Anime allo specchio/La serena ignoranza

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La serena ignoranza

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L’opinione degli altri Un piccolo segreto

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LA SERENA IGNORANZA.

Reduce dalle grandi capitali europee, dove aveva lungamente vissuto la vita libera ed intensa del gaudente ozioso, il marchese Emanuele Atris, bell’uomo fra i quaranta e i cinquant’anni, andò a ritirarsi temporaneamente per ragioni di salute e per ragioni d’economia, in una sua assai confortevole villetta al centro di una grande tenuta agricola che dalla morte di suo padre, avvenuta quattro anni innanzi, egli non aveva mai più visitato.

Vi trovò mutate molte cose: la casa soffocata dall’assalto sempre più invadente della vite vergine, il viale di meli fatto piantare da suo padre cresciuto e tutto in fiore e i cavalli più grassi e i cani più magri e finalmente, al posto del vecchio fattore che aveva servito due generazioni, trovò il suo figliuolo maggiore, una specie di gigante barbuto e senza capelli che gli parlava con umiltà, ma [p. 40 modifica]roteando gli occhi sotto le folte sopracciglia con una espressione di ferocia fra comica ed inquietante.

Costui aveva a sua volta parecchi figli, fra i quali una ragazza diciottenne che il marchese Emanuele non aveva mai veduto, cosicchè egli rimase lietamente stupito quando, sul finire della sua prima colazione campestre, gli fu introdotta dal cameriere in sala da pranzo una magnifica fanciulla bionda, dai capelli attorti come il casco d’una Valchiria, la quale gli portava un cestello di fragole appena côlte.

— Tu sei la figlia di Vincente? — le domandò il marchese squadrandola da capo a piedi con quell’occhio da conoscitore che gli serviva per apprezzare una bella donna come per valutare un cavallo di razza od un quadro d’autore. E soggiunse dopo un lungo sguardo ammirativo:

— Come ti chiami?

— Lucia, — mormorò la ragazza fissando le sue fragole per sfuggire all’insistenza di quello sguardo.

— Io ti chiamerò Luce, perchè i tuoi capelli hanno il colore del sole e i tuoi occhi ne hanno lo splendore, — disse ridendo il marchese Emanuele, e intanto s’alzò e venne a piluccare le fragole dal cestello della giovinetta, senza distogliere lo sguardo dalla vivace polpa delle sue labbra. [p. 41 modifica]

— Verrai ogni giorno a portarmi la frutta fresca per la mia colazione; così mi sembrerà più squisita, — le ordinò amabilmente mentr’ella usciva tutta confusa.

E Luce tornò ogni mattina alla tavola del suo padrone portandogli il fresco tributo dei frutti primaverili, ed ascoltando senza talora comprenderle, le lodi ch’egli le prodigava sempre più galanti e sempre più fervide.

Questo durò parecchie settimane senza che egli fosse riuscito ad ammansare o ad ammorbidire la selvatichezza ritrosa della fanciulla; ma un giorno, mentre egli le aveva stretto la testa fra le mani tentando di piegargliela all’indietro per ammirare la linea del suo collo che pareva quello d’una statua greca, ed ella vi si ribellava col volto rosso di turbamento e di vergogna, il suono d’una voce rude e cavernosa li fece volgere entrambi alla porta.

— Signor marchese! — esclamò con forza il fattore Vincente roteando ferocemente gli occhi in mezzo alla sua barba nera, e i cristalli e i fiori della tavola parvero tremare al grido di quella paternità offesa. Solo il marchese restò impassibile e gli spiegò sorridendo:

— Paragonavo il collo di vostra figlia a quello di una statua che vidi recentemente a Roma e davvero vi trovo molte rassomiglianze. [p. 42 modifica]

— Signor marchese! — ripetè Vincente senza muoversi, col viso torvo e la voce irrompente di chi si crede beffato.

E proseguì lento e solenne: — Mia figlia è una ragazza onesta: lo sappia.

