Audizioni Commissione d'inchiesta Federconsorzi/28

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Audizione Andreotti

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SENATO DELLA REPUBBLICA CAMERA DEI DEPUTATI

XIII LEGISLATURA



COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SUL DISSESTO DELLA FEDERAZIONE ITALIANA DEI CONSORZI AGRARI __________


RESOCONTO STENOGRAFICO DELLA SEDUTA DI MARTEDI’ 15 FEBBRAIO 2000 __________


Presidenza del presidente Melchiorre CIRAMI

I lavori hanno inizio alle ore 12,30.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente)

Presidenza del presidente CIRAMI

Comunicazioni del Presidente

PRESIDENTE. Vi comunico che il Gruppo Misto, ha provveduto a designare il suo nuovo rappresentante in Commissione nella persona del senatore Mario Rigo.

Vi informo che, in data 1° febbraio 2000, il tribunale di Roma, sezione fallimentare, ci ha inviato, per conoscenza, copia del provvedimento emanato dal giudice delegato Norelli di rigetto dell’istanza, presentata dal commissario governativo Lettera - istanza con la quale si chiedeva l’autorizzazione a nominare difensori della Federconsorzi affinché questi potessero esercitare l’azione civile nel procedimento penale di Perugia - rilevando che, a norma dell’articolo 240 della legge fallimentare, tale legittimazione spetta esclusivamente al commissario giudiziale, a tutela della massa dei creditori.

Vi comunico che, in data 9 febbraio 2000, ci è stata trasmessa, per opportuna conoscenza, l’informativa depositata dal liquidatore giudiziale Caiafa relativa all’atto di transazione tra Federconsorzi in concordato preventivo e amministratori, sindaci e direttore generale della Fedit, sottoscritto in data 28 dicembre 1999. In tale atto si prevede la rinuncia da parte del liquidatore giudiziale alle azioni di responsabilità avviate e si ritiene soddisfatta ogni ipotizzabile pretesa a fronte del versamento da parte dei convenuti di una somma complessiva di 10 miliardi (più 300 milioni quale concorso al pagamento degli onorari di difesa); il commissario governativo rinunzia alla costituzione di parte civile nei confronti di tutti gli imputati del processo penale pendente presso il tribunale di Roma.

Vi informo che, su incarico dell’Ufficio di Presidenza, riunitosi il 10 febbraio 2000, ho inviato alle due Organizzazioni professionali, Coldiretti e Confagricoltura, e alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, richiesta di documentazione al fine di poter meglio analizzare i rapporti economici intercorsi tra tali Organizzazioni e la Fedit, anche alla luce di quanto emerso nel corso delle audizioni dei dottori Lobianco e Wallner. Ho altresì richiesto, in data 7 febbraio 2000, al dottor Artusi, consulente della Società Arthur Andersen, di redigere una dettagliata nota in merito all’incarico, a lui conferito dal ministro dell’agricoltura pro tempore Saccomandi, avente ad oggetto l’analisi delle condizioni economiche e finanziarie della Federconsorzi.

Vi comunico, infine, che l’Ufficio di Presidenza, integrato dai rappresentanti dei Gruppi, ha approvato il seguente calendario dei lavori: martedì 15 febbraio 2000, alle ore 12: audizione del senatore Giulio Andreotti; giovedì 17 febbraio 2000, alle ore 13,30: audizione del dottor Filippo Maria Pandolfi.

Audizione del senatore Giulio Andreotti

PRESIDENTE. La Commissione procede oggi all’audizione del senatore Giulio Andreotti, che ringrazio per aver accolto, con cortese disponibilità, il nostro invito.

Avverto che i nostri lavori si svolgono in forma pubblica, secondo quanto dispone l’articolo 7 della legge istitutiva, e che è dunque attivato, ai sensi dell’articolo 12, comma 2, del nostro Regolamento interno, l’impianto audiovisivo a circuito chiuso.

Qualora da parte del senatore Andreotti o di colleghi lo si ritenga opportuno in relazione ad argomenti che si vogliono mantenere riservati, disattiverò l’impianto audiovisivo per il tempo necessario.

Preciso infine che dell’audizione odierna è redatto il resoconto stenografico, che sarà sottoposto, ai sensi dell’articolo 12, comma 6, del Regolamento interno, alla persona ascoltata e ai colleghi che interverranno, perché provvedano a sottoscriverlo apportandovi le correzioni di forma che riterranno, in vista della pubblicazione negli Atti parlamentari.

Presidente, la Commissione le sarà grata se vorrà fornire elementi su aspetti specifici della vicenda del commissariamento della Federconsorzi, sulla successiva richiesta di concordato preventivo e infine sulla cessione dei beni alla società S.G.R.. Nell’interrogatorio, svoltosi dinanzi ai giudici di Perugia il 28 novembre 1997, Lei ha già fornito delle risposte ai magistrati. Ovviamente le risposte erano legate al carattere dell’inchiesta giudiziaria penale che si stava svolgendo. A noi invece interessa approfondire gli aspetti politici della questione e quindi non riteniamo esaustive, dal nostro punto di vista, le risposte fornite in quella sede.

Le chiedo pertanto quale era la posizione della Coldiretti nei confronti della Democrazia cristiana nell’anno 1991. Continuava ad esserne una organizzazione collaterale? Quale era la posizione politica all’interno della DC del presidente della Coldiretti Lobianco? In effetti, nelle precedenti audizioni sono emersi aspetti di questa collateralità e alcuni nostri auditi ci hanno riferito dell’esistenza di rapporti di tipo anche elettorale fra alcuni deputati e senatori e la Coldiretti.

ANDREOTTI. La Coldiretti aveva da lungo tempo una tradizione di vicinanza con la Democrazia cristiana che si evidenziava nel fatto che appoggiava localmente i candidati delle nostre liste, appoggi che in alcuni momenti avevano avuto una consistenza quantitativa notevole. Però nel 1991 questo aspetto si era già molto attenuato, forse anche perché il concetto stesso di collateralità era finito in desuetudine non solo nei confronti della Coltivatori diretti, ma anche in altre direzioni.

Quale fosse la posizione specifica di Lobianco all’interno della Democrazia cristiana non lo ricordo con esattezza. Non mi pare avesse una posizione particolarmente di spicco. Non so quale fosse la sua collocazione relativamente alle correnti, ma so che non apparteneva alla mia corrente, né mi pare fosse particolarmente attivo in quel momento nella vita interna del partito.

