Affronti e Confronti/XV

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XIV XVI

XV


«Che tempaccio!», disse Aldo, mentre con il suo prezioso taxi mi stava riconducendo in albergo. «Ti stai accorgendo che piove, vero?».

«Sì».

«Non ti ho mai detto nulla, ma in televisione ti vedo proprio bene. Io, infatti, ero in uno stanzino, stasera, come le altre sere, e ti stavo guardando attraverso il maxischermo. Devo anche dirti che hai davvero buona memoria».

«Sì, ma che fatica! Praticamente Biagi ha voluto esaurire tutto il discorso nella puntata odierna. Ora sono davvero stanco. E poi, prima di andare a letto, ho voglia di bere qualcosa di caldo. Se in albergo non c’è più nessuno, il bar, a quest’ora, sarà chiuso». «Beh, ti va proprio bene. Qui ce n’è uno aperto. Se vuoi mi fermo. Tanto non vengo pagato da te».

Gli risposi che non avrei voluto approfittarne a quel modo, ma, avendo sete, cedetti.

Rientrai in albergo e salii dritto in camera.

Il mattino dopo, al termine della colazione, Leandro disse che doveva assentarsi per circa mezz’ora. Lisa e Laura acconsentirono a farmi compagnia. A loro, naturalmente, si unì anche Tony. Poi intervenne un signore che fino ad allora non avevo avuto modo di conoscere. «Io mi chiamo Mauro e all’età di quindici anni facevo già il DJ. Ora ne ho 39. Di musica ne ho trasmessa davvero tanta, fino a tre anni fa. Ho sempre trasmesso musica revival, di tutti i generi, perché mi è sempre piaciuta. Tante canzoni, però, non le ricordavo. In radio ho un hard disk esterno dove ho memorizzato le canzoni. Saranno circa 80 giga. Conosco un posto, qui a Roma, dove li vendono a prezzi vantaggiosi. Anzi, prima che tu parta, te ne regalerò uno».

Lo ringraziai, dicendogli che non era necessario.

Poi salutai Edoardo e la sua famiglia.

Sentii Tony venire verso di me. Mi disse:

«Senti, prima che Leandro se ne accorga, gradirei che uscissimo da qui. Questa sera, come sai, saremo invitati a casa sua. Io non me la sento di andarci a mani vuote. E poi, prima che voi ripartiate, vorrei fargli un regalo. Con noi è sempre stato molto gentile. Ieri sera, mentre ascoltavamo la tua intervista, in sala fumatori, ha acceso la pipa. Ha detto di avertela vista fumare e quindi...».

«E quindi, potremmo regalargliene una. Anzi, se ci stai anche tu, potremmo procurargli l’occorrente per fumarla».

«E chi ci accompagna?».

Moglie e figlia si offersero e alla loro compagnia si unì anche Clementina. Andammo in un’attrezzatissima tabaccheria, dove comprammo tutto. Io chiesi un conto separato, perché vi aggiunsi anche un rasoio di sicurezza a tre lame ed un portafogli. Dividemmo il resto, costituito da una pipa, un portatabacco, un curapipe, alcuni puliscipipa, ed un accendino con la fiamma verso il basso. Spendemmo parecchio, ma non ce ne pentimmo. Fuori continuava a piovere. Poi Tony chiamò Clementina, dicendole di uscire. Lui, Laura e Lisa avevano da fare altri acquisti. Il perché di quell’uscita dal negozio lo capii alcuni giorni più tardi. Intanto Leandro era rientrato in albergo. Clementina ed io lo raggiungemmo. Dopo circa quaranta minuti, furono tutti nella hall. Fuori, intanto, aveva smesso di piovere. Ebbi tutto il tempo di sistemare i regali. Leandro ci portò a fare un altro giro, fino all’ora di pranzo. Fra le altre cose visitammo anche il caratteristico quartiere romano della Garbatella. Non pranzammo in albergo, perché Leandro ci portò in un ristorante del posto dove il mangiare fu ottimo. Facemmo altri giri nel pomeriggio, finché Leandro disse che era ora di rientrare. A noi si aggregarono anche Edoardo e Nina. Prima di ritornare nel negozio, dove con Tony e famiglia avevo acquistato i regali per Leandro, entrammo in un grande supermercato, dove comprammo tutto l’occorrente da consegnare ai Portici, quella sera stessa.

