Agricoltura del Pianeta/IV

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Nuova Zelanda: carne, latte e lana raccolti dai pascoli

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Nuova Zelanda: carne, latte e lana raccolti dai pascoli
III V


UN’AGRICOLTURA D’AVANGUARDIA NEL CUORE DEL PACIFICO

Esiste un nuovo mondo della zootecnia, gli Stati Uniti, culla dell'allevamento dei concentrati e dell'azoto. Ma esiste anche un'isola della zootecnia degli antipodi, dove gli animali vivono dell'erba cresciuta alla pioggia e al sole.


Tillitere forestal experimental Farm, Nuova Zelanda, foto A. Saltini 1982, Archivio Nuova terra antica


Prati agli antipodi

È tanto lontana che il viaggio impone la prova più dura allo spirito più rassegnato alle lunghe ore di volo, alle attese negli scali intermedi, ai controlli doganali e fitosanitari, per i quali, nel timore di importare qualche parassita esotico, detiene il primato mondiale della pignoleria. È tanto bella, i pascoli di smeraldo, i laghi azzurri, le nevi candide, che la bellezza rischia di trascolorare nell'oleografia. È abitata da gente tanto cortese, nei suoi costumi fermi all'età di Vittoria, che i dinners traboccanti di convenevoli possono alla fine divenire insopportabili.

Eppure a chi eserciti la professione di osservatore di metodologie e circostanze connesse alla produzione e allo scambio di alimenti, la Nuova Zelanda propone la scoperta di una verità che nella comparazione con caposaldi delle metodologie agronomiche imperanti negli Stati Uniti e in Europa può apparire sconvolgente: che carne e latte si possono produrre sui prati, come derivati del cotico erboso, che le proteine animali si possono produrre con l'erba, di cui basta indirizzare la crescita in coerenza alle caratteristiche del clima, provvedendo agli apporti necessari a correggere le carenze chimiche del suolo. Una verità che, protesa a forzare la natura, la nostra tecnologia agronomica ha dimenticato da un secolo, che scopiamo essere il fondamento della pratica agraria di un'isola agli antipodi della nostra agronomia.

Bovini e ovini sono dotati di un apparato di stomaci sviluppatosi nei millenni per trasformare in energia e in proteine alimenti di prevalente natura cellulosica: per millenni l'uomo li ha impiegati per trasformare in carne e latte l'erba, le foglie e la paglia. Fino a quando in Nordamerica un piccolo popolo che aveva conquistato un paese sconfinato cominciò a produrre tanto mais da non poterlo impiegare tutto per i propri maiali, così da essere indotto ad usarlo per alimentare i bovini. I risultati furono prodigiosi. I vitelli mostrarono di crescere, alimentati dalle bionde pannocchie, con una rapidità sconosciuta nelle mandrie disseminate sui pascoli: nacque il feedlot.

Le vacche nutrite con farina di mais si rivelarono capaci di produzioni sconosciute sull'erba: nacque l'allevamento intensivo da latte. E la nuova tecnica di alimentazione dettò la propria legge anche alla fisionomia dell'animale: nelle stalle americane si sviluppò un nuovo tipo di mucca, che in alcuni decenni sarebbe diventata un'autentica macchina biologica per trasformare carboidrati concentrati in caseina, grasso e lattosio. E quando l'Europa avrebbe seguito gli Stati Uniti sulle vie del welfare state, per esportare mais l'America le avrebbe insegnato la tecnologia del feedlot, le avrebbe venduto la propria macchina per produrre latte. Spiegando ai nuovi adepti della tecnologia del mais che tanto la dieta del baby beef quanto quella della Frisona potevano essere integrate con foraggi ricavati dal mais e dal loietto: bastava dare alla terra dell'azoto, tanto azoto.

A stilare il bilancio energetico delle produzioni agricole non aveva ancora pensato nessuno, e fino a quando la crisi energetica non. ne avrebbe imposto la necessità, il sistema zootecnico dell'azoto e del mais sarebbe stato additato come l'ultima frontiera del progresso agronomico.

Un'isola d’erba

La rivoluzione agronomica dell'azoto e dei mangimi concentrati non è mai arrivata in Nuova Zelanda. A differenza dei coloni che negli stessi anni occupavano la prateria del Mississippi, i settlers olandesi, tedeschi, scozzesi e irlandesi che alla fine dell'ultimo quarto dell'800 incendiavano le foreste di felci delle due isole scoperte da Cook per trasformarle in pascoli non avrebbero visto sorgere sui lembi della terra conquistata agglomerati dell'industria manifatturiera, affamati di carne e di latticini. La destinazione dei loro prodotti, lana e burro salato, fino al primo vapore che aprì, nel 1882, l'era dei trasporti di carne congelata, sarebbero rimasti i docks di Londra, distanti più di quindicimila miglia, il cuore annonario della capitale di un impero i cui governanti avevano incluso il rifornimento alimentare al costo più basso tra le regole supreme della condotta politica. Per vendere carne a Londra bisognava poter vendere a prezzi competitivi, quindi produrre ai costi più bassi.