— Via, via, e chi ne dubita? — mormorò infastidito e conciliante Emanuele, mentre accendeva con gesto pacato il suo avana.

— Lei, ne dubita, lei, signor padrone, — proruppe l’altro avvicinandosi fino a porgli sott’occhio le sue spalle erculee e le sue mani dure, e con una di queste afferrò la figlia ad una spalla come per scagliarla alla porta: — Tu intanto vattene di qui; la casa del marchese Atris non è il tuo posto, — le comandò rudemente.

Ma Emanuele, pallido, fremente, indignato di tale imposizione, intervenne fra i due. Il suo carattere autoritario e impulsivo insorse veemente. Come mai un villano si permetteva di imporgli la propria volontà? Il suo capriccio doveva essere rispettato a qualunque costo e con gli spiriti intorbidati dall’ira dichiarò fermamente:

— Vostra figlia può rimanere qui; ella è in casa sua. Vi avverto che fra un mese sarà mia moglie.

Allora il fattore Vincente lo considerò un lungo momento sbalordito dallo stupore, quindi allungò una delle sue ruvide mani come per offrirla ad una stretta di riconciliazione [p. 43 modifica]amichevole. Ma il marchese Emanuele Atris sprofondò i pugni chiusi nelle tasche della sua giacchetta e gli intimò calmo:

— Andate pure. Riceverete domani il vostro licenziamento.

• Dopo un mese, nella piccola cappella della sua villa, egli sposava senza pompa la bella figlia del fattore e partiva il giorno stesso per Venezia.

Vestita a Parigi, ingioiellata con sobria ricchezza, pettinata con elegante semplicità, ella portava degnamente la sua corona, anzi ne illeggiadriva la grave nobiltà con la sua trionfante bellezza, con la sua chiara freschezza che sapeva ancora di bosco e di siepe come le piume degli uccellini prigionieri. Emanuele non aveva rimpianto l’impeto collerico della sua imperiosa natura, il quale gli aveva buttato improvvisamente fra le braccia, come moglie e come amante quella piccola campagnuola scontrosa.

La dolce ignoranza di Luce, la sua timidezza pavida, la sua tenerezza appassionata fatta d’amore e di riconoscenza, contrastavano così singolarmente con la statuaria avvenenza della sua persona e con la magnifica serenità del suo volto, che ne veniva al marito [p. 44 modifica]una dovizia di sensazioni nuove squisite e discordanti fra di esse, come il fervore dell’adorazione e l’ansia della tutela, come la ammirazione più esaltata per un atteggiamento pieno di grazia e il più tenero compatimento per una domanda piena d’ingenuità. Nè mai egli si stancava di vivere vicino a quella creatura che aveva un’anima semplice, primitiva e ignara di bambina in un divino corpo di sirena.

L’uomo che veniva da Londra, da Parigi, da Roma, dove le donne ragionavano di problemi sessuali e di voto politico e portavano con disinvoltura il bastoncino ed il monocolo, vivendo ora in solitudine d’amore vicino a quella incolta e trepida giovinetta, la giudicava la compagna più deliziosa e la preda più desiderabile che il suo gusto difficile perchè viziato potesse trovare pei cammini varii del mondo. — Oh quanto preferibile — egli pensava — la serena ignoranza di mia moglie alla saccenteria petulante e loquace di tante donne nuove!

Senonchè, dopo alcuni mesi di questa idilliaca esistenza Emanuele Atris si stabilì con la moglie nella sua casa in città, incominciando ad introdurla nella società ch’egli frequentava, e poichè nessuno ignorava la bizzarra storia di quel matrimonio, il quale aveva particolarmente delusa e indispettita una sorella del marchese, la giovine sposa fu [p. 45 modifica]fatta segno alla meno benevola curiosità delle signore e alla più mordace attenzione degli uomini.