Arrivammo da loro alle sette meno dieci.

«Ah, siete voi», disse la mamma di Leandro. Poi fece: «Ed ora, vi presento il resto della famiglia. Questo è mio marito Alessandro, lei, invece è Ines».

Poi soggiunse che il mangiare era pronto. Noi le porgemmo i nostri regali, la signora Maria fu molto imbarazzata, ma li accettò di buon grado.

«Intanto, se volete, servitevi un aperitivo. Lo volete alcolico o analcolico?».

Optammo tutti per l’alcolico, fatta eccezione per Ines e nonna Chiara. Poi Ines chiese se ci fosse piaciuta Roma e noi le rispondemmo di sì. Quindi riprese: «So che avete assistito all’udienza in piazza San Pietro. Personalmente, penso che questo papa sia molto affaticato, però, ha ancora molto coraggio ed è molto rassegnato all’idea di morire. Ricordo, anzi, che una volta disse che il giorno in cui doveva render conto della sua vita a Dio era ormai vicino. Spero che questo papa, nonostante la vecchiaia e le difficoltà espressive, possa vivere ancora a lungo e continui ancora a servire la Chiesa nel mondo intero. Anche se dovesse perdere la parola, i discorsi li potrà sempre scrivere, perché tutto ciò che pensa gli viene dal cuore». «Tuo fratello non la pensa così», le replicò Tony. «Secondo lui questo papa ha ormai fatto il suo tempo e deve ritirarsi. Ma, come si dice, ogni testa è un piccolo mondo».

«Però, vi rendete conto», intervenne il padre di Leandro, «che questo è il terzo pontificato più lungo nella storia della chiesa?». «Io non c’ero» dissi. «E quindi, non posso dire quanto fossero lunghi gli altri due».

Tutti si misero a ridere. Naturalmente la conversazione si svolse durante la cena ed il professore di matematica fu molto divertito da quella battuta. Io mangiai un po’ di antipasto, un piatto di gnocchi, e come secondo la coda alla vaccinara con fagioli. Quindi si passò all’arrosto ed ai contorni, ai formaggi, che non mangiai, alla frutta, alla macedonia con gelato, e alla torta con champagne. Per finire, caffè corretto e digestivo.

Quando il professore rise per quella mia battuta, aggiunse:

«Adesso, vi dirò io qualcosa che vi divertirà. Non so se avete presente l’episodio in cui Gesù disse a Pietro di perdonare il proprio fratello settanta volte sette. Ebbene, moltiplicando sette per settanta, otteniamo quattrocentonovanta. In un giorno di ventiquattro ore vi sono millequattrocentoquaranta minuti. Quindi, se dovessi perdonare – poniamo mio figlio – quattrocentonovanta volte in un giorno, vuol dire che dovrò farlo ogni tre minuti e mezzo».

Gli rispose Ezio, sapendo che il padre si riferiva a lui: «Come si vede che papà è un matematico! Se facessi come dice mio padre, o diventerei pazzo, oppure... Beh, insomma, per farla breve, perderei la pazienza».

«Beh», aggiunse Laura, «ora ci spieghi un po’ cosa avrebbe fatto Ezio per essere perdonato quattrocentonovanta volte al giorno... O forse lo ha perdonato una sola volta...».

«Io», intervenne suo marito, «direi che non bisogna prendere troppo alla lettera il risultato che otteniamo moltiplicando settanta a sette. Per farla breve, bisogna perdonare sempre. Non bisogna dar retta a un numero, ma al proprio cuore».

«Tony ha ragione», osservò Ezio. «Io credo in Dio, anche se non sono così praticante come mia sorella Ines. Invece Leandro è ateo». Intervenne la signora Maria.

