Andrea Doria/L'Uomo/5

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L'Uomo
Capitolo 5

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L'Uomo - 4 La Vita

Una sicura prova dei sentimenti dell’Imperatore verso Genova, e soprattutto di quelli con i quali operò Andrea Doria, si ha da alcuni preziosi documenti facenti parte dell’archivio reale spagnolo di Simancas, pubblicati per la prima volta in Italia nel 1868 a cura della Società di Storia Patria (Documenti ispano-genovesi dell’archivio di Simancas, ordinati e pubblicati da Massimiliano Spinola, L. T. Belgrano e F. Podestà, Genova, 1868).

Il 26 ottobre 1528, in risposta, evidentemente, a una lettera dell’Imperatore diretta ai Genovesi, lettera della quale non si conosce il testo, ma il cui contenuto doveva essere di grande allegrezza per i cittadini di Genova, il Doria così scrive, fra l’altro:

«Sire, ardisco dire che veduta et inteisa che hanno tutti questi signori de la terra la detta littera, in quella parte che tocca el particolare de la Cità, dove si conosce la memoria che Vostra Majestà ne tiene, che così como prima generalmente tutti erano affectionatissimi servitori a quella, al presente ne ha lassato la peste, li sono restati perpetui affectionatissimi servitori et sclavi, et dico tanto quanto li soi proprii sudditi che sono nel core del suo regno di Spagna, et senza alcuna differenza, tal conto si ne può fare; et non tacerò che Dio ha facto evidentissimo miracolo a disponer tanto ben, et unire tante contrarie voglie in uno ponto di questa terra …».

Ma, fedele al proprio carattere e pensieroso più di ogni altra cosa del bene della sua città e della salvezza della libertà per suo merito da quella riconquistata, l’Ammiraglio non si piega supinamente ad ogni imposizione imperiale. E così come drammaticamente si opporrà venti anni dopo all’erezione di una fortezza spagnola nella città, anche al sovrano protettore, pur senza perciò diminuire la propria devozione, egli subito sa opporsi, come appare dalla seguente parte di una lettera che egli indirizza a Carlo V il 30 novembre 1528, per rifiutare l’assegnazione di un ambasciatore non gradito: (Documenti citati).

«Facio ancor intender a V. M. che essendo l’altro giorno comparso qui apresso Don Lape di Soria comissario di quella , per venir Ambasciatore suo in questa Cità, secondo vi ressideva al tempo dei signori Adorni (31 agosto 1523 - 28 novembre 1527, N. d. A.) intendendo questi signori del Governo, et considerando le longhe pratiche da esso Don Lope havute con li prefati signori Adorni, et experientia che ha di tutti i maneggi di questo Stato, farseli non esser conveniente admetterlo per tal rispetto, et tanto più convenendo alla nova refformatione et institutione presa mancar de ogni umbrezza e gelosia che possa prejudicare alla presente quiete, et cussì fino allora per parte de li prefati signori et mia scrissi et supplicai lo Ill.mo S. Principe (forse il principe d’Orange, N. d. A.) con ordine del qual era venuto, fosse contento, se pur considerava servicio di V. M., com’anche a me par convenire, la residenza de un suo ambassadore qua, destinarli qual si volesse altra persona, pur che mancasse di queste tal pratiche et suspicione che si presupongano nel prefato Don Lope, per che sarebbe, com’è debito, acceptato di singolar gratia chi. E’ parso debito farne noticia a V. M. ad ciò non resti maravigliata di tal insistentia, suplicando ancor lei si degni, volendo tener Ambassadore suo qua, provederli, com’è detto, d’altra persona, perchè oltra che si farà el servicio suo, satisfarà anche mirabilmente al viver di questa Cità, et li darà ad intender volerla conservar in quella libertà, che s’è degnata metterla... ».

Nessun documento meglio di questo può comprovare la dignitosa fermezza dell’Uomo che aveva in mano le sorti di Genova: parole chiare, dette con tutta la riverenza, ma senza possibilità di dubbio né di equivoche interpretazioni.