PRESIDENTE. Passo allora ad alcune domande su fatti specifici e mi interromperò se alcuni colleghi vorranno intervenire.

Il Ministro dell’agricoltura predecessore di Goria, Saccomandi, riferì mai, a Lei, quale Presidente del Consiglio, o in Consiglio dei Ministri, di aver fatto eseguire una indagine sulla Fedit che aveva dato allarmanti risultati?

ANDREOTTI. Fui informato in via breve dal ministro Goria che la situazione della Federconsorzi era di grave crisi, perché dopo un lungo periodo nel quale le banche avevano avuto molta fiducia nei suoi confronti, anche con una certa larghezza, era sopraggiunto un atteggiamento di grande restrizione, praticamente di quasi impossibilità di contatti. In questa situazione Goria riteneva che, al fine di poter avere un colloquio tra Federconsorzi e banche, occorresse un fatto nuovo e che, comunque, la stessa situazione finanziaria interna della medesima Federconsorzi consigliasse il commissariamento.

Di questa proposta parlai con qualcuno dei colleghi; ne parlammo anche con il Ministro del bilancio e con quello del tesoro e si ritenne che, essendo una competenza del Ministro dell’agricoltura, non fosse necessario far esaminare la proposta stessa dal Consiglio dei Ministri. D’altra parte si trattava di un aspetto abbastanza tecnico e quindi dicemmo al ministro Goria che, se quella era la valutazione del suo Ministero, non vi erano obiezioni da parte governativa, nemmeno relativamente alla procedura giuridica. Il Ministro quindi procedette alla nomina dei commissari che fu opera del suo Ministero senza valutazioni da parte della Presidenza del Consiglio.

OCCHIONERO. Signor Presidente, la prego di invitare il presidente Andreotti a illustrarci come ha vissuto quell’episodio e cosa ha significato politicamente, alla fine degli anni ’80, il problema della Federconsorzi. Al di là delle domande specifiche, vorrei conoscere la sua opinione sul modo in cui si è arrivati ad un crac finanziario apparentemente notevole, ma sostanzialmente inesistente, e su come si sia creata, durante quegli anni, una divaricazione tra la funzione ed il ruolo della Coldiretti e la Democrazia cristiana. Ricordo che, nell’ultimo congresso tenutosi negli anni ’80, la Coldiretti prese sostanzialmente le distanze dalla DC, sostenendo che era una organizzazione autonoma e che i partiti si dovevano guadagnare il voto.

Ne seguì la ribellione dei commissari regionali e la stessa volontà da parte della Coldiretti di arrivare al commissariamento per governare un processo di disgregazione di grandi individualità che si erano sviluppate nell’ambito del territorio. Vorrei che il presidente Andreotti ci illustrasse, dal suo punto di vista, quel periodo storico della vita italiana, al fine di capire come si è poi arrivati alla scelta disastrosa per la Federconsorzi.

Inoltre, nel corso delle sue considerazioni davanti al PM di Perugia, anche se molto succinte e sommarie, Lei ha affermato di essere rimasto sbalordito per il fatto che, relativamente agli ammassi, problema di cui il Parlamento italiano si è occupato tantissime volte, si sia dovuto individuare negli ultimi anni anche un cospicuo stanziamento all’interno della finanziaria.

ANDREOTTI. Pur non avendo mai fatto il Ministro dell’agricoltura, le grandi linee di questi problemi erano certamente nella conoscenza, e qualche volta anche nella polemica, corrente.

La posizione della Coldiretti, ne ho già accennato prima, si inserisce in una concezione che riguardava non solo quest’ultima ma anche le Acli, nonché alcune organizzazioni cattoliche, sindacali, cooperative e anche di artigiani; questo superamento del collateralismo era dovuto ad un abbandono che si era verificato. Il collateralismo era durato a lungo, dopodiché la politica era stata impostata in modo diverso, anche perché, per la verità, nelle stesse composizioni governative (centro-sinistra "pulito" e centro-sinistra della seconda fase) vi erano una serie di problemi che rendevano meno facile il rapporto esterno e che consigliavano ai partiti e a queste organizzazioni, forse reciprocamente, una maggiore elasticità, una maggiore libertà di movimento, di non disporre cioè di referenti di carattere fisso. Questa penso che, sotto questo aspetto, possa essere una risposta.

Certamente la Federazione, nell’opinione corrente, era considerata un grosso strumento a favore degli agricoltori. Certamente vi erano state delle polemiche, come quella sui 1.000 miliardi; ricordo la campagna di Giancarlo Pajetta, se non vado errato nel 1948 o al massimo nel 1953, in cui già ci si riferiva a questa cifra con espressioni un po’ vivaci; si faceva il conto di quante case si sarebbero potute costruire con questa somma (ricordo anche che, in un comizio, dissi scherzando che allora doveva anche essere fatto il conto di quante paste dolci si sarebbero potute distribuire alla gente rendendola felice). Dico questo per sottolineare che si tratta di una vecchia questione; che poi fosse ancora pendente, certo questa fu una sorpresa, anche se vi era un contrasto sul quantum di questo debito dello Stato nei confronti della gestione degli ammassi: alcuni continuavano a dire che si trattava di 1.000 miliardi, mentre la stima che veniva fatta allora dai Ministeri finanziari - per quel che ricordo perché sono passati molti anni, né del resto questo era un problema verso il quale avevo interesse o dovere particolare di occuparmi - si aggirava intorno ai 400 miliardi.

Comunque, almeno nel momento in cui fu realizzato il commissariamento, l’intendimento non era quello di dissolvere i consorzi agrari; anzi, si considerava questa un’opportunità per risanare la situazione finanziaria e rimettere i consorzi in condizioni di continuare. Non vi era cioè una critica concettuale ai consorzi agrari stessi, a parte alcune polemiche che ci potevano essere su alcuni aspetti particolari, come gli oneri eccessivi relativamente alle macchine agricole che la Federazione comprava e che poi qualche volta rivendeva con ritardo, quindi accumulando un certo magazzino.

L’argomento che sembrò decisivo da parte del Ministro era che, in quelle condizioni, non essendovi più la disponibilità delle banche nei confronti della Federazione, la situazione sarebbe andata per forza in avaria. Pertanto, con dei nuovi interlocutori quali i commissari, dotati quindi dell’autorevolezza del Ministero, si sarebbe potuta probabilmente trovare una soluzione nei confronti delle banche. Questa è la situazione come la ricordo.