«Per me non esistono persone credenti e non praticanti. O ci credi e ti comporti di conseguenza, oppure non credi affatto». Le risposi di non essere troppo categorica, perché ognuno ha il diritto alla propria dignità ed non deve essere giudicato, perché il giudizio spetta solo alle leggi sociali e civili, quelle, cioè che ci permettono di convivere con gli altri, e a Colui che è lassù».

Nonno Leo disse:

«Questa sì, che è filosofia! Anche mio nipote che si è laureato proprio in questa disciplina dovrebbe saperlo. E invece si è messo a riparare computer e componenti elettronici. Ha imparato da suo fratello. Non so perché abbia voluto studiare filosofia a quel modo, se poi la sua laurea non la utilizza. Comunque, stavo scherzando. La scelta di vita è la sua».

Terminato quel discorso il professore di matematica raccontò alcune barzellette, quindi, passando di palo in frasca, fece una serie di calcoli strani ma divertenti, fece la media annua di permanenza in classifica di qualche canzone e ci divertì con battute e situazioni esilaranti.

«Papà non è mai stato così spiritoso come oggi», disse Leandro. «Sa fare calcoli incredibili come fosse un computer».

A questo punto intervenni spiegando al professore una prova che io battezzai come la “prova del ventotto”, legata al calcolo degli anni bisestili. «Avresti bisogno di qualche lezione di matematica, ma sei già abbastanza bravo», commentò alla fine. Quindi fece un divertente calcolo sugli anni di una persona. Disse: «Come sapete, ogni quattro anni cade l’anno bisestile, unica eccezione, il 1900, che farebbe pensare ad un anno bisestile, ma non lo fu. Ora, supponiamo che una persona sia nata, ad esempio, nel 1904 e sia morta in questi giorni. Voi direte che avrà cento anni. Se questa persona fosse nata il 29 febbraio, compirebbe un anno in modo naturale, voglio dire secondo il ciclo basato sulla data naturale della sua nascita, ogni quattro. Gli anni naturali, quindi, sono gli anni bisestili e questa persona è morta dunque a soli vent’anni».

Scoppiammo tutti a ridere, compreso il professore stesso.

«Professore», esclamò Lisa. «Mi dica dove tiene le sue lezioni di matematica. Se tutte le lezioni fossero come i suoi ragionamenti di oggi, ci verrei più che volentieri, anche perché la matematica a me non è mai piaciuta. Voi, a questo punto, mi chiederete come sia riuscita a lavorare come contabile in un centro commerciale. Beh, ho dovuto studiare un po’ di ragioneria, ma ora, con excel tutto è più semplice. Bisogna solo capire come funziona il programma e il gioco è fatto».

«Io odio la matematica», le rispose suo padre, «e, fortunatamente per il mio lavoro, non mi è mai servita».

«Papà», disse Ines, «un discorso come hai fatto oggi non te l’ho mai sentito fare, ma non potremmo fare discorsi meno impegnativi? In fondo siamo a tavola tra amici e dobbiamo pure digerire la cena!».

«Sì, hai ragione».

A questo punto fui io a cambiare argomento. Evidentemente mi stava a cuore il rasoio elettrico, perché volli sapere se spendendo la stessa cifra di un rasoio elettrico in lamette avessi potuto risparmiare. Aggiunsi anche che, secondo me, si risparmiava di più usando il rasoio, anche se la spesa iniziale era piuttosto elevata. Il professore, per il quale questo argomento sembrava fatto apposta – almeno per ciò che riguardava la matematica –, disse che bisognava fare un grafico, ma poi, dopo un breve calcolo, mi dette ragione.

Poi il discorso cambiò, e fu proprio il professore a farlo. Mi chiese di spiegargli l’uso del computer da parte di chi non vede ed io, naturalmente, glielo spiegai. Poi a Leandro venne in mente una cosa. «In attesa delle altre portate, dimmi il sito cui devo collegarmi per trovare quel racconto di Buzzati, così lo consegniamo a Tony». «Tony», gli dissi, «a te interessa l’intero libro Sessanta racconti, o solo il racconto di cui parlavi?».

