Andrea Doria/L'Uomo/4

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L'Uomo
Capitolo 4

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Come tutte le grandi figure della Storia, anche Andrea Doria ebbe esaltatori numerosi e numerosi detrattori. La sua grande azione a vantaggio di Genova, la liberazione della città, e la nuova legge che le diede la forza e la vita per altri tre secoli, venne considerata, da una parte, come azione completamente negativa: cambiamento di padrone, più che liberazione; limitazione di libertà, limitazione delle possibilità di giungere al potere, ristretto in poche mani. In altri termini, tirannia, oppressione di un gruppo di oligarchi sull’intera città.

Ma, evidentemente, coloro che così ragionarono rifacendo in seguito la cronaca di quel tempo, avevano dimenticato che i fatti e gli avvenimenti della Storia come gli uomini che nella Storia agiscono, devono essere inquadrati nei loro tempo, e giudicati come espressione del loro tempo. Nessun uomo e nessun fatto può estraniarsi da questa realtà indiscutibile: il suo tempo.

La parola sacra «libertà», poi, della quale tutti gli uomini e tutte le parti si fanno un idolo, appunto come gli idoli non è una sola, ma tante. Ognuno vede il suo idolo - la libertà - fatto in quel modo, e non può ammettere che il suo vicino adori invece quell’altro idolo, che ha lo stesso nome, ma che è fatto in modo diverso. C’è l’idolo con le braccia lunghe per abbracciare tutto, c’è quello con le braccia più corte, e quello senza braccia. Sempre idolo è, sempre libertà: ma assume aspetti diversi.

Con originale visione, rese questo stesso concetto il poeta Mario Maria Martini in una sua alata celebrazione di Andrea Doria, venti anni or sono. Disse, il poeta: «Voi sapete, o Signori, che il mito della Libertà è come l’ombra dell’uomo nel cammino della vita; un’ombra che si deforma a seconda del passo, del movimento delle braccia e della configurazione, del terreno. Ogni uomo ha la sua ombra sulla sua strada, ed hanno la loro nella Storia, ogni atto ed ogni pensiero. Cogliere, codesta ombra in esatta misura con l’oggetto riflesso varrebbe lo stesso che fotografare esattamente non dico la realtà, ma la verità. Lo storico più coscienzioso ed obiettivo non riesce a tal segno».

Poiché non è possibile «fotografare» questa verità capace di definire il mito della Libertà, non rimane che riportarci per quanto ci permettono le nostre cognizioni, al periodo nel quale il nostro personaggio ha operato a pro’ della libertà di Genova, e rapportare la sua azione a quel momento storico.

Francesco I, che a Pavia tutto avea perduto «fuorché l’onore», uscito di prigionia ricominciò la sua lotta contro l’Imperatore. Presso di lui, Andrea Doria, pur essendo al suo servizio, insiste perché Savona non sia tolta a Genova, com’è nei disegni del Re, ma non riesce ad averne una risposta: anzi il malanimo francese verso Genova si inasprisce vieppiù. Dinanzi a ciò, il Doria abbandona Francesco I e i francesi, e, indignato contro il loro continuo mancar di parola e di generosità nei riguardi della sua città, accetta le proposte di Carlo V, che servirà poi per tutta la vita e del quale avrà l’amicizia e l’ammirazione: e la gratitudine, anche. Il rifiuto dato dall’ammiraglio, in quell’occasione, alla offerta della corona di Genova è prova sicura della mancanza in lui di personale ambizione, e avrebbe dovuto far molto pensare i suoi detrattori.

Ma costoro insistono: non fu vera liberazione se alla odiata protezione francese, si sostituì la, sia pur benevolente, protezione imperiale. Intanto è bene precisare che l’Imperatore, fiducioso nella lealtà del Principe, considerava Genova come una sicura amica, da aiutare e da proteggere, e alla quale chiedere, quando occorreva, qualche aiuto, nelle gloriose vicende della sua storia conquistatrice. Genova era padrona della sua libertà, senza obblighi di sorta.

Carlo V di Absburgo, re di tutte le Spagne, imperatore di Germania, poteva dire con ragione che non tramontava mai il sole sui suoi dominii; e si sentiva veramente il padrone del mondo nonostante l’opposizione fierissima di Francesco I al suo titolo imperiale. Nell’Italia teneva saldamente il dominio: non era perciò possibile uscire dalla sua zona di influenza. Volgersi contro di lui si poteva solo accettando un altro protettore: il Valois. Non c’era possibilità di altre soluzioni.

Dei due corni del dilemma - Spagna o Francia - nel momento decisivo Andrea Doria scelse quello che gli parve più favorevole alla sua patria: tra il deprecato bastone francese, che aveva dato tante tristi prove di sé, lasciando ai genovesi un ricordo e un’ostilità non facilmente cancellabili, e la protezione offerta da Cesare, che permetteva alla libera Repubblica di vivere e di respirare nell’evolversi dei nuovi Statuti, sotto la guida saggia del Padre della Patria, Andrea Doria scelse la seconda. E ai posteri che giudicano secondo la fredda risultanza storica, e che non sono premuti dagli odii e dagli amori dell’epoca, la scelta non può non apparire saggia.

Fu, dunque, vera liberazione: fu vita nuova veramente. E giudice migliore di tutti fu il popolo genovese che - benché stremato dalla pestilenza e dalle continue lotte - subito decretò al Liberatore i massimi onori: il popolo genovese che, sollecitato poi alla rivolta nella tragica vicenda del Fiesco, non rispose al pericoloso appello.

Lo storico fiorentino Bernardo Segni, contemporaneo di quegli avvenimenti, riporta nel 20 libro delle sue Istorie fiorentine (Livorno, 1830) un colloquio interessantissimo tra Luigi Alamanni e Andrea Doria, a lui riferito dallo stesso Alamanni, devoto amico del condottiero genovese. Parlando del «colpo di stato» il poeta fiorentino chiese al Doria s’egli veramente credesse di aver agito bene nei riguardi del sovrano francese, e non si sentisse verso di lui colpevole di tradimento: se insomma egli ritenesse di aver agito in stato di purezza o, come insinuavano alcuni, per il proprio tornaconto. Il Doria non rispose subito, ma poi, pacatamente, disse che troppo bello sarebbe il poter compiere atti di tale importanza senza suscitare il sospetto di aver agito per basso tornaconto. «Il sovrano francese non aveva agito nei miei riguardi in modo ne corretto né amichevole: ma ben più gravi erano le sue colpe verso la mia città, che voleva tenere in suo potere, col pensiero non tanto segreto di incorporarla nel regno di Francia». Per merito della sua azione, la Repubblica era libera, non era più minacciata da tale grave pericolo: e questo, egli aggiunse, bastava a giustificare ogni sua azione, di fronte alla sua coscienza e di fronte alla Storia. Davanti a tanta serenità, a dispetto dei pochi detrattori, la storia ha preso atto delle sagge intenzioni del condottiero, e ha sanzionato la purezza e la grandezza dell’opera sua.