Ella possedeva una sola arma per ferire: la sua bellezza; un solo scudo per difendersi: il silenzio. E non parlava che a monosillabi quand’era interrogata, non pronunziava che brevissime frasi di saluto e di commiato, ma ascoltava con paziente docilità i discorsi altrui più inconcludenti e tediosi, assentendo spesso amabilmente col sorriso e col gesto.

Qualche gruppo d’uomini l’aveva soprannominata «la bella statua»; qualche gruppo di donne «la bella oca». Ma ella lo ignorava e visse tranquilla finchè suo marito che lo seppe non le consigliò per la prima volta con aria seccata di prendere parte alle conversazioni dei salotti ch’ella frequentava per impedire che le si appiccicasse qualche nomignolo insolente.

Ella, nella sua ignoranza degli usi della buona società, non comprese che il fatto era già avvenuto e con la sua mite mansuetudine cercò di porre in pratica le esortazioni del marito.

Ma pochi giorni dopo, la sorella di Emanuele gli capitò in casa all’improvviso, volle parlare con lui solo e soffocando a stento le più ironiche risa gli raccontò che sua moglie era divenuta dal giorno innanzi la favola dei suoi amici i quali andavano ripetendo per la [p. 46 modifica]città una sciocchezza da lei detta, divertendo tutti quanti.

Emanuele ascoltava masticando nervosamente il suo sigaro, e poichè la sorella esitava con sottile perfidia a proseguire, egli la incitò con lo schioccar brutale delle dita.

— Avanti, parla!

— Figurati che ieri, — ella raccontò con finta leggerezza, — mentre prendevamo il the dalla DeDonatis, ella ci mostrò un piccolo idolo cinese che aveva ricevuto ier l’altro in dono da Arrighi il quale, come sai, è il suo amante. Io prendo in mano l’idoletto ed esclamo con entusiasmo: — Oh il piccolo grazioso Budda! — Quindi lo passo a tua moglie che lo guarda un momento, poi dice: — Si chiama Budda questo fantoccino? Anche il nostro medico ha un cane che si chiama Budda. — Ci guardammo tutti senza ridere, ma appena se ne fu andata, immagina quale ilarità si scatenò. La DeDonatis aveva addirittura le convulsioni, tanto si....

— Dunque, — la interruppe il fratello dominando la sua ira, — questo è il fatto e bisogna mettervi rimedio. Domani, anzi oggi stesso mi cercherai una istitutrice per mia moglie.

La sorella se ne andò tutta lieta dell’incarico e l’istitutrice si presentò dopo tre giorni. Era una giovane signora alta e snella, vestita a lutto per la morte recente del marito. [p. 47 modifica]Si chiamava Elena Barchi e disse di appartenere a distintissima famiglia. Difatti aveva due belle mani molto curate ed un volto pallido e fine chiuso fra bande ondulate di capelli neri. Si consultò brevemente col marchese Emanuele che assisteva alla lezione e decise di incominciare subito con qualche nozione di letteratura.

— Senza risalire alle origini della lingua, — ella disse rivolgendosi con un sorriso alla sua allieva che ascoltava tutta confusa, — ci fermeremo al trecento e parleremo oggi di Dante: il Dante giovanile della Vita Nuova più accessibile e più umano di quello della Divina Commedia….

— O voi che per la via d’Amor passate…. — mormorò il marchese risovvenendosi dei suoi lontani anni liceali.

— Attendete e guardate, — proseguì Elena Barchi volgendogli un lungo sguardo, — s’egli è dolore alcun, quanto il mio, grave.

Luce li osservava intimidita, senza comprendere, sbattendo le palpebre come una bambina che lotti col pianto e quando, dopo un’ora e mezzo di dotta conversazione, la sua maestra s’alzò per andarsene, ella sospirò quasi per liberare il suo cuore dal peso dell’angoscia ed attese il momento di trovarsi sola con suo marito per stringersi a lui ed essere un poco confortata. Ma Emanuele guardò l’orologio e disse: [p. 48 modifica]

— Abbiamo un’ora prima di pranzo; accompagno a casa con l’automobile la signora.