Mi rispose che voleva solo quello. Così, diedi il nome del sito a Leandro e lui, con grande gioia di Tony, glielo scaricò. Poi Lisa ricominciò il discorso su come suo padre fosse andato alla ricerca di quel racconto in modo ossessivo. Le replicai che la stessa cosa valeva per me quando si trattava di cercare qualche canzone. La conversazione si animò di nuovo, poi Tony chiese se Leandro – poiché così aveva sentito dire – adoperasse veramente il rasoio a mano libera, ed io gli risposi di sì. A questo punto nonno Leo disse:

«Ecco, Enea. Tornando al tuo discorso sul rasoio elettrico, se tu spendessi anche solo dieci euro per un rasoio a mano libera, saresti a posto per tutta la vita. Più risparmio di così...». «Sì», obiettò Tony, «ma un non vedente, già fa fatica ad adoperare una lametta, figuriamoci un rasoio di quel genere. Io, da quando ho iniziato a radermi, ho sempre adoperato il rasoio elettrico e le volte che ho provato ad usare la lametta mi sono sempre tagliato».

«Io, ad esempio, so adoperare anche la lametta», dissi, «non è poi così difficile. Se vuoi, posso insegnarti io. Naturalmente, non prendo una lametta per insegnartelo, ma posso farti sentire il movimento con la mia stessa mano e tu potresti imparare, esattamente allo stesso modo con cui ho imparato io. A dire il vero, anch’io una volta mi sono tagliato. Poi, un giorno mi trovai da un barbiere. Gli chiesi di radermi anche la barba. Io mi muovevo nervosamente, tanto che il barbiere mi sconsigliò di provare da solo ad adoperare la lametta, ma io, nel frattempo, avevo memorizzato i movimenti che il barbiere faceva sul mio viso con il rasoio. Poi, due giorni dopo, ho voluto provare per l’ennesima volta ad usare la lametta e, Tony, te lo assicuro, tutto è andato alla perfezione, nonostante ciò che mi aveva consigliato il barbiere. Ecco!». E così dicendo mi avvicinai a Tony e gli feci una dimostrazione.

Poi mi rimisi al mio posto. Eravamo proprio una bella compagnia, tutti allegri, parlando di tutto un po’. Alla fine, presi la sporta che avevo depositata all’ingresso, mi feci avanti e dissi:

«Leandro, questo è un regalo da parte nostra. Sei stato sempre così buono con noi». Lui mi disse:

«Anche voi siete stati buoni con me, e vi ringrazio, ma non dovevate affatto disturbarvi. Quello che ho fatto per voi, l’ho fatto proprio con tutto il cuore. Ma vediamo un po’ di che si tratta».

Poi aprì i regali e ci ringraziò nuovamente.

«Sicché», intervenne Ines, «domani andrete a Fregene?».

Le rispose Leandro.

«Sì. Chi di voi vuol venire, sarò ben lieto di accompagnarlo. Anzi, per la verità c’è un cambiamento di programma. Vi ho detto che saremmo partiti la mattina presto. Invece partiremo dopo pranzo, così potremo visitare ancora un po’ Roma e i dintorni, come nei giorni scorsi, soprattutto perché il tempo ormai stringe. Se partiamo nel pomeriggio, finiremo il tutto lunedì, considerando il fatto che lunedì pomeriggio andrete a vedere l’opera. Secondo i miei programmi, martedì mattina dovremmo rilassarci un po’. Mi pare di aver capito che la tua ultima intervista sia nel pomeriggio di martedì».

«Sì, e devi venire anche tu».

A questa risposta, Leandro restò un po’ impacciato, ma poi, dietro mie insistenze, acconsentì. Ines fu la sola a dire che l’indomani pomeriggio sarebbe venuta con noi al mare. Poi Leandro ci informò che l’indomani mattina ci sarebbe stata la Messa alle sette, in una chiesa vicino all’albergo, benché lui, da ateo che era, non ci avrebbe accompagnati. Lisa disse:

«Sì, ho visto dov’è, domani vi accompagnerò io».

Acconsentimmo. La serata si era conclusa allegramente. Poi, una volta preso congedo e rientrati in albergo, Lisa chiese all’albergatore di svegliarci tutti alle sei e mezza dell’indomani. Io ero perfettamente in grado di sbrigarmela da solo.