Astronomia/Capitolo primo/1

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La Terra non è piana

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Joseph Norman Lockyer - Astronomia (1904)
Traduzione dall'inglese di Giovanni Celoria (1904)
La Terra non è piana
Capitolo primo Capitolo primo - 2

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§ I.

La Terra non è piana.


5. Prima d’ogni altra cosa voi domanderete che cosa è questa Terra su cui esistono continenti e mari; è un corpo opaco, oscuro, di immensa mole, che gira intorno ad un altro molto più grande, da cui riceve luce e calore.

Cerchiamo di farci un qualche concetto della sua forma e della sua grandezza.

Se noi potessimo staccarci dalla Terra e trasportarci lontan lontano, sì da poterne abbracciare collo sguardo l’insieme, ci riescirebbe agevole il riconoscerne la forma; ma standovi sopra, piccoli come siamo in confronto della sua estesa superficie, la cosa può parere quasi impossibile; eppure vi riesciremo.

6. Dovunque noi ci rechiamo, o camminando per diporto, o viaggiando da una ad altra città, troviamo ostacoli che impediscono il libero espandersi del nostro sguardo. Se percorriamo un paese montuoso, son colline, son monti che limitano da [p. 5 modifica]ogni parte la vista; se ascendiamo una vetta, le visuali in alcune direzioni si arrestano sopra vette più alte, in altre direzioni si sprofondano in valli più o meno anguste; se ci moviamo in paese piano, la vista è circoscritta da alberi, da edifizii, talora anche da cime di montagne che lontane si elevano dietro di essi. E quivi, alla pianura, da qualunque parte volgiamo lo sguardo, ci pare di trovarci al centro di un circolo il cui contorno, segnato da boscaglie, da siepi, da case o da colline, sembra toccare in qualunque suo punto il firmamento; e in qualsivoglia direzione ci moviamo, quel circolo ci accompagna sempre per così dire, e sembra a noi di occupare continuamente il centro del paese che ci si estende allo intorno.

Non è quindi in mezzo a monti, e neppure al piano che noi potremo giudicare con fondamento della vera figura della superficie terrestre; rechiamoci in luogo dove questa si pari dinanzi a noi senza rilievi, senza accidenti di alberi, di edifizii o d’altro che ne disturbino la regolarità; avviciniamoci alla riva del mare.

7. Eccovici. Osserviamo quella nave che parte per un lungo viaggio. Essa è ancora a noi vicina (in A, fig. 1); noi la vediamo tutta in mezzo al mare che si estende al di qua e al di là di essa; mano mano che s’allontana, essa s’impicciolisce, pur rimanendo tutta per intero visibile; continua ad allontanarsi e intanto va crescendo lo spazio di mare che ci separa da essa, diminuendo quello che è tra essa e la linea PQ, linea la quale pare segni il confine tra il mare e il cielo.

Non passa molto tempo e la nave arriva in C, proprio sulla linea PQ; la si vede ancor tutta dal livello delle acque fino alla punta degli alberi suoi, e nettamente si disegna sul fondo del cielo; il mare [p. 6 modifica]sembra tutto al di qua di essa. Stiamo attenti a quel che sta per succedere.

La nave continua il suo cammino e sembra abbassarsi sotto la linea PQ; a poco a poco il suo scafo scompare, e in D di essa non vedonsi più che le vele e l’alberatura; l’apparente immersione continua: in Q sono appena discernibili le cime degli alberi, tutto il resto della nave è invisibile Fig. 1. ed è sotto la linea PQ; poco al di là di Q anche la cima dell’alberatura scompare e della nave non vedesi più traccia.

Stando a bordo della nave noi avremmo veduto invece la torre MP scomparire a poco a poco, cominciando le parti più basse di essa ad immergersi apparentemente nelle acque, poi quelle di mezzo, e finalmente il fastigio.