Non so dare informazioni più dettagliate perché si tratta di un settore di cui non ho mai avuto occasione di dovermi specificamente occupare in modo professionale.

PRESIDENTE. Senatore Andreotti, per quello che a noi risulta da questa inchiesta che stiamo conducendo, fino a qualche giorno prima del commissariamento, le banche continuavano ad elargire crediti nei confronti della Federconsorzi senza richiedere assolutamente garanzie. Quindi, l’"attacco" alla Federazione non pare essere venuto dalle banche, ma forse più da una parte politica; stiamo cercando di individuare qual è stato il percorso. Le banche, infatti, fino a qualche giorno prima, addirittura avevano concesso fidi per circa 70-80 miliardi e ve ne era anche uno in preparazione per 250 miliardi.

Volevamo approfondire proprio questo aspetto. Ci sembra che la decisione del commissariamento fu assunta autonomamente dal ministro Goria. Vorremmo allora cercare di capire in questa fase con quale animo Goria arrivò al Ministero dell’agricoltura, cioè a cosa si dovette la sua nomina a capo di questo Dicastero e se da parte sua c’era forse un’aspettativa di incarichi migliori o di maggior prestigio, visto che era stato Presidente del Consiglio e veniva dal Ministero del tesoro.

ANDREOTTI. Questo non lo so, né purtroppo ho modo di domandarlo a Goria. Il fatto è che il riparto degli incarichi nel corso delle crisi è sempre qualcosa di molto complicato. Le gerarchie dei Ministeri, del resto, non possono considerarsi rigide: personalmente sono dell’opinione che un Ministero "conta" in grandissima parte se "conta" il Ministro. Certamente poi il Ministero della marina mercantile e il Ministero dell’interno non sono la stessa cosa, però penso che quello dell’agricoltura sia un Dicastero importante, quindi non penso che questa possa essere considerata una retrocessione.

Circa le ragioni del perché fu scelto Goria, debbo rilevare che, allora, durante le crisi si usava - ed era una buona norma caduta oggi in desuetudine - dare molta importanza ai Gruppi parlamentari. Quindi, c’erano segnalazioni, anche specifiche, dei Gruppi parlamentari; questa era la procedura che allora si seguiva.

Poi, naturalmente, bisognava fare i conti con il riparto tra i diversi partiti e infine c’era anche una presentazione, che non era solo formale, dei candidati al Presidente della Repubblica, con il quale anche si discuteva, perché non lo abbiamo mai considerato uno che doveva mettere semplicemente il bollo. Fermo restando che poi le stesse leggi ogni Presidente della Repubblica le ha interpretate in modo diverso; ma questo non riguarda solo la Federconsorzi.

PRESIDENTE. La Coldiretti, di fronte a questa designazione di Goria al Ministero dell’agricoltura, che opinione espresse?

ANDREOTTI. Non ho nessuna notizia in proposito. Certamente a me nessuno della Coldiretti parlò in senso né favorevole, né contrario della designazione di Goria.

PRESIDENTE. Prima del 17 maggio del ’91 Goria ebbe modo di parlare con lei delle condizioni di Federconsorzi, e quindi, conseguentemente, del suo proposito di commissariarla?

ANDREOTTI. No, anzi mi sorprese anche un po’ perché, non molto tempo prima, il Ministero aveva approvato il bilancio della Federconsorzi; e quando proprio Goria chiese di venirmi a parlare su questo argomento io chiesi al Gabinetto se c’erano degli elementi piuttosto recenti e figurava che il Ministero avesse approvato. Io lo dissi a Goria e Goria mi disse che a maggior ragione questo rendeva lui preoccupato e reputava indispensabile arrivare al commissariamento perché diceva che erano emerse queste situazioni. Adesso non so dire se le banche avessero o no dichiarato la loro chiusura; certamente l’atteggiamento di Goria nei confronti delle banche in generale, in quella occasione, fu molto critico: sosteneva che avessero largheggiato, forse in modo esagerato, nel passato e che fossero arrivate adesso ad una forma di chiusura anche abbastanza inusuale, perché spesso le banche devono anche accompagnare, se possibile, l’uscita da una situazione di crisi. Però quale fosse poi il tasso di indebitamento o quali fossero le singole banche interessate, non lo so. Certamente Goria mi disse che su questo aveva anche parlato con il presidente dell’Associazione bancaria, che se non mi sbaglio in quel momento era Tancredi Bianchi.

PRESIDENTE. Le rivolgo la seguente domanda per vedere se lei può darci un contributo di memoria per la ricostruzione dei fatti. Le risulta che il sottosegretario socialista all’agricoltura Noci si rifiutò di sottoscrivere i bilanci Fedit e segnalò dei sospetti di irregolarità a Goria?

ANDREOTTI. No, è la prima volta che lo sento dire.

PRESIDENTE. Il 17 maggio 1991 avvenne una riunione nel suo studio a Palazzo Chigi. Vi parteciparono, per quello che ci risulta, Lei, il sottosegretario alla Presidenza Cristofori, Goria, Cirino Pomicino, ministro del bilancio, Forlani, segretario politico della Democrazia Cristiana e Lobianco, presidente della Coldiretti. La riunione era stata sollecitata da Lobianco?

ANDREOTTI. No, la riunione era stata sollecitata da Goria che, dovendo assumere questo provvedimento, voleva spiegarlo anche per depurarlo da qualunque significato di carattere polemico o di altra natura che non quella di una situazione non altrimenti sostenibile nei confronti delle banche. Doveva venire anche Carli, ma non venne perché c’era una delle riunioni per Maastricht; in quel momento eravamo molto impegnati in quello e, per la verità, interessava molto più quello che non la Federconsorzi. Ma la riunione non ebbe toni particolarmente difficili, né polemici.

PRESIDENTE. C’è un punto, Presidente, che noi vorremmo aver chiaro. Parrebbe che quella riunione fu addirittura una presa in giro: qualcuno lo dice con una terminologia più pragmatica che dialettica. Infatti, si ebbe la sensazione netta e chiara – ce lo dice Lobianco - che il commissariamento fosse stato già deciso da Goria al momento della riunione. Quindi quella riunione si svolse non tanto per discutere della possibilità che il commissariamento si facesse, quanto per prendere atto che il commissariamento era già deciso. Lobianco cita alcuni fatti temporali, perché non ebbe il tempo neanche di rientrare nel proprio ufficio per comunicarlo, che già girava la notizia del commissariamento. Questa circostanza verrebbe avallata dal fatto che Goria aveva già convocato per il pomeriggio una riunione con le banche per comunicare, non per decidere, il commissariamento e il suo progetto di liquidazione volontaria o di rilancio.

