Asolani/Libro secondo/III

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Libro secondo - Capitolo III

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Avea così detto Gismondo e tacevasi, quando Lisa verso madonna Berenice baldanzosamente riguardando:
- Madonna, - disse - egli si vuole che noi Gismondo attentamente ascoltiamo, poscia che di tanto giovamento ci hanno a dovere essere i suoi sermoni; la qual cosa se egli così pienamente ci atterrà, come pare che animosamente ci prometta, certa sono che Perottino abbia oggi non men fiero difenditore ad avere, che egli hieri gagliardo assalitore si fosse. - Rispose madonna Berenice a queste parole di Lisa non so che, e rispostole, tutta lieta e aspettante d’udire si taceva; là onde Gismondo così prese a dire: - Una cosa sola, leggiadre donne, e molto semplice oggi ho io a dimostrarvi, e non solamente da me e dalla maggior parte delle nostre fanciulle, che a questi ragionamenti argomento hanno dato, ma da quanti ci vivono, che io mi creda, almeno in qualche parte, solo che da Perottino, conosciuta, se egli pure così conosce come ci ragiona; e questa è la bontà d’Amore, nella quale tanto di rio pose hieri Perottino, quanto allora voi vedeste e, sì come ora vederete, a gran torto. Ma perciò che a me conviene, per la folta selva delle sue menzogne passando, all’aperto campo delle mie verità far via, prima che ad altra parte io venga, a’ suoi ragionamenti rispondendo, in essi porrem mano. E lasciando da parte stare il nascimento che egli ad Amore diè, di cui io ragionar non intendo, questi due fondamenti gittò hieri Perottino nel principio delle sue molte voci e, sopra essi edificando le sue ragioni, tutta la sua querela assai acconciamente compose: ciò sono che amare senza amaro non si possa, e che da altro non venga niuno amaro e non proceda che da solo Amore. E perciò che egli di questo secondo primieramente argomentò, a voi, madonna Berenice, ravolgendosi, la quale assai tosto v’accorgeste quanto egli, già nell’entrar de’ suoi ragionamenti andava tentone, sì come quegli che nel buio era, di quinci a me piace d’incominciare, con poche parole rispondendogli, perciò che di molte a così scoperta menzogna non fa mestiero. Dico adunque così, che folle cosa è a dire che ogni amaro da altro non proceda che d’Amore. Perciò che se questo vero fosse, per certo ogni dolcezza da altro che da odio non verrebbe e non procederebbe giamai, con ciò sia cosa che tanto contrario è l’odio all’amore, quanto è dall’amaro la dolcezza lontana. Ma perciò che da odio dolcezza niuna procedere non può, ché ogni odio, in quanto è odio, attrista sempre ogni cuore e addolora, pare altresì che di necessità si conchiuda che da amore amaro alcuno procedere non possa in niun modo giamai. Vedi tu, Perottino, sì come io già truovo armi con le quali ti vinco? Ma vadasi più avanti, e a più strette lotte con le tue ragioni passiamo. Perciò che dove tu, alle tre maniere de’ mali appigliandoti, argomenti che ogni doglia da qualche amore, sì come ogni fiume da qualche fonte, si diriva, vanamente argomentando, ad assai fievole e falsa parte t’appigli con fievoli e false ragioni sostentata. Perciò che se vuoi dire che, se noi prima non amassimo alcuna cosa, niun dolore ci toccherebbe giamai, è adunque amore d’ogni nostra doglia fonte e fondamento, e che per ciò ne segua che ogni dolore altro che d’amore non sia; deh perché non ci di’ tu ancora così, che, se gli uomini non nascessero, essi non morrebbono giamai, è adunque il nascere d’ogni nostra morte fondamento, e perciò si possa dire che la cagion della morte di Cesare o di Nerone altro che il loro nascimento stata non sia? Quasi che le navi che affondano nel mare, de’ venti che loro dal porto aspirarono secondi e favorevoli, non di quelli che l’hanno vinte nimici e contrari, si debbano con le balene ramaricare, perciò che, se del porto non uscivano, elle dal mare non sarebbono state ingozzate. E posto che il cadere in basso stato a coloro solamente sia noioso i quali dell’alto son vaghi, non perciò l’amore che alle ricchezze o a gli onori portiamo, sì come tu dicesti, ma la fortuna, che di loro ci spoglia, ci fa dolere. Perciò che se l’amarle parte alcuna di doglia ci recasse nell’animo, con l’amor di loro, possedendole noi o non possedendole, verrebbe il dolore in noi. Ma non si vede che noi ci dogliamo, se non perdendole; anzi manifesta cosa è egli assai che in noi nulla altro il loro amore adopera, se non che quelle cose, che la fortuna ci dà, esso dolci e soavi ce le fa essere: il che se non fosse, il perderle, che se ne facesse, e il mancar di loro, non ci potrebbe dolere. Se adunque nell’amar questi beni di fortuna doglia alcuna non si sente, se non in quanto essa fortuna, nel cui governo sono, gli permuta, con ciò sia cosa che Amore più a grado solamente ce gli faccia essere, e la fortuna, come ad essa piace, e ce gli rubi e ce gli dia, perché giova egli a te di dire che del dolore, il quale le loro mutazioni recano a gli uomini, Amore ne sia più tosto che la fortuna cagione? Certo se mangiando tu a queste nozze, sì come tutti facciamo, il tuo servente contro tua voglia ti levasse dinanzi il tuo piatello pieno di buone e di soavi cose, il quale egli medesimo t’avesse recato, e tu del cuoco ti ramaricassi, e dicessi che egli ne fosse stato cagione, che il condimento dilicato sopra quella cotal vivanda fece, per che ella ti fu recata e tu a mangiarne ti mettesti, pazzo senza fallo saresti tenuto da ciascuno. Ora se la fortuna nostro mal grado si ritoglie que’ beni che ella prima ci ha donati, de’ quali ella è sola recatrice e rapitrice, tu Amore n’encolperai, che il conditor di loro è, e non ti parrà d’impazzare? Certo non vorrei dir così, ma io pure dubito, Perottino, che oggimai non t’abbiano in cotali giudicii gran parte del debito conoscimento tolto le ingorde maninconie. Questo medesimamente, senza che io mi distenda nel parlare, delle ricchezze dell’animo e di quelle del corpo ti si può rispondere, quali unque sieno di loro i ministratori. E se le tue fiere alcun de’ loro poppanti figliuoli perdendo si dogliono, il caso tristo che le punge, non l’amore che la natura insegna loro, le fa dolere. D’intorno alle quali tutte cose, oggimai che ne posso io altro dire, che di soverchio non sia, se non che mentre tu con queste nuvole ti vai ombreggiando la tua bugia, niuna soda forma ci hai ritratta del vero? Se per aventura più forte argomento non volessimo già dire che fosse dell’amaritudine d’Amore quello dove tu di’ che Amore da questa voce Amaro assai acconciamente fu così da prima detto, affine che egli bene nella sua medesima fronte dimostrasse ciò che egli era. Il che io già non sapea, e credea che non le somiglianze de’ sermoni, ma le sustanze delle operagioni fossero da dovere essere ponderate e riguardate. Che se pure le somiglianze sono delle sustanze argomento, di voi, donne, sicuramente m’incresce, le quali non dubito che Perottino non dica che di danno siate alla vita de gli uomini, con ciò sia cosa che così sono inverso di sé queste due voci, Donne e D conformi, come sono quest’altre due, Amore e Amaro, somiglianti. -