Fu per adempiere a questo imperativo primordiale che i coloni della Nuova Zelanda svilupparono procedure di produzione capaci di trarre dalla natura tutto ciò che essa era in grado di fornire col minor impegno possibile dell'industria umana. Quindi senza alcuna concessione a tecnologie che per accrescere la produzione aumentassero anche i costi. E quelle metodologie hanno sviluppato, nel tempo, con l'apporto delle due efficienti facoltà di agraria sorte nel Paese, fino a farne, a trent'anni dalla conversione della zootecnia europea ai canoni dell'azoto e del mais, a dieci dall'inizio dell'era dell'energia costosa, un modello che si propone al confronto di tutti gli allevamenti del globo.

Un modello che suscita sorpresa e incredulità nell'osservatore che visiti le aziende neozelandesi e osservi quanto lo circonda con i condizionamenti psicologici delle grandi zootecnie occidentali: gli spazi sono ampi come negli Stati Uniti, il bestiame é quello dell'Inghilterra, ma l'unica costruzione aziendale é la sala di mungitura nelle aziende che producono latte, una baracca di legno per tosare le pecore in quelle che allevano ovini. Al loro fianco un silos primordiale e una tettoia per il fieno: di dimensioni addirittura irrisorie, secondo i parametri europei e americani, rispetto all'entità del bestiame allevato. Un piccolo trattore da 40 cavalli, per cento-duecento ettari, e una jeep per visitare il bestiame nei recinti.

Se interrogate l'uomo che vive di quel bestiame vi spiega che possiede un piccolo aratro e un erpice in società con un cugino che sta a qualche chilometro di distanza. E se gli chiedete quali siano le sue spese di produzione, vi stupirete della serietà con cui vi spiegherà che la voce più gravosa è l'acquisto del fosfato, l'unico input necessario a sostenere la produttività di un sistema biologico nel quale l'azoto per le graminacee lo produce il trifoglio. Salvo chi abbia comprato la terra con un mutuo cinque anni fa, e più che della spesa per il fosfato debba preoccuparsi dell’accumulo degli interessi. Che non costituiscono, propriamente, un costo di produzione. Al secondo posto le spese di risemina dei prati, quando sia necessario: ma nelle condizioni di crescita dei prati neozelandesi la risemina si esegue entro intervalli alquanto ampi.

Il vostro stupore si tramuterà in incredulità quando il vostro ospite vi proporrà i dati della produttività della sua terra, che in Nuova Zelanda si misura in quintali di burro, o in quintali di agnello, per ettaro di prato. Che toccano valori ingenti, pari a quelli che in Europa e negli Stati Uniti si raggiungono con input di entità incommensurabile con le grandezze neozelandesi.

Tra i pascoli australi

E i costi di produzione degli agricoltori della Nuova Zelanda si adeguano alla natura della terra: sostanzialmente contenuti nella media, si contraggono drasticamente sulle terre che non consentono che produzioni marginali. Le due isole che costituiscono il Paese, complessivamente 268.000 chilometri quadrati, sono creature della grande faglia vulcanica del Pacifico, emerse dal mare per la forza di eruzioni primigenie. Della propria origine conservano i caratteri inconfondibili nell'assetto montuoso, grandi catene, altopiani, vallate separate da rilievi poderosi, e nella natura dei suoli, costituiti da depositi vulcanici o sedimentari di tessitura generalmente alquanto sabbiosa.

Poste alla latitudine caratteristica dei climi temperati, sono lambite alternativamente dai venti dell'Equatore e da quelli del Polo, che si rifrangono fra le catene montuose e tra le valli interne distribuendo in modo assai ineguale l'umidità che trasportano. Se su alcune piane costiere le precipitazioni superano i mille millimetri, e la loro distribuzione consente il lussureggiare della vegetazione durante tutto l'anno, sugli altopiani più interni si riducono a meno di cinquecento millimetri, per di più male distribuiti.