Prima dell’arrivo di Lobianco avete avuto modo di parlare in questa riunione di quello che si prospettava con il commissariamento? E che senso aveva la presenza di Forlani a quella riunione, era un avallo politico che si cercava?

ANDREOTTI. Non c’è contraddizione nel fatto che, immediatamente dopo quella riunione informale, Goria procedesse alla formalizzazione del commissariamento. Goria mi aveva chiesto di fare questa riunione anche con il rappresentante della Coldiretti e con il rappresentante della Democrazia cristiana proprio perché lui voleva spiegare che si trattava di una necessità di carattere obiettivo e che non c’era nessun sottofondo, nessuna altra finalità nel provvedimento. Quindi – ripeto - la riunione non ebbe toni particolari, né vi furono delle obiezioni, altrimenti sarebbero state esaminate; quella fu una riunione informativa, con questa preoccupazione. Il fatto che subito dopo Goria provvedesse a formalizzare è molto logico, perché vi era questa preoccupazione e, trattandosi di rapporti di rilievo quantitativo notevole con le banche, vi era anche la necessità di sgombrare il campo da ogni incertezza e cercare di recuperare il colloquio tra la stessa Federconsorzi e le banche.

PRESIDENTE. Per essere espliciti, Lei ebbe la sensazione che il commissariamento era già stato deciso?

ANDREOTTI. Questo è vero, però se nella riunione fossero emerse delle valutazioni, o delle proposte, o delle obiezioni, eravamo lì tutte persone ragionanti. Se fosse stato necessario un supplemento di istruttoria o addirittura la possibilità di non procedere, allora la riunione avrebbe avuto questo significato. Ma nella riunione fu chiarito che non c’erano motivi di carattere né politico, né sindacale o altro: era soltanto una riunione informativa.

PRESIDENTE. Ci fu una battuta, che ci è stata riferita da Lobianco, sulla quale Lei ha già dato una sua risposta al tribunale di Roma, per cui la delusione di Forlani si sarebbe estrinsecata in quella famosa frase: " Mi hanno ingannato".

ANDREOTTI. Ho già dato una risposta al tribunale di Perugia, dove, fra l’altro, ed è cosa curiosa, non funzionava neanche poi bene l’impianto di registrazione. Avendo parlato molte volte con Forlani, non ho sentito lamentele su questo punto.

PRESIDENTE. Sulle conseguenze che il commissariamento provocò si è registrata qualche delusione nella DC o in altri ambienti politici?

ANDREOTTI. Non di mia conoscenza. Può darsi ci sia stata qualche delusione, ma non posso riferire cose che non conosco direttamente.

PRESIDENTE. Come mai il Governo non pensò di affrontare queste difficoltà della Federconsorzi, che qualcuno ritiene fossero di natura operativa e altri sostengono avessero invece natura strutturale oppure di liquidità? Perché non si pensò ad una maggiore presenza dello Stato a favore della Federconsorzi? Perché c’è stata una presa di distanza?

ANDREOTTI. L’organismo aveva una situazione debitoria molto pesante aggravata dalla mancanza di colloqui con le banche, dopo averne avuti anche troppi. Non vedo perché il Governo sarebbe dovuto intervenire. Certamente nessuno avanzò una proposta del genere né diede all’episodio un’importanza rilevante, perché il Consiglio dei Ministri non se ne è mai occupato.

PRESIDENTE. Qualcuno ci ha invece riferito che il Consiglio dei Ministri se ne occupò.

ANDREOTTI. Non so se il Governo se ne è occupato quando io non ero più Presidente. Purtroppo nella pubblicazione dei verbali del Consiglio dei Ministri siamo ancora al 5° o al 6° volume, vale a dire più o meno al 1952. Pertanto non posso sapere se il ministro Saccomandi abbia successivamente affrontato il problema.

OCCHIONERO. Nella riunione informale che si tenne in quel momento Lei ha affermato che non ci furono obiezioni da parte di nessuno. L’onorevole Cirino Pomicino, allora Ministro del bilancio, ha invece sostenuto davanti al pubblico ministero di Perugia di essere stato portatore di altre proposte di mediazione e di essersi scontrato con un atteggiamento irremovibile da parte di Goria. Lei era presente a quella riunione?

ANDREOTTI. Se si tratta della stessa riunione in cui ero presente, ricordo che non ci furono proposte alternative tali da richiamare la mia attenzione in modo da bloccare la soluzione prescelta e imboccare altre strade. Può darsi che, nel corso della discussione, il ministro Cirino Pomicino abbia espresso delle idee in tal senso, ma il tono non fu affatto di contestazione rispetto alla posizione di Goria.

OCCHIONERO. Il termine usato da Cirino Pomicino in riferimento alla decisione di Goria e al modo in cui la sostenne è stato: "irremovibile". Ha sostenuto che Goria non permise la discussione e si oppose a qualsiasi altra ventilata ipotesi.

ANDREOTTI. Non ricordo se Cirino Pomicino o altri avessero ipotizzato diverse soluzioni, ma comunque ciò non avvenne in modo tale da richiedere che si bloccasse responsabilmente quel percorso: se ci fosse stata una sostanziale proposta alternativa, si sarebbe dovuto investire della questione il Consiglio dei Ministri. Non ricordo proposte simili da parte di Cirino Pomicino. Se lo ha affermato sarà verissimo, ma evidentemente quelle proposte non furono avanzate in modo tale da impedire che se ne potesse discutere in quella sede.

La discussione invece fu molto pacata e certamente Goria era convinto della necessità di quel provvedimento, che voleva fosse spogliato da interpretazioni estranee. Per il resto non fu certo una riunione di quelle difficili, a cui pure ho tante volte partecipato.