Portiamoci ancora in M e rivolgiamo la nostra attenzione ad una nave in arrivo; accade il [p. 7 modifica]rovescio di quanto già osservammo per la nave in partenza. Da principio si vedono appena le punte degli alberi; poi gli alberi si ergono interi sopra la linea PQ; indi appare a poco a poco il corpo della nave; finalmente la nave vien tutta in vista e si avvicina a noi lasciando dietro a sè sempre più largo tratto di mare.

8. Or come spiegare tutti questi fatti? Non crederemo certo che la nave in partenza siasi realmente affondata nell’acqua, nè che l’altra in arrivo ne sia sorta; tanto più che quanto di esse navi avvenne, accade di tutte le altre navi che partono ed arrivano.

Riflettiamoci meglio. Quella linea PQ, dove pare che il mare finisca e lungo la quale esso, per così dire, tocca il cielo, di certo non segna un limite vero e reale della Terra; ad essa arrivate infatti, le navi in partenza non scompaiono a un tratto, come corpo che giunto all’orlo di un piano ne cada; esse si occultano invece a poco a poco, abbassandosi gradatamente, mentre a chi sta sulla spiaggia aspettando una nave in arrivo, questa pare innalzarsi più e più di mano in mano che esso va alla stessa linea PQ accostandosi.

Non avete mai, o lettore, veduto alcuno salire sopra un monticello, raggiungere la vetta e scendere dalla banda opposta? E se ben vi avete posto mente non parvi di trovare qualche analogia tra quello che notaste allora e quello che sulla spiaggia adesso vedete?

Avete voi osservato da vicino e da ambo i lati quel monticello? Se sì, la superficie vi sarà certamente apparsa convessa.

Ebbene, anche la superficie del mare è una superficie convessa.

Ora dei due fatti posso darvi a un tempo la [p. 8 modifica]spiegazione, e posso provarvi insieme la giustezza del mio paragone, per mezzo di una figura in cui vi rappresenterò il cammino della nave di profilo invece che di prospetto (fig. 2).

È PM la torre appiè della quale eravamo poc’anzi, ed OABCD è la superficie del mare lungo lo strada percorsa dalla nave. Da P il nostro occhio getta la visuale PQ tangente in B alla linea OBD, e non vede quindi che la porzione di mare compresa fra i punti O e B. Finchè una nave è in A o in B essa rimane visibile per intero, poichè Fig. 2. nulla fra essa e noi arresta la nostra vista. Ma al di là del punto B lo sguardo, pur propagandosi lontano lunghesso la retta BQ, non può vedere punti come C, D collocati sotto di essa retta, poichè la porzione di mare che si estende dall’osservatore fino a B, nasconde all’occhio dell’osservatore stesso la porzione che si estende al di là di B.

Non vi ricorda la curva ABD della superficie del mare il profilo certamente più marcato del monticello? Non vi riesce ora evidente il perchè la nave arrivata in C non possa vedersi tutta, e il perchè le parti che ne rimangono ancora per poco visibili sieno le più alte, e debban queste essere le ultime a scendere sotto la visuale PQ? [p. 9 modifica]

9. Se saliamo in M, in cima alla torre (fig. 3), la nostra visuale diventa la Mq, mentre quella del luogo ove stavano prima era la PQ. Dal piè della torre il punto B arresta la visuale, e da quella posizione si cessa di veder la nave quando questa è in H. Saliti in M la nostra visuale lambisce la superficie del mare in b, e di là si cessa di veder la nave quando è in h: noti il lettore che i luoghi b ed h sono molto più lontani dall’osservatore di quel che rispettivamente lo sieno B ed H. Fig. 3.

Il campo visuale si va, conchiudiamo quindi, estendendo quanto più si sale; l’apparente vertice della curva della superficie liquida si allontana sempre più. Che cosa ne dedurremo? Che quella curva è dolcissima, ossia di una debolissima convessità; ragione per cui sulla terra ferma e anche alla pianura, per pochi e lievi che siano gli accidenti del suolo, ci riesce impossibile di constatarne la curvità; che anzi, in un raggio di 5 o 6 miglia e anche più, la superficie nel cui centro crediamo di trovarci ci sembra perfettamente piana.