Suoli sciolti e piovosità regolare costituiscono le condizioni ideali per lo sviluppo rigoglioso e costante della vegetazione spontanea. I primi coloni, che per la propria sussistenza intrapresero anche la coltivazione di grano, mais e patate, si accorsero che la via più semplice e più proficua per sfruttare la nuova terra era trasformare il mare di foreste in un manto d'erba da convertire in lana, tra tutti i prodotti dell'allevamento quello più facile ai lunghi trasporti. E una terra lussureggiante di felci giganti fu convertita in una copia della Scozia, un’unica distesa di prati. Dovettero però verificare, dopo qualche decennio di sfruttamento, come, su quelle terre sabbiose, esaurita la riserva di elementi chimici restituiti al suolo dalla foresta che avevano bruciato, quei pascoli decadessero, e per protrarne la produttività appresero a fornire ai loro prati un apporto costante di fosforo e di potassio, cui i primi ricercatori del paese si accorsero di dover aggiungere una serie di microelementi la cui dotazione era altrettanto difettosa. Siccome la loro distribuzione comporterebbe l'impiego di quantità ingenti, oggi essi vengono assicurati al bestiame direttamente per iniezione.

Trifoglio e loietto

Tra il suolo e gli animali il termine intermedio è costituito dall’erba: per ottenere la crescita più abbondante e più economica dell’erba gli agricoltori e i ricercatori della Nuova Zelanda hanno messo a punto metodologie semplici ed efficienti, fondate sull'impiego della più ampia gamma di specie foraggere, così da corrispondere alla natura di ogni terreno, e da assecondare le caratteristiche climatiche di ogni regione del Paese.

Fondamento della foraggicoltura neozelandese, due specie di origine europea, il loietto e il trifoglio bianco, selezionati fino ad ottenerne decine di ceppi diversi: nei cataloghi dei produttori di sementi del paese trovate trifogli bianchi a crescita primaverile, a crescita estiva e a crescita autunnale. Con l’opportuno dosaggio è possibile ottenere da un prato foraggio di leguminose durante tutto l'anno. Insieme al foraggio il trifoglio produce l'azoto necessario allo sviluppo delle graminacee. Stabilite le associazioni ideali, la loro persistenza è tale che il ripristino si impone ad intervalli di lunghi anni: tutti i testi di agronomia insegnano che se ad un prato si somministra solo fosforo le leguminose che vi sono presenti godranno di una longevità lunghissima. Seminandole nella combinazione che ne assicuri la crescita per tutto l'anno, l'azoto che esse forniscono alle graminacee tocca, nei prati neozelandesi, quantità persino superiori ai 200 chilogrammi per ettaro, quanto occorre per lo sviluppo più abbondante del loietto.

Negli istituti universitari del Paese i genetisti sono impegnati verso due grandi mete: creare trifogli capaci di crescere con minori disponibilità di fosforo, trasferire nel trifoglio bianco i geni che assicurano resistenze ai parassiti prelevati da altre specie della famiglia.

Dell'erba che producono, secondo gli stessi canoni di computo, gli agricoltori neozelandesi commisurano la trasformazione in burro, in lana, in carne di bovino, di agnello o di cervo, l'ultima specie il cui allevamento ha preso piede nel paese, come bovini e ovini anch'esso un ruminante, oggetto di un'attività economica che conosce uno sviluppo rigoglioso.

Vacche da burro

Il burro è il termine di misura delle produzioni lattiere delle due isole, per capo e per ettaro: ci interessa quanto riusciamo a produrre di sostanza solida, non l'acqua in cui essa è dispersa, proclamano unanimi allevatori e ricercatori, i quali sottolineano che il piano di selezione varato nel 1953 fu impostato sulla produzione di burro. Trascurando qualsiasi altro parametro i risultati sono stati prodigiosi, come dimostrano i 0,9 chili di burro prodotti in più ogni anno da ciascuno dei due milioni di mucche allevate nel Paese.

Un successo che anima un compiacimento che rivela il proprio significato paradossale nella filosofia produttiva di un paese proteso alla conquista dei mercati di esportazione, sui quali il burro non rappresenta, oggi, che motivo di liti tra esportatori di surplus A rilevare la contraddizione i vostri ospiti riconoscono che forse in futuro bisognerà trasformare i parametri convenzionali dell'allevamento da latte eleggendo le proteine a metro di valutazione, ma confessano che la conversione del linguaggio di allevatori educati a considerare il burro il primo obiettivo del loro lavoro sarà alquanto lenta.

Nato per produrre burro da inviare a Londra, l'allevamento bovino neozelandese fu, dalle origini, allevamento di Jersey: due minute jersey erano in grado di ricavar dalla stessa erba più burro di una pesante Frisona. Poi la selezione della Frisona portò alla creazioni di un ceppo nazionale con una produttività in materia grassa significativamente più elevata di quella dei ceppi americani ed europei, e per la Jersey cominciò li stagione del declino.