DE CAROLIS. Al 31 dicembre 1990, prima del commissariamento, quando lei era Presidente del Consiglio, risulta che la Fedit avesse un capitale proprio di soli 98 miliardi e passività per oltre 5.000 miliardi. La gestione era fortemente in perdita, come era noto a tutti, anche se si tentava di nascondere la situazione con ingenui artifici, di cui veniamo a conoscenza giorno dopo giorno. La Fedit, ad esempio, concedeva crediti di forniture a società finanziarie ad un tasso estremamente elevato, ricavandone cospicui interessi attivi che le consentivano di raggiungere il pareggio. I consorzi agrari provinciali a loro volta coprivano gli interessi passivi mediante continue rivalutazioni dei cespiti. Ne derivava un progressivo deterioramento della situazione economico-finanziaria destinata a sfociare in aperta crisi.

Di fronte a questa situazione sorge una prima domanda: al di là delle decisioni singole o collegiali, Lei era favorevole o contrario al commissariamento? Inoltre, di fronte alla tesi del pubblico ministero di Perugia, dottor Razzi, secondo il quale il commissariamento sarebbe stato deciso non solo da Goria, ma con il consenso del professor Pellegrino Capaldo, che era il consulente più accreditato, quali erano le sue considerazioni?

Goria era un Ministro non molto amico del suo partito. Nel momento in cui aveva ricoperto la carica di Presidente del Consiglio il suo vero partito di opposizione egli lo trovava all’interno della DC. C’è chi sostiene che il commissariamento della Federconsorzi voluto da Goria sia stato deciso anche contro la volontà della Democrazia cristiana.

ANDREOTTI. Ripeto che la proposta che Goria mi fece, dicendomi che a suo avviso il commissariamento era assolutamente necessario, era proprio legata ad una situazione difficile. Lei ha poi fatto riferimento ad alcune questioni di cui ho avuto anche io notizia successivamente, relativamente agli artifici volti a descrivere come attive situazioni che poi, nel complesso rapporto tra i consorzi provinciali e la Federazione, lo erano per modo di dire.

Quindi, è vero, l’ho deciso anche io; ho dato la mia adesione. Ho detto a Goria che, se lo reputava necessario, non avevo alcuna obiezione da fare; si fece poi quella riunione, di cui si è detto prima, proprio perché lo stesso Goria voleva fosse chiarito che non c’erano ragioni diverse da parte sua.

Per quanto riguarda la ricostruzione storico-biografica di Goria questa è un po’ più complicata da fare. Goria divenne Presidente del Consiglio con l’appoggio molto forte della segreteria politica, probabilmente perché non si riteneva che in quel momento dovessi farlo io, tanto per essere chiari. Vi erano stati momenti di grande e confuso "intreccio"; lo stesso segretario politico era stato per molti anni il pioniere dell’accordo tra Democrazia cristiana e socialisti, successivamente vi era stata una forte opposizione tra Craxi e De Mita (ma la storia delle "staffette" più o meno rispettate, è abbastanza nota da questo punto di vista). Però, detto questo, Goria era un uomo di valore; ho avuto occasione di conoscerlo per tantissimi anni e l’ho sempre considerato un uomo che approfondiva bene i problemi e che non aveva controindicazioni. Certamente il commissariamento della Federconsorzi era un’operazione traumatica, ma penso sia difficile anche per un Ministro sottrarsi a delle responsabilità, anche se in precedenza il Ministero aveva mostrato un orientamento evidentemente diverso. Se il Ministero, quando approvava i bilanci, non approfondiva questa fragilità delle postazioni positive non si può certo rimproverare Goria per avere tratto delle conseguenze, casomai si può rimproverare chi in precedenza non lo aveva fatto.

Per quanto riguarda il professor Capaldo, non so se lui si sia occupato della questione in quella fase, certamente lo ha fatto successivamente. Ebbi occasione di vedere abbastanza spesso il professor Capaldo, poiché c’era un grosso problema che si stava creando relativamente alla fusione tra Cassa di Risparmio di Roma e Banco di Roma, come avvio alla creazione di un polo importante, che poi si è realizzato; però non so assolutamente se, nella fase del commissariamento, egli fosse stato consultato.

CHIUSOLI. Senatore Andreotti, nella scia delle considerazioni che faceva il senatore De Carolis, vorrei inserire una domanda principale, nonché alcune domande accessorie.

Fin dall’inizio di questo lavoro mi ha interessato particolarmente una questione, in ordine alla quale ho rivolto la medesima domanda ad altri interlocutori, ma le risposte sono sempre state evasive; forse mi sono rivolto alle persone sbagliate, questa mattina spero di rivolgermi alla persona giusta. La gran parte dei protagonisti che abbiamo ascoltato è stata concorde nel fare questa valutazione: il ministro Goria, a meno che non fosse stato pazzo, avrebbe dovuto dare il via all’operazione di commissariamento solo se vi fosse stata, non dico una preventiva approvazione, ma almeno un generico consenso delle banche. Poiché il ministro Goria diede il via all’operazione e poi si vide che le banche non erano affatto d’accordo, Lei ritiene di dover concordare con la valutazione di questi auditi? Il Ministro Goria era pazzo a fare questa operazione senza il preventivo consenso delle banche?

ANDREOTTI. Vede, la logica vuole che operazioni di questo genere siano accompagnate, se non da un consenso, almeno da una certa disposizione da parte delle banche a studiare poi le conseguenze e le risoluzioni. La preoccupazione di cui Goria si faceva portatore era proprio che si fosse interrotto il colloquio banche-Federconsorzi; nominandosi i commissari vi sarebbe stato un soggetto interlocutore diverso, con il quale si poteva poi studiare con le banche il modo di uscire da tale situazione. Non credo che il consenso sia indispensabile averlo prima. Se la situazione era tale che le banche non mostravano più disponibilità a finanziare la Federconsorzi allora mi sembra che la logica fosse quella di cercare il commissariamento, tanto più che anche la relativa fragilità di impostazione dei bilanci cominciava probabilmente ad essere messa in evidenza, credo anche allo stesso Ministero. Visto soltanto in sintesi, il fatto che fino a qualche mese prima era stato approvato regolarmente il bilancio, metteva il Ministero in una condizione che forse al titolare di quel momento dava più preoccupazioni, proprio per questa ragione.

CHIUSOLI. Presidente Andreotti, fuori di metafora, lei non ritiene possibile che qualcuno - ma non so chi - che in quel momento rappresentava le banche o che discuteva con il ministro Goria a nome delle banche gli abbia in pratica detto "Vai avanti che ti diamo una mano" e poi lo abbia lasciato solo?

