Alcune lettere familiari/Al medesimo XI

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al medesimo.


Gran piacere hammi fatto V. S. col ben ricapitare la lettera del signor Agostino Pinelli, il quale mi ringraziò nobilmente di un dono che per verità non gli donai. Cercherò bene tra' fogli se avorò cosa non indegna da farsi leggere, acciocché chiunque leggerà sappia che io fui conosciuto e conobbi questo sì gentil giovine. Vengono le Egloghe non affatto da disprezzare, quando consideri che si composero per onorare e dar nome alla villa; ed a dame e cavalieri basta quella sciocchezza rappresentata per farli ridere. A chi si diletta di poesia forse potrà dar diletto la favella tanto dimessa quanto chiamala il personaggio, nel che fa stimalo sovrano Teocrito. I Latini troppo si sollevarono; i Toscani non sempre tennero uguaglianza, dico del Sannazaro; i Padovani furono eccellenti; ma usano la favella con la quale non iscrivesi. Ora qualunque chi siam elle se ne vengono, ed io per cotal modo vado smorbando il mio erario. Siamo sul fine delle vendemmie con caldi estremi, i quali ci promettono pioggie, dietro le quali doveranno venire le tramontane col freddo, ed io mi vado apprestando al verno ed al vivere incarcerato nel mio alberghetto. Ben potrebbe essere che non potessi schifare un viaggio, e venire a trovarvi. Il desiderio mi tira, ma d'altra parte le stanze costì sono troppo signoreggiate dall'aria fredda, ed io averci bisogno di un forno. Tuttavia io non ho cerio nessuno pensamento, e discorro meco, che ciascuno ha la sua sorte assegnata. Io sono confinato in patria, ove veramente non meno la vita volentieri; ma dimorare in Genova io non posso, essendo obbligato alla casa qui in patria: sicché durum, sed levius fit patientia quid quid corrigere est nefas. E però diamoci al bere fresco. Bacio le mani agli amici, e faccio riverenza alle mie signore.

Lì 4 d'Ottobre, 1635.