Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/120

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Anno 120

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[p. 441 modifica]e restassero abbattuti, come scrive san Girolamo1, e vien accennato anche da Eusebio. Abbiamo inoltre da Eutropio2, che Adriano ebbe una sola guerra, di cui parleremo, nè questa la fece in persona, ma per mezzo di un suo generale.


Anno di Cristo CXX. Indizione III.
Sisto papa 4.
Adriano imperadore 4.


Consoli


Lucio Catilio Severo e Tito Aurelio Fulvo.


Per quanto c’insegna Giulio Capitolino3, l’imperadore Antonino Pio fu prima nominato Tito Aurelio Fulvio o Fulvo, ed era stato console con Catilio Severo. Quando quello storico non prenda abbaglio, il secondo de’ consoli dell’anno presente dovette essere il medesimo Antonino. Non Lucio Aurelio, come per errore è corso ne’ fasti del padre Stampa, ma Tito Aurelio fu il prenome e nome d’esso console, come s’ha da un’iscrizione riferita dal Panvinio4. Ora all’anno presente, secondochè immaginò il padre Pagi5 con altri, e non già al precedente, come volle il Tillemont, pare che s’abbia da riferire la guerra mossa6 dai Sarmati e dai Rossolani contro le terre dell’imperio romano. A questo avviso Adriano Augusto immediatamente mandò innanzi l’esercito romano, e poi, tenendogli dietro, arrivò anche egli nella Mesia, e si fermò al Danubio, frapposto fra lui e i nemici. Il Cellario7, che mette i Sarmati verso il mar Nero, e i Rossolani circa la Palude Meotide, non so come ben si accordi col racconto di questa guerra. Un dì la cavalleria romana, di tutte armi[p. 442] guernita, all’improvviso passò a nuoto il Danubio: azione sommamente ardita, che mise tal terrore nei Barbari, che trattarono di pace8. Lamentavasi il re de’ Rossolani9, che gli fosse stata sminuita la pensione solita a pagarsegli dai Romani. Adriano, che abborriva i pericoli della guerra, il soddisfece, con accordar vergognosamente quanto il barbaro richiedea. Fu in questi tempi, che egli diede il governo della Pannonia e della Dacia a Marzio Turbone, ch’era stato presidente della Mauritania, conferendogli la medesima autorità che avea il governator dell’Egitto. Fors’anche allora fu ch’egli fece fabbricar nella Mesia una città, che da lui prese il nome di Adrianopoli, oggidì Andrinopoli, città molto cospicua tuttavia. Secondo l’ordine che tiene Sparziano nel suo racconto, parrebbe che appartenessero all’anno presente alcune crudeltà usate da esso Adriano. Dione10 sembra metterle molto prima, cioè all’anno 118 o 119. Siccome Adriano era principe diffidente e sospettoso, e che facilmente bevea quanto di male gli veniva riferito, così prestò fede a chi accusò Domizio Negrino d’aver macchinato contro la di lui vita: del qual delitto (vero o falso che fosse) furono creduti complici Cornelio Palma, Lucio Publicio Celso e Lucio Quieto, tutti e quattro personaggi di gran credito e nobiltà, e stati già consoli ordinari o straordinari. Ma non s’accordano insieme Dione e Sparziano. Il primo scrive che doveano ammazzare Adriano, allorchè era alla caccia; e l’altro, mentr’egli si trovava impegnato in un sagrifizio. Si può anche dubitare che un tal fatto accadesse quando Adriano si trovava nelle vicinanze di Roma, e non già nella Mesia. Ne scrisse Adriano al senato. Pare che queste persone prendessero la fuga, perchè Palma, per ordine del senato, fu ucciso in Terracina, Celso [p. 443 modifica]a Baja, Negrino a Faenza, e Lucio in viaggio. Protestò dappoi Adriano, non essere accaduta la lor morte di commessione sua, e lo scrisse anche nella sua vita, libro che più non esiste. Ma per quanto egli dicesse11, comune credenza fu, che per insinuazioni segrete da lui fatte, il senato levasse a sì riguardevoli soggetti la vita; nè alcuno si sapea persuadere, che persone di tanta riputazione fossero giunte a meditar simile attentato. Lo stesso Adriano poi in qualche congiuntura non negò d’aver data la spinta alla lor morte, con rigettarne poi la colpa del consiglio sopra Taziano, prefetto del pretorio.