ANDREOTTI. Questa è un’ipotesi che rimane tale.

CHIUSOLI. Però lei è un uomo di mondo e una valutazione credo la possa fare.

ANDREOTTI. Con le banche non ho mai avuto necessità di assumere posizioni di tipo conflittuale di questo genere, però ritengo anche che sia comprensibile la preoccupazione di un Ministro che, appena arrivato in un Ministero, trovandosi dinanzi ad un’istituzione che sembrava un mito delle nostre realtà operative, si rende conto che essa si trova nell’impossibilità di funzionare, in quanto le banche non hanno più nei suoi confronti il rapporto che avevano in passato. Il commissariamento è di certo un fatto clamoroso perché non è di ordinaria amministrazione, però con questo può darsi anche che il Ministro volesse segnare una sua posizione: il passato era passato e lui, avendo constatato che questa era la situazione, cercava un rimedio, anche se drastico.

CHIUSOLI. Presidente Andreotti, vorrei ora farle un paio di domande accessorie, relativamente ad un aspetto che è emerso nel corso di alcune passate audizioni. Quante volte il Consiglio dei Ministri si è occupato formalmente della vicenda? Da una lettura affrettata dei resoconti delle passate audizioni, mi sembra di capire che il Consiglio dei Ministri non se ne sia mai occupato.

ANDREOTTI. Non sotto la mia Presidenza.

CHIUSOLI. Quello della Federconsorzi è forse il più grande scandalo italiano dall’epoca della Banca romana ed il Consiglio dei Ministri non se ne è mai occupato formalmente?

ANDREOTTI. Forse definirlo in questo modo è eccessivo.

CHIUSOLI. Forse esagero; comunque il Consiglio dei Ministri, quando lei ne era Presidente, formalmente non se ne è mai occupato.

ANDREOTTI. No, perché nelle riunioni del Consiglio dei Ministri si discute dei provvedimenti su richiesta dei Ministri oppure quando c’è un problema politico di carattere particolare e oggettivo; in quel caso nessuno lo chiese.

CHIUSOLI. Un’ultima questione, presidente Andreotti. Lei personalmente ha mai valutato quale dei progetti successivi (Capaldo, Fiordaliso, Siele) fosse il più opportuno?

ANDREOTTI. Io non ho mai esaminato a fondo questi progetti. Come ho detto prima, il professor Capaldo mi disse, in occasione di un incontro che ebbi con lui per tutt’altro motivo, di essere autore di un progetto, non so se insieme ad altri. Il dottor Roveraro chiese poi di potermi venire a trovare da Milano, dicendomi che aveva un progetto; risposi che questo andava presentato al Ministro competente e che sarebbe stato poi visto insieme ad altri progetti, accennando anche che sapevo dell’esistenza di un progetto presentato dal professor Capaldo, ma che non sapevo se ve ne erano altri.

CHIUSOLI. La sensazione finale che ne ricavo è che questa è una partita sulle spalle del defunto ministro Goria, punto e a capo.

ANDREOTTI. Ma non perché è defunto, scusi.

CHIUSOLI. No, no.

ANDREOTTI. Faccio un esempio del tutto in un altro campo. Io mi sono trovato a tornare al Ministero della difesa e lì ho trovato un caso specifico, una situazione particolare. Il procuratore di Milano aveva chiesto al Ministero se un determinato tizio, che si chiamava Giannettini, era o no un informatore. Vidi che il Ministero, nella gestione precedente alla mia, per una ragione abbastanza logica (gli informatori devono essere coperti, altrimenti salterebbe tutto il quadro e tutta la rete) non aveva risposto. Personalmente, dinanzi al rischio di vedere un magistrato che denunciava o sospendeva le sue procedure dicendo che il Governo si rifiutava di collaborare, presi senza alcun dubbio su di me la responsabilità di rispondere che sì, si trattava di un informatore. Messi sul piatto della bilancia, da un lato, un processo in cui si parlava addirittura di "strage di Stato" che si bloccava per colpa del Governo e, dall’altro, rivelare il nome di un informatore, non c’era per me neanche il dubbio. Ci sono momenti nei quali un Ministro deve prendere delle decisioni, non per sconfessare i suoi predecessori, ma perché ci sono delle valutazioni. Ritengo che in quel momento Goria, di cui avevo e ho la massima stima, ritenesse veramente che la situazione non fosse sostenibile e che uno strumento straordinario fosse necessario. Ritengo che questa sia stata la decisione, senza pressioni di nessuno e, forse, per non assumersi responsabilità di un passato in cui lui non c’entrava.

PRESIDENTE. Credo che la difficoltà dell’onorevole Chiusoli a recepire la risposta fosse questa: una persona esperta in questioni economiche come Goria poteva pensare mai a un commissariamento senza averne preventivato prima le prospettive? Cioè, è mai possibile che con le banche non intrattenne alcun rapporto prima del commissariamento per non essere poi "tradito" dalle banche stesse?

ANDREOTTI. Certamente un qualche rapporto lo deve avere avuto, perché la lamentela che lui faceva era di una eccessiva chiusura delle banche. L’ho già accennato prima: lui sosteneva che, mentre le banche probabilmente erano state troppo larghe nel passato, in quella fase erano eccessivamente chiuse. Anzi, lui aveva un tono abbastanza polemico nei confronti delle banche e questo mi pare che dimostri che certamente ne aveva parlato; il dato della chiusura delle banche verso il sistema Federconsorzi non credo che l’avesse assunto solo da informazioni della Federconsorzi.

PRESIDENTE. Ma può essere che l’irrigidimento delle banche nei confronti della Federazione derivasse da una percezione delle intenzioni di Goria di commissariare? Infatti, se non vado errato, qualche giorno prima la Cassa di risparmio di Macerata aveva erogato un credito di 70-80 miliardi; non solo, qualche giorno prima c’era anche stato un prestito di 250 milioni di ECU, se non vado errato. Cioè, fino a quel momento non si era avuta la sensazione da parte delle banche di questo irrigidimento che Goria paventò con il commissariare. Posso osservare che, eventualmente, proprio l’irrigidimento delle banche non avrebbe dovuto portare Goria all’accelerazione attraverso il commissariamento, perché aggravava, come di fatto ha aggravato, la posizione debitoria delle banche nei confronti della Federconsorzi.

