Agricoltura del Pianeta/I

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Stati Uniti: professione farmer

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Agricoltura del Pianeta II


VIAGGIO NEL CONTINENTE DEL MAIS

Visita a quattro aziende americane dal Middle West all’East Coast. Negli Usa l’azienda media è un’azienda condotta da uno o due uomini con abbondanza di mezzi tecnici e grande semplicità di strutture. Alla coltivazione specializzata dei cereali si aggiunge generalmente l’allevamento bovino, e, in molte aziende, un secondo allevamento, suinicolo o avicolo.

tratto da IL GIORNALE DI AGRICOLTURA', n. 1, 5 gennaio 1975

Rivista I tempi della terra


Il cemento sfida la prateria

Volando da Chicago verso Ovest, in inglese verso il West, si prova l’impressione che nello stesso cuore degli Stati Uniti, dove si estendeva sconfinata la prateria, la città stia ormai sopraffacendo la campagna, anche se di “città”, in questo paese dagli spazi incommensurabili con i nostri metri si deve parlare in modo affatto particolare: si tratta, piuttosto che di città, di “aree abitate” che si perdono a vista d’occhio nella pianura che il bireattore sorvola lentamente, case piccole, basse, attorno a ciascuna il piccolo giardino, ordinate secondo le linee geometriche delle grandi arterie che si protraggono fino all’orizzonte. All’incrocio delle quali la densità delle abitazioni si accentua, di notte si accentua la luminosità. A quegli incroci sono collocati i motels, i distributori di benzina, gli shopping centers


Allev. Lewis, Cloverdale, I llinois, foto A. Saltini 1982, Archivio Nuova terra antica


L’impressione offerta dall’oblò è confermata, ripreso contatto col suolo, dal lungo tragitto in auto tra Watterloo e Cedar Falls, dove la sera siamo ospiti di un medico italiano: due città di centomila abitanti ciascuna, separate da venti chilometri senza che sia percepibile alcuna soluzione di continuità tra i quartieri periferici dell’una e quelli dell’altra. I centri di entrambe sono complessi di edifici industriali e commerciali che non potrebbero proporsi, secondo i nostri standard mentali, come il nucleo di aree insediative di vastità tanto ampia. La nebulosa industriale dell’Illinois si è estesa verso Ovest, ha invaso la prateria, ma la vastità della campagna americana è ancora in grado di stupire: è sufficiente, lasciata Watterloo, immettersi su una delle arterie che si dirigono verso il Sud, fendendo la pianura ondulata che per migliaia di chilometri vi accompagnerà, sempre uguale, fino al Texas e alla Louisiana. Le fattorie sparse, circondate dai silos e da qualche quercia, le mandrie al pascolo, nere, pezzate, grigie: nel Middle West non esistono aree specializzate per razze specifiche, in fattorie attigue trovate Holstein, Brown Swiss, Aberdeen, Guernesey. A distanza di mezz’ora d’auto un piccolo centro, spesso dall’antico nome indiano, attorno allo scalo ferroviario, con i capannoni dei rappresentanti di macchine agricole, un’officina, qualche magazzino commerciale, agli incroci tra strade maggiori i motels, al centro di parcheggi sconfinati.

Nell’ultimo scorcio di un ottobre di tepore settembrino l’antica prateria è immenso scenario dorato: ai campi infiniti di mais, pronti per la mietitrebbia si alternano, più sottili, le fasce di soia, bassa e rada dopo l’estate arida. La prima azienda di cui i funzionari della società di cui siamo ospiti, la John Deere, ci propongono la visita è la farm di Neil Fike, cinquant’anni, la corporatura massiccia, la camicia a scacchi. Al centro dell’azienda la casa, a un piano, bianca come la maggior parte delle case dei farmers del Middlewest, a fianco due magazzini in legno e lamiera e la stalla, ancora un edificio di legno e lamiera, circondata da grandi paddoks, due silos, uno per il foraggio, uno minore per il mais, che viene conservato umido. La rudimentalità dei fabbricati è la prima nota che colpisce l’occhio aduso alla realtà italiana: mister Fike coltiva 270 acri, 110 ettari, una superficie che in Italia obbligherebbe a edifici senza confronto più costosi. Ma gli edifici di Fike sono commisurati al valore della terra, che vale 1.500 dollari all’acro, 360.000 lire all’ettaro: per acquistare la medesima superficie da noi occorrerebbe una cifra dieci volte maggiore.