Nè fu questa la sola crudeltà usata da Adriano. Altre nobili e potenti persone credute colpevoli per la suddetta congiura, o per altre cagioni, ed in altri tempi, perderono la vita d’ordine suo, tuttochè l’astuto principe, anche con giuramento, attestasse d’essere in ciò innocente. Così in un altro anno egli fece levare dal mondo Apollodoro Damasceno12. Siccome di sopra accennammo, era questi un architetto mirabile. Avea fabbricato il maraviglioso ponte di Trajano sul Danubio. Sua fattura parimente furono la superba piazza di Trajano, l’Odeo ed il Ginnasio in Roma. Un giorno si trovava presente Adriano, allorchè l’Augusto Trajano ed Apollodoro trattavano di una di esse fabbriche, e volle anch’egli fare il saccente, come quegli che credea di sapere di tutto. Rivoltosegli Apollodoro gli disse: Andate di grazia a dipingere delle zucche: chè di questo non v’intendete punto. Questa ingiuria non si cancellò mai più dal cuor di Adriano, e fu cagione che mandò poi con de’ pretesti quel valentuomo in esilio. Tuttavia maggior male per questo non gli avrebbe fatto; anzi in qualche tempo si servì di lui. Avvenne che Adriano fabbricò il tempio di Venere e di Roma, dove erano le magnifiche statue[p. 444] di queste due falsamente appellate dee. Per prendersi beffe di Apollodoro ch’era fuori di Roma, e forse esiliato, gliene mandò il disegno, acciocchè intendesse che senza di lui si poteano far delle sontuose e belle fabbriche in Roma; e nello stesso tempo desiderò che dicesse il suo sentimento, se fosse o no con buona architettura formato quello edifizio. Rispose Apollodoro, che conveniva fabbricar quel tempio assai più alto, se avea da fare un’eminente comparsa sopra le alte fabbriche della Via sacra: ed anche più concavo, a cagion delle macchine che si pensava di fabbricar ivi segretamente, per introdurle poi nel teatro. Aggiugneva, che le maestose statue ivi poste non erano proporzionate alla grandezza del tempio, perchè se le dee avessero avuto da levarsi in piedi ed uscir fuori, non avrebbono potuto farlo. All’udir queste osservazioni, e al conoscere l’error commesso senza poterlo emendare, s’empiè di tanta rabbia e dolore Adriano, che privò di vita il troppo sincero architetto, degno ben d’altra mercede pel suo impareggiabil valore. Oh che bestia il signore Adriano! griderà qui taluno. Ma convien aspettare alquanto, perchè mirandolo in un altro prospetto fra poco, troveremo in lui tanto di buono da potere far bella figura fra i regnanti. Non so io ben dire in che luogo dimorasse Adriano, allorchè succedette la tragedia dei quattro consolari suddetti uccisi. Ben so ch’egli si trovava fuori di Roma13, ed avvisato dalla grave mormorazione che si faceva per la morte di sì illustri personaggi, e ch’egli s’era tirato addosso l’odio di tutti, corse frettolosamente a Roma per prevenire i disordini. Quetò il popolo con dispensargli un doppio congiario. Mentre era lontano, gli avea anche fatto distribuire tre scudi d’oro per testa. Nel senato, dopo aver addotte le scuse dell’operato, giurò di nuovo che non avrebbe mai fatto morire senatore alcuno, se non era [p. 445 modifica]giudicato degno di morte dal senato. Ma sotto i precedenti cattivi Augusti, un solo lor cenno bastava a far che il senato proferisse la sentenza di morte contra di chi incorreva nella loro disgrazia. Se non falla Eusebio14, in quest’anno ovvero nel seguente, un fiero tremuoto diroccò la città di Nicomedia, e ne patirono gran danno tutte le città circonvicine. Adriano generosamente inviò colà grandi somme di danaro per rifarle.

  1. Hieron., Comment. in Danymus, c. 9.
  2. Eutrop., in Breviar.
  3. Julius Capitolinus, in T. Antonino.
  4. Panvinius, in Fast. Consular.
  5. Pagius, in Critic. Baron.
  6. Dio., lib. 69.
  7. Cellar., Geogr.
  8. Euseb., in Chron.
  9. Spartianus, in Vita Hadriani.
  10. Dio., lib. 69.
  11. Dio., lib. 69.
  12. Dio., ibidem.
  13. Spartianus, in Hadriano.
  14. Euseb., in Chron.