ANDREOTTI. Questo è vero, però in una situazione di estrema difficoltà è chiaro che un Ministro non voglio dire che si chiama fuori, ma cerca uno strumento con cui si azzeri la situazione e si rimetta tutto a una possibile discussione.

PASQUINI. Mi collego a questo ultimo argomento perché mi sembra importante. Noi qui abbiamo due versioni sullo stato della Federconsorzi al momento in cui si decide il commissariamento. La prima è la versione del dottor Bambara e di altri, peraltro per alcuni aspetti suffragata dalla sentenza del tribunale di Roma, che ha detto che non c’era stato di insolvenza. E il dottor Bambara dice: noi ci siamo stupiti del commissariamento perché avevamo presentato un piano di ristrutturazione della Federconsorzi in base al quale avremmo risanato la Federconsorzi.

ANDREOTTI. Mi scusi, chi è Bambara?

PASQUINI. E’ il direttore generale della Federconsorzi nell’ultima fase, dopo il dottor Pellizzoni. Questa situazione mi sembra suffragata anche dal fatto che, alcuni giorni prima, la Cassa di risparmio di Macerata, alcune settimane, o un mese prima, un gruppo di banche straniere hanno erogato credito. Da un lato, quindi, abbiamo questa versione. Vi è poi l’altra versione; abbiamo il ministro Goria che riferisce al Presidente del Consiglio di allora che era in atto una situazione di restrizione del credito da parte delle banche per cui occorreva prendere delle decisioni. A me sembra, dalla situazione che abbiamo potuto riscontrare e verificare, che in realtà non vi fosse alcuna restrizione del credito da parte delle banche. Il Governo avrebbe anche potuto continuare sulla vecchia strada, facendo ritenere a tutti, sia banche italiane che banche straniere, che la Federconsorzi era pubblica, con tutta l’ambiguità pubblico-privato che ha sempre contraddistinto fin dall’inizio l’assetto istituzionale della Federconsorzi, per cui era pubblica quando si trattava di esercitare delle funzioni pubbliche, ed era privata quando invece si trattava di trasparenza, democrazia, rendicontazione, eccetera. Ma a parte questo, io non ho dubbi che il sistema Federconsorzi, come ha detto testè il senatore De Carolis, fosse al collasso, per il fatto che si finanziavano due o tre volte il fatturato. Potrei anche aggiungere che c’era anche il leasing interno, che era un’ulteriore fonte di finanziamento al fatturato. Quindi il sistema era al collasso, ma non è escluso che anche il dottor Bambara avesse ragione e che, se non fosse venuto meno il sostegno pubblico, il sistema potesse essere ristrutturato e riformato, con l’appoggio delle banche. Voglio chiedere come mai il Governo, nella sua collegialità, ha sottovalutato un problema da 5.000 miliardi, che comportava delle forti ripercussioni sulle banche estere e delle forti pressioni delle banche estere sullo Stato italiano e sul Governo italiano, con conseguente perdita di fiducia e di credibilità internazionale del Paese, nonché un aumento dei tassi di interesse non solo per il credito privato, ma anche per il finanziamento del debito pubblico.

A me sembra inverosimile che il Governo non se ne sia occupato nella sua collegialità e che, in tutta questa vicenda, non appaia mai il Ministro del tesoro. Quest’ultimo non poteva ignorare il problema, anche perché erano state tenute delle riunioni in proposito in sede ABI. Non si poteva pertanto ignorare il gravissimo problema, nel momento in cui il Governo prendeva le distanze dalla Federconsorzi. Non si poteva pensare che il commissariamento non avrebbe aperto la questione della restrizione del credito da parte di tutte le banche.

Non mi sembra possibile che non siano stati approfonditi tutti gli aspetti e che sia stato invece il solo Ministro dell’agricoltura ad occuparsi di tutto. Doveva essere in primo luogo il Ministro del tesoro, e forse il Governo nella sua collegialità, a occuparsi del problema.

ANDREOTTI. Il ragionamento di fondo da lei svolto mi induce a pensare che quella situazione abbia aggravato la determinazione di Goria e lo abbia convinto ad agire in quel senso. Le banche potevano credere che, se lo Stato avesse sostenuto la Federconsorzi, l’onere sarebbe poi ricaduto sui contribuenti. Forse da ex Ministro del tesoro, Goria voleva proprio censurare questo comportamento e far finire questa storia. Forse è ricorso a metodi un po’ bruschi, ma, con tutto il rispetto per i dirigenti, abbiamo dovuto constatare gli artifici tecnici di finanziamento dei consorzi. Proprio il ragionamento da lei svolto mi induce a pensare che Goria abbia valutato che occorreva mettere un blocco a quelle possibilità di finanziamento.

Ogni volta che una determinata situazione assumeva il carattere pubblico, si pensava che qualcuno dovesse pagare per forza e si potesse continuare a finanziare senza rischio per il finanziatore stesso, ma anche senza contropartite valide di carattere economico. Non so se questo sia stato il motivo che spinse il ministro Goria ad assumere certe decisioni, ma questa potrebbe essere proprio la spiegazione.

D’altra parte l’argomento non era considerato così "emotivo": il Ministro del tesoro ne era informato, ma quel giorno non venne alla riunione perché era impegnato nelle trattative per il Trattato di Maastricht. Certamente Goria avrà tenuto al corrente il ministro Carli e indubbiamente si sarà consultato con lui.

MAGNALBO’. Vorrei rivolgere al presidente Andreotti una domanda semplice e precisa. Le chiedo se è a conoscenza dei programmi UNRRA 1 e UNRRA 2.

ANDREOTTI. Me ne ricordo vagamente.

MAGNALBO’. Ora io darò una lettura dei fatti e le chiedo se, a suo avviso, è fantasiosa e romanzesca.

ANDREOTTI. I programmi UNRRA gestivano gli aiuti americani?

MAGNALBO’. Esatto. Nell’ambito dei programmi UNRRA c’era bisogno di un soggetto flessibile, sia sotto il profilo del bilancio, che dal punto di vista del flusso di denaro che veniva messo a disposizione per determinate operazioni. La "pubblicità" in cui le banche credevano, sottintendeva certe garanzie che non venivano propriamente dallo Stato italiano, ma erano garanzie di "sottofondo".

