gentile, dell’altra gentilissima.[1] Or così appunto il peregrino del Convivio "ogni casa che da lungi vede, crede sia l’albergo"; dirizza gli occhi al termine del suo sommo bene (cioè Dio), e poi qualunque cosa vede, che paia avere in sè alcun bene, crede sia esso. Nè si dica che nel Convivio si tratta di Dio e nella

  1. V. N. XXXV-I. Per il colore pallido, XXXVI.