Adesso, di fronte alle difficoltà sempre più gravi a vendere burro sui mercati inondati da eccedenze, il lavoro è da ricominciare dall’inizio. Con l’obiettivo di esportare meno burro e più formaggio, che non ha mai costituito caposaldo merceologico delle grandi industrie di trasformazione del latte, che esportano grandi blocchi di anonimo Cheddar, un'arma non particolarmente efficace per la penetrazione sui mercati più ricchi. Tra le industrie casearie del Paese qualcuna si sta cimentando in produzioni più raffinate, che imitano i moduli francesi e italiani. Durante il mio viaggio tra le due isole più di una volta, durante dinners opulenti di carni, mi sono stati offerti cubetti di cagliata a metà tra Cammanbert e Certosa. Tutt'altro che sgradevoli.

La mezzadria del latte

Visito una tipica azienda a indirizzo lattifero a Tatuanui, mezz'ora d'auto da Hamilton, nell'isola settentrionale. La strada dal capoluogo attraversa un'unica distesa di prati lussureggianti, a metà ottobre, nel rigoglio della primavera australe. Hamilton è alla stessa latitudine di Ragusa, su un'isola del Pacifico cui l'oceano assicura regolarità e abbondanza di piogge. Le siepi di biancospino fiorito tra i grandi pascoli ricordano le scenario inglese: i piccoli aranci carichi di frutti nelle aie delle fattorie infrangono ogni analogia nordeuropea. Il clima della Nuova Zelanda, e lo scenario che esso plasma, non ha eguali in Europa.

Trevor e Linda Peek, ventitre anni ciascuno, allevano 124 vacche su 75 ettari ai pascoli. Proprietario della terra è Jack Peek, padre di Trevor, che si è ritirato dal lavoro lasciando la terra al figlio. I loro rapporti sono regolati secondo il contratto più comune nelle aziende neozelandesi coltivate da chi non sia proprietario, il contratto di sharemilking, letteralmente mungitura in società: l'uso della terra viene remunerato versando al proprietario metà del valore del latte.

Le vacche sono di Trevor, che le ha avute dal padre come compenso per il lavoro svolto in azienda fino al giorno in cui questi ha deciso di ritirarsi. Prima l'acquisto delle vacche come compenso del lavoro, poi la mezzadria del latte: quella di Trevor è la strada maestra attraverso la quale in Nuova Zelanda passano tutti i giovani che vogliono diventare imprenditori agricoli. Il contratto conosce una pluralità di varianti, tanto nell'oggetto, che oltre alla terra può consistere anche nel bestiame, quanto nelle percentuali del riparto.

In passato tutti i giovani allevatori a mezzadria riuscivano, lavorando duro, a diventare proprietari: l'abbondanza di terra, l'alta produttività dei pascoli, la domanda di prodotti caseari sul mercato internazionale formavano un contesto economico nel quale chi aveva voglia di lavorare poteva diventare padrone. Bastava chiedere a una banca il denaro necessario scegliendo il momento giusto per il grande balzo. Se il mutuo era commisurato alle capacità dell'allevatore e dei suoi animali, la terra si pagava da sola. Adesso nel gioco sono entrati elementi finanziari che lo hanno alterato: il mercato internazionale dei prodotti lattieri sta attraversando un momento non propriamente felice, trainati dall'inflazione, i tassi di interesse sono saliti anche in Nuova Zelanda. La forbice rende sempre più difficile un'operazione che ha portato alla proprietà della terra migliaia di agricoltori. Trevor e Linda contano, comunque, di farcela ancora; il loro progetto è di aggiungere alla terra di famiglia un'altra azienda, per raddoppiare il numero delle mucche.

Le quali sono Frisone e incroci Jersey, e producono 330 quintali di burro: 4,4 quintali per ettaro, 1,5 quintali per capo. Nessun allevatore neozelandese fornirà mai il dato della propria produzione in termini di latte. Facendo il computo secondo le medie nazionali, le mucche di Trevor e Linda producono 31,4 quintali di latte ciascuna. Può apparire un dato modesto di fronte alle vette americane ed europee: ma ai loro animali i Peek non somministrano un solo chilo di sfarinati. Si preoccupano di produrre del buon foraggio, curando i propri prati, e regolando il pascolo, mediante la rotazione della mandria nei recinti in cui è suddivisa l'azienda, in modo che il foraggio sia consumato quando la sua capacità nutritiva è più elevata. Ma le loro preoccupazioni per l'alimentazione degli animali si fermano alle caratteristiche dell’erba.