Macchine e animali


Se gli edifici sono commisurati al valore della terra, il parco delle macchine di Fike è commisurato alle dimensioni dell’azienda, o, meglio, al numero delle persone che vi lavorano, Neil Fike e il figlio, che studia alla facoltà di agraria con il proposito di tornare a lavorare, laureato, la propria terra. Trattori, mietitrebbia, la trinciaforaggi utilizzabile per il mais e per la medica: l’attrezzatura di un’azienda cerealicola e zootecnica.

Il bestiame: 55 vacche Guernesey in lattazione, oltre alle manze e ai vitelli. Il nostro ospite mostra con orgoglio l’ultimo acquisto, la nursery, una sorta di roulotte attrezzata per l’allattamento e lo svezzamento dei vitelli. Capace di venti animali, è stato un acquisto importante, siccome semplificherà, ci spiega mister Fike, alcune delle operazioni più gravemente time consuming dell’allevamento. Mentre Fike illustra l’efficienza della nuova attrezzatura uno dei funzionari della John Deere mi spiega che l’acquisto è risultato emblematico della campagna maidicola ’73, quando i prezzi del mais hanno ricolmato le tasche degli agricoltori del Corn Belt, che si sono precipitati a rivuotarle nei centri di vendita dei costruttori di apparecchiature, più di uno dei quali non era pronto all’ondata di richieste, e non ha potuto fornire quanto gli agricoltori avrebbero pagato senza discutere sul prezzo.


Una porcilaia “all’italiana”


La seconda tappa prevista dagli ospiti della Deere per introdurre gli osservatori italiani alla realtà del Corn Belt è, cento miglia a sud, verso il Mississippi, l’azienda di mister Hardsworth e del figlio, che troviamo impegnati a scavare, con una piccola benna, la trincea per la posa delle condutture necessarie ad un nuovo edificio per i suini. Oltre ad allevare 35 Brown dallo splendido aspetto, Hardsworth e il figlio ingrassano ogni anno un migliaio di maiali. L’impianto attuale è di esemplare semplicità: ancora legno e lamiera. L’impianto previsto, capace di 200 animali in dieci comparti, sarà radicalmente diverso: automazione dell’evacuazione degli escrementi, controllo della temperatura. Frutto, anch’esso dei redditi del ’73, sarà assai più prossimo alla concezione italiana della suinicoltura che ai canoni dell’antico allevamento del maiale nel regno del mais.

I suini che gli Hardsworth ingrassano col proprio mais sono il frutto dell’accoppiamento di ibridi commerciali acquistati da allevamenti specializzati, ibridi di seconda generazione in cui, nella molteplicità dei ceppi d’origine è palese la presenza dello Spotted China, che imprime alla discendenza l’inconfondibile pezzatura nera. Colpiscono l’occhio straniero, nel vecchio impianto, le perfette condizioni degli animali: semplicità, perfino primordialità di strutture, si coniugano, nell’agricoltura americana, con il più elevato livello genetico, nutrizionale, sanitario. L’economicità si compone tra i fattori che comprendono, non si può dimenticare, le migliori conoscenze scientifiche e il più funzionale sistema di informazione di cui possa godere qualunque agricoltore del Pianeta.

Sui propri 400 acri, 162 ettari, gli Hardsworth coltivano mais e soia, ottenendo, mediamente, 175 bushels per acro dalla prima coltura (45 quintali per ettaro), 75 dalla seconda (20 quintali per ettaro). Quest’anno i risultati si prospettano assai più modesti: 100 bushels, rispettivamente, e 47. La primavera è stata fredda e piovosa, l’estate arida, la conseguenza è stata lo sviluppo modesto della vegetazione: il mais, che gli Hardsworth hanno seminato a postarelle di due semi, non ha raggiunto l’altezza tradizionale, le spighe hanno realizzato dimensioni inferiori a quelle abituali. Altrettanto insufficiente è stato lo sviluppo della soia. Tutto il mais prodotto in azienda è destinato all’allevamento aziendale, al quale è insufficiente, imponendo di acquistare quanto manca dai vicini. Con un raccolto inferiore alla media comprare, rileva grave il nostro ospite, sarà oneroso: un’annata di siccità può essere annata favorevole per chi vende per l’esportazione, non per chi compra per ingrassare.