Ed uscirono entrambi lasciandola sola.

Le lezioni proseguirono per due o tre mesi senza troppo notevoli risultati nella coltura della giovine marchesa, ma in compenso suo marito ed Elena Barchi parevano accordarsi meravigliosamente in tutte le questioni, comprese quelle di letteratura. Egli assisteva senza stancarsi ad ogni seduta, assicurando che aveva bisogno di rinfrescare la sua istruzione e quasi sempre accompagnava a casa l’istitutrice oppure la tratteneva a pranzo.

Una sera, a mezzo d’una conversazione alla quale partecipava anche con brevi parole la marchesa Luce, egli gettò ridendo ad Elena Barchi, attraverso alla mensa, una frase francese che sua moglie non comprese. L’altra arrossì leggermente con una piccola smorfia di civetteria e gli rispose sorridendo: — Canaille.

Questa volta la marchesa Luce capì, s’intorbidò in volto e non aprì più bocca e non toccò più cibo; ma gli altri due, occupati com’erano di loro stessi non se ne accorsero.

Il domani quando la maestra tornò ella si finse ammalata e non la ricevette, ma Emanuele uscì con lei per riaccompagnarla e non rincasò che a tardissima ora nella notte.

Sua moglie lo attese sveglia, soffocando il pianto nel guanciale, ma quando egli rientrò le mancò il coraggio di chiamarlo. [p. 49 modifica]

Ella sentiva ora con amara umiliazione il poso schiacciante della sua ignoranza e la sua inferiorità di fronte alle altre donne, di fronte specialmente ad Elena Barchi che sapeva tante cose, che scriveva libri e discuteva di tutto con eleganza e con facilità.

Oltre le espansioni e le tenerezze dell’amore ella non conosceva più nulla, mentre le altre donne possedevano tanti mezzi per interessare e per trattenere i loro mariti od i loro amanti.

Emanuele infatti da qualche tempo la trascurava o la trattava con una superiorità infastidita che profondamente l’affliggeva. Certo egli la paragonava ad Elena e forse si vergognava di lei e forse la disprezzava.

Marito e moglie non si parlarono per due giorni ed al mattino del terzo il marchese Emanuele, prima d’uscire entrò nella camera di Luce che finiva di pettinarsi e senza accostarsi le disse:

— Dal momento che la signora Barchi urta i tuoi nervi al punto d’essere messa alla porta quando viene, t’avverto che non avrai più il dispiacere di vederla, perchè l’ho licenziata.

Luce si volse con le braccia sollevate ad appuntarsi le treccie pesanti e domandò con un sorriso incerto:

— Avrò un’altra maestra?

— È inutile! — rispose con un gesto annoiato Emanuele sollevando lentamente le [p. 50 modifica]spalle. E si volse per uscire. Ma sua moglie d’un balzo gli fu vicino, lo afferrò pel bavero della pelliccia, gli parlò sul viso per la prima volta con una voce soffocata d’indignazione, fremente di gelosia, satura d’odio e di sarcasmo.

— Io so perchè tu hai licenziato quella donna. Io so perchè la signora Barchi non verrà più a darmi lezione.

Emanuele l’allontanò da sè con un atto di tediato compatimento e allungò la mano alla porta per girare la maniglia ed andarsene senza risposta.

Ella interpose fra lui e il battente quel suo bel corpo agile di giovine amazzone e rise col volto contratto da una affannosa ironia, proseguendo:

— Perchè la lezione la vai a prendere tu, non è vero? E sembra che non ti annoi, perchè ci vai ogni giorno, non è vero?

Aspettava una smentita pietosa, un diniego che la illudesse ancora, una parola che placasse la sua disperazione.

Ma l’uomo che non l’amava più, le rivolse solo un sorriso sprezzante che era un’affermazione senza difesa. Ed ella gli cedette il passo e lo vide allontanarsi muta, fissandolo con due occhi smarriti.