Asolani/Libro secondo/XXVI

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Libro secondo - Capitolo XXVI

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Ma tornando alle nostre donne, in tante maniere quante io dissi raddoppianti i concenti loro, quale animo può essere così tristo, quale cuore così doloroso, quale mente così carica di tempestosi pensieri, che udendole non si rallegri, non si racconforti, non si rassereni? O chi, tra tante dolcezze posto e tra tante venture, i suoi amari e le sue disaventure non oblia? Leggesi ne’ poeti che, passante per gli abissi Orfeo con la sua cetera, Cerbero rattenne il latrare che usato era di mandar fuori a ciascuno che vi passava; le Furie l’imperversare tralasciarono; gli avoltoi di Tizio, il sasso di Sisifo, le acque e le mele di Tantalo, la ruota d’Issione e l’altre pene tutte di tormentare soprastettero i dannati loro, ciascuna, dalla piacevolezza del canto presa, il suo ufficio, non mai per lo adietro tralasciato, dimenticando. Il che non è a dire altro, se non che le dure cure de gli uomini, che necessariamente le più volte porta seco la nostra vita, in diverse maniere i loro animi tormentanti, cessano di dar lor pena, mentre essi invaghiti quasi dalla voce d’Orfeo, così da quella delle lor donne, lasciano e obliano le triste cose. Il quale obliamento tuttavia di quanto rimedio ci soglia essere ne’ nostri mali e quanto poi ce gli faccia oltre portare più agevolmente, colui lo sa che lo pruova. Senza che necessario è a gli uomini alcuna fiata dare a’ lor guai alleggieramento e, quasi un muro, così alcun piacere porre tra l’animo e i neri pensieri. Perciò che, sì come non può il corpo nelle sue fatiche durare senza mai riposo pigliarsi, così l’animo senza alcuna traposta allegrezza non può star forte ne’ suoi dolori. Tale è la dimenticanza, o Perottino, nella quale si tuffa la memoria de gl’innamorati uomini così trista, che tu dicevi; tale è la medicina così venenata de gli amanti, che tu ci raccontasti; tali sono gli assenzi, tali sono l’ebbriezze loro. Ma queste dolcezze nondimeno, sì come io dissi di quelle de gli occhi, se aviene, che può avenire spesso, che gli orecchi tocchino di quegli uomini, che delle donne, da cui elle escono, amanti non sono, non crediate che elle passino il primo cerchio. Perciò che sì come se il giardinaio di qua entro, lungo la doccia di questo canale passando, non ne levasse alle volte o pietre o bronchi o altro che vi può cadere tuttodì, ella in brieve si riempierebbe e riturerebbe in maniera, che poi all’acqua che vi corre della fontana essa luogo dare non potrebbe, così quell’orecchio, che Amore non purga, alle picchianti dolcezze non può dar via. E chi non sa che se noi tutti qui la voce udissimo della mia donna, che a gli orecchi ci venisse in qualche modo, niuna è di voi che quella dolcezza ne sentisse che sentire’ io? E così fareste voi, se il somigliante avenisse de’ vostri signori, ché niuna tanta gioia di sentir quegli dell’altre piglierebbe, quanta ella farebbe del suo. Ma passiamo più avanti; e perché io, donne, per le dolcezze di questi due sentimenti scorte v’abbia, non crediate perciò che io scorgere vi voglia per quelle ancora de gli altri tre, ché io potrei pervenire a parte, dove io ora andare non intendo. Scorgavi Amore, che tutte le vie sa per le quali a que’ diletti si perviene che la nostra humanità pare che disideri sopra gli altri. E quale scorta potreste voi più dolce di lui avere né più cara? certo niuna. Esso que’ diletti ci fa essere carissimi e dolcissimi, quale è egli, che, senza lui avuti, sono, come l’acqua, di niun sapore e di niun valore parimente. Per che pigliatelo sicuramente per vostro duca, o vaghe giovani. E io, in guiderdone della fatica che io prendo oggi per lui, ne ’l priego che egli sempre felicemente vi guidi.