Il gigante caseario

È a pochi chilometri dalla fattoria dei Peek che posso verificare la destinazione più tipica del latte prodotto nelle fattorie dell'isola, visitando l'impianto per la fabbricazione di latte in polvere e formaggio di Waitoa della New Zeeland Cooperative Dairy Company Limitated, la maggiore industria lattiera del Paese, 4.700 soci, 6 impianti per il latte in polvere, 4 per la produzione di burro, 3 per la caseina, 2 per il formaggio, l per il latte condensato.

Salgo con i miei ospiti un numero indeterminabile di rampe per raggiungere il piano di immissione del latte nei cilindri di polverizzazione. Ridiscendiamo, fiancheggiando la parete di uno dei grandi apparecchi, fino a raggiungere, a livello del suolo, l'apparato di condizionamento della polvere che, ancora tiepida, viene racchiusa in sacchi di carta ricavati dalle grandi pinete delle due isole.

Una rapida escursione nello sconfinato magazzino dove è stivato, decine di migliaia di blocchi, il formaggio prodotto dallo stabilimento. Chiamano il soggiorno, trenta giorni, stagionatura. Davanti a un vassoio di cubetti di giallo Cheddar il direttore, mister Haggie, mi fornisce alcuni dati sul complesso. L'impianto di Waitoa è l'ultima creatura della società lattiera neozelandese: è stato ultimato l'anno scorso completando un investimento di 50 milioni di dollari neozelandesi (circa 50 miliardi di lire). Con l'entrata in funzione del nuovo stabilimento la società ha raggiunto un volume di produzione di 20 milioni di ettolitri, dal quale ricava 95.000 tonnellate di burro e grasso anidro, 22.000 tonnellate di formaggio, 144.800 di latte in polvere, 14.000 di caseina. Il tenore medio del grasso nel latte raccolto dai soci nel 1981 è stato di 4,77: un dato che per l'entità della produzione della cooperativa, coincide alla media del Paese.

La base per il pagamento dei conferenti, è rappresentata dalla materia grassa, alla quale la società ha assicurato un compenso base di 268 centesimi al chilo all'inizio dell'anno, cui si sono aggiunti, a seguito di provvedimenti di sostegno governativi, 45 centesimi alla fine dell'anno. Il dato consente di desumere l'entità della produzione vendibile di un'azienda neozelandese: il valore della produzione dei Peek, ad esempio, che consiste in 330 quintali di grasso, al prezzo liquidato della cooperativa risulta di 103.000 dollari (circa 103 milioni di lire), al quale va aggiunto il valore dei vitelli. Considerando che l'unico costo vivo è, praticamente, l'acquisto dei fosfati, oltre al pagamento dell'energia elettrica che aziona la mungitrice e alle spese veterinarie, la situazione economica dei produttori di latte neozelandesi non appare drammatica quanto lamenta qualcuno dei responsabili agricoli del Paese: la controprova può trarsi dalla constatazione che se le difficoltà hanno spinto alla riduzione, nell'ultimo anno, del numero dei capi, calati del 16,4 per cento, ma il fenomeno in Nuova Zelanda si registra regolarmente ad ogni stagione siccitosa, la quantità di materia grassa prodotta è cresciuta del 2,5 per cento.

I dati del bilancio e degli investimenti della società di cui sono ospite offrono una molteplicità di conferme di una situazione estremamente dinamica, in cui le difficoltà sono tanto pressanti da suscitare conversioni e reinvestimenti, ma non tanto gravi da impedirne la realizzazione: il nuovo impianto ha consentito l'aumento delle capacità ricettive di 3,2 milioni di ettolitri, equivalenti alla produzione cioè di 47.000 capi in più, che si è tradotto in un aumento dei ricavi di 1.144 milioni di dollari: un aumento del 31 per cento rispetto all'anno precedente. L'aumento del valore delle vendite è tanto maggiore dell'incremento della produzione da lasciare sussistere una differenza positiva rispetto al tasso di inflazione, che in Nuova Zelanda corre sul 15,5 per cento.

Un'attività produttiva in difficoltà, quindi, che alle difficoltà è ancora in grado di dare risposte positive. Fino a quando la lotta dei giganti lattieri del globo, Usa e Cee, non sarà tanto violenta da schiacciare, gettando sulla bilancia il peso di capacità finanziarie incommensurabili, l'industria del latte di un piccolo popolo di agricoltori che trasforma in burro l'erba di due isole verdeggianti nel cuore del Pacifico.

Da TERRA E VITA n. 7, 19 febbraio 1983