Mercato a termine


Sorvolo, lasciato il Corn Belt, per tre ore questo paese sconfinato, raggiungo la costa, prima di affrontare l’Atlantico diretto a casa dedico qualche ora all’agricoltura del Maryland, a quanto sopravvive dell’agricoltura attorno a Washington, immensa conurbazione in inarrestabile dilatazione. Mi accompagna Jack Corbett, responsabile dell’Extension Serice, il servizio federale di assistenza tecnica, della Contea di Howard, che mi conduce, a Wood Baine, nell’azienda di Jim Mullinix, l’agricoltore più illustre della Contea, allevatore e commerciante di cereali, rappresentante degli agricoltori locali, portavoce del mondo agricolo, nelle trasmissioni delle televisioni locali, su tutti i temi che coinvolgono le produzioni della terra.

Poco più che trent’anni, Jim ci mostra con orgoglio il proprio impero: la grande batteria di silos per il mais, il primo costruito dal nonno, prima della prima guerra mondiale, due dal padre durante la seconda guerra mondiale, il maggiore, in vetrocobalto, creatura sua, come gli ultimi due, in alluminio, in corso di installazione: un frutto, ancora, dei guadagni del mais dell’anno scorso.

Accanto ai silos l’essiccatoio, con cui Jim essicca il mais che acquista dagli agricoltori della Contea, per il proprio allevamento e per rivenderlo, e il capannone per i concimi, con il grande apparecchio per comporre principi diversi nella miscela dal titolo richiesto dal cliente, l’ultimo articolo delle operations di mister Mullinix. Al margine delle installazioni commerciali i grandi paddoks per l’ingrasso dei bovini. Jim acquista i vitelli, di genealogia diversa, Aberdeen Angus, Charollais, Hereford, in Virginia, al peso di 700 libbre ( 315 chili), li ingrassa con il proprio mais e con sottoprodotti industriali, residui della trasformazione dell’arachide e della tostatura del caffè, secondo un programma che, all’aumento del peso, prevede tre diete diverse, li rivende quando hanno raggiunto 1.150 libbre (525 chili). Ingrassare vitelloni alle porte di Washington comporta svantaggi e vantaggi, spiega il mio ospite: nel clima più freddo e più umido, un bovino non cresce, ogni giorno, quanto cresce al clima caldo e asciutto del Texas, dove l’incremento quotidiano è di 2,7 libbre, contro le 2,5 che si può realizzare in Maryland. Ma in Maryland il mercato dischiude le porte appena si aprano i cancelli dell’azienda: tutti i suoi vitelloni sono venduti sul mercato di Washington, più di uno a privati, che incaricano un macellatore di preparare la mezzena che amano conservare nell’immenso freezer di casa.

Credo di poter dedurre che allevare vitelloni, nella contea di Howard, è attività economica che riservi a chi la pratichi splendide soddisfazioni. Mi sbaglio, spiega il mio ospite: salendo alle stelle il prezzo del mais, quello della carne è crollato: un chilo di vitellone vale solo l’equivalente di sette chili di mais: per molti il segno che conviene vendere il mais anziché trasformarlo in carne. Può produrre carne chi sappia servirsi con oculatezza dei mercati a termine: oltre che mais e soia al Board di Chicago si può acquistare e vendere a termine carne di suino e di bovino. Prima di comprare cento vitelli in Virginia Jim controlla le quotazioni della carne di bovino a sei mesi, verifica quanto potrà ricavare dagli animali che intende acquistare, computa, ai prezzi attuali, il costo degli alimenti: se tra costi e ricavi sussiste un margine, anche modesto, compra i vitelli e li rivende, al peso che avranno acquistato al termine dell’ingrasso, con un contratto a sei mesi. Se il prezzo della carne fosse aumentato, tra sei mesi, avrebbe rinunciato ad un guadagno, ma se quel prezzo fosse calato chi avrà acquistato la sua carne, speculando, lo ripagherà della differenza che avrebbe costituito la sua perdita. Il mercato a termine consente di lavorare con sicurezza, non consente di guadagnare: coprendo la parte prevalente delle spese previste per il ciclo di ingrasso Jim può scommettere sul rialzo del prezzo per una parte degli animali. Se il prezzo salirà avrà guadagnato, se scendesse la perdita non sarebbe tale da compromettere il suo bilancio.


Latte e tacchini


Dieci miglia tra boschi, villaggi residenziali e campi di mais e la mia guida mi introduce, a Fulton, nell’azienda di mister Ellsworth, che, con tre figli su 900 acri, 360 ettari, alleva 150 Frisone, libere in un grande paddok a fianco della vecchia stalla a poste fisse, utilizzata, ormai, solo per i vitelli. Quello degli Ellsworth fa parte dell’aristocrazia dell’allevamento americano, come quello dei professionisti del latte di ogni paese l’ufficio aziendale è un piccolo museo di targhe, fotografie, diplomi. Gli animali dell’azienda fanno parte degli 850.000 capi di cui il computer di un organismo nazionale registra genealogia, alimentazione e produzione. Ogni mese l’azienda invia i dati del periodo trascorso, riceve un tabulato in cui tutti i parametri sull’efficienze e sulla redditività dell’allevamento sono comparati alla media dell’insieme delle aziende controllate. Prova che quelle aziende sono l’avanguardia dell’allevamento americano la differenza tra la media produttiva dei loro animali e la media nazionale, una differenza di 14.000 libbre.

Oltre alle Frisone, gli Ellsworth allevano tacchini, che, in ossequio alla più sacra delle tradizioni americane debbono essere pronti tra il giorno di Thanksgiving e quello di Natale. I grandi volatili sono mantenuti parte in recinti, parte in gabbie di costruzione casalinga, il costo dei ricoveri è praticamente insussistente, mentre è realizzato secondo i canoni più rigorosi l’impianto di macellazione, un apparato perfetto impiegato per pochi giorni all’anno: ma, come mister Mullinix vende mezzene agli impiegati del Pentagono con villetta tra i boschi del Maryland, gli Ellsworth vendono il tacchino natalizio a funzionari ministeriali non meno disposti, per la gioia di acquistare il fatidico tacchino direttamente “dal contadino”, a pagare quanto un grossista non pagherebbe mai. Ma per vendere il tacchino al dirigente ministeriale bisogna macellarlo, e per macellarlo bisogna rispettare tutte le regole.

Visitato il locale di macellazione mister Ellsworth ci riconduce all’ufficio che consacra le glorie familiari, dove, in onore del funzionario dell’Extension Service e dell’ospite italiano mistress Ellsworth ha preparato una piccola colazione, una colazione emblematica dell’ospitalità americana: sandwiches, formaggio e salume, tutto preconfezionato, latte e caffè. Tra un sandwich e un sorso di caffè chiedo al nostro ospite delle campionesse immortalate nelle immagini appese alle pareti di legno, fino a quando, vuotata la tazza di caffè, mister Ellsworth ci congeda lasciando che ad intrattenerci, mentre consumiamo l’ultimo boccone di formaggio, sia la moglie. Lo rivedremo, risalendo sull’auto, correre verso i campi sul trattore: l’agricoltore americano inizia la propria giornata alle cinque, la termina alle dieci, non può perdere tempo. Un allevatore di campionesse deve allontanarsi dai suoi campi per mostre e fiere: a un italiano che non sia venuto per comprare manze o torelli debbo riconoscere che mister Ellsworth avesse dedicato tutto il tempo che la cortesia imponeva di offrire.


IL GIORNALE DI AGRICOLTURA', n. 1, 5 gennaio 1975