Nel 1989-1990 vennero meno le ragioni di quelle garanzie che venivano prestate. Si trattava del resto di una realtà che solo i grandi leaders conoscevano. Vennero meno certe ragioni particolari e le banche avvertirono quella mutata realtà o ne vennero avvertite. Ecco il motivo della chiusura che si verificò nei confronti della Federconsorzi e che, a certi livelli, non può nemmeno essere capita. Dovendo chiudersi una operazione particolare che era molto al di sopra della Fedit, la quale rappresentava solo uno strumento, si colse l’occasione giusta.

Lei ha detto che un Ministero vale per il Ministro che lo guida. Lo stesso può dirsi per la Presidenza della Repubblica. Ma allora, dovendo chiudersi una determinata operazione, si pensò di mettere a capo del Ministero dell’agricoltura un uomo che non conosceva a fondo la realtà del settore e che venne informato, o disinformato, rispetto a certe situazioni. Goria venne però garantito per quanto riguardava l’operazione commissariamento; un’operazione che doveva prevedere una previa verifica degli effetti e invece il Ministro venne semplicemente garantito in merito alla decisione che si apprestava ad assumere.

Sposetti, che sta a Goria come Carra sta a Forlani, chiese 80 miliardi alla Cassa di Risparmio di Macerata; ma non avrebbe chiesto quei fondi se avesse avvertito il pericolo. Dietro si andava profilando una soluzione forte, che viene prospettata dall’istituto bancario che era il maggior creditore. Ecco il ruolo della Banca di Roma e la doppia funzione di Capaldo, il quale è consigliere della Fedit e allo stesso tempo è presidente di quel grande gruppo. Si crea così la struttura S.G.R. che acquista per 2.100 miliardi ciò che era stato valutato 8.100 miliardi.

La mia è una lettura estremamente fantasiosa della vicenda, ma vorrei sapere se lei può ritrovare, nell’ambito di queste fantasie, qualche barlume di verità.

ANDREOTTI. Non ho capito cosa c’entri l’UNRRA in questa vicenda.

MAGNALBO’. L’UNRRA 1 si occupava dei finanziamenti americani legittimi, ma ci furono anche false fatturazioni e flussi di denaro che, grazie al programma UNRRA 2, passavano attraverso la Fedit mentre il grano non veniva inviato in America.

PRESIDENTE. Il senatore Magnalbò ha tentato una ricostruzione che parte più da lontano rispetto alle nostre esigenze.

ANDREOTTI. Per me è arabo. Non sapevo come si svolgevano queste vicende. Per quanto riguarda la banca di Macerata, non sapevo certamente che Sposetti avesse incoraggiato Goria in relazione ai finanziamenti.

Certamente, resta però il fatto che ci si trovava dinanzi ad una situazione molto pesante ed a seguito di un colloquio - dovevo ritenere esatto quanto diceva Goria, non vedo perché avrebbe dovuto essere diversamente - in cui non era emersa un’ulteriore disponibilità delle banche. Non voglio portare altri argomenti però vorrei ricordare che si era anche in una fase abbastanza avanzata di discussione di quella che sarebbe stata una sostanziale novità normativa; si stava cioè lavorando sul trattato di Maastricht, il quale prevedeva che i conti pubblici e i bilanci avrebbero dovuto essere molto più rigorosi di quanto erano stati fino a quel momento e che l’indebitamento in determinate direzioni non avrebbe potuto essere più considerato lecito. Mi sembra, quindi, che questo fosse anche un clima in cui si imponeva la necessità di un certo riassetto di situazioni.

Per il resto, non posso seguirla in ipotesi ulteriori perché vedo che lei è molto più esperto di me.

PRESIDENTE. Senatore Andreotti, proprio per quanto si è detto oggi, vorrei porle un interrogativo che interessa l’intera Commissione, la quale ha il dovere di prospettare tutte le possibili letture dell’intera vicenda. Goria, che proveniva dal Tesoro, assume la carica di Ministro dell’agricoltura un mese prima del commissariamento della Federconsorzi. Le banche non avevano dato segnali di allarme; addirittura avevano continuato ad erogare i crediti fino a pochi giorni prima del commissariamento. Quest’ultimo fu deciso da Goria e fu solo comunicato agli altri soggetti ma non deciso insieme a loro. Con queste premesse, si fa peccato a pensare che la decisione non fosse solo di tipo economico-finanziario ma anche di tipo politico? E se così fu, contro chi o a favore di chi fu assunta?

Questo è uno dei nodi che occorre sciogliere. Nessuno si rende conto del perché fu deciso il commissariamento senza prima preparare il dopo-commissariamento; infatti, successivamente si andò un po’ ad inseguire piani di natura diversa. Poiché personalmente mi è difficile credere ad un’improvvisazione, e penso di interpretare il pensiero di molti Commissari, debbo sospettare, ne faccio ammenda, che già era stato preventivato ciò che sarebbe accaduto dopo il commissariamento. Ciò è avallato da una serie di circostanze, alcune delle quali forse enucleate in maniera semplicistica ma comunque verosimile. Qualcuno oggi si aspetta dalla nostra Commissione le risposte sul commissariamento (mi riferisco alle affermazioni di Lobianco); noi invece vogliamo dare delle risposte ma servendoci delle testimonianze di chi allora visse quelle vicende e che oggi non possono essere evasive, senza con questo termine voler offendere anche soltanto il ricordo di qualcuno. Vogliamo andare nello specifico perché è impensabile che un Ministro non avesse all’epoca ritenuto di investire il Governo di una vicenda del genere. Forse non lo fece perché c’era un retropensiero da parte sua? C’era forse un progetto già studiato a monte, che venne poi alla luce solo dopo il commissariamento?

Ecco gli interrogativi che ci proponiamo di risolvere e le assicuro che non è molto facile; per questo stiamo chiedendo i contributi di testimoni qualificati come fu lei a quel tempo.

ANDREOTTI. Dovrei escludere una finalità politica, se con questo termine si intende una finalità di parte o esterna all’oggettività dell’esame della questione. Nel senso che non vedo perché Goria avrebbe dovuto - e non so poi per quali interessi politici e secondo quale collocazione - perseguire una finalità di questo genere. Ritengo invece che egli, probabilmente anche con delle preoccupazioni da ex Ministro del tesoro, nel clima che ho detto, in cui si stava cercando di riassestare, prevedendo anche una fase di maggior rigore, la finanza pubblica, avendo constatato che nella Federconsorzi vi era un "castello" costruito in modo assolutamente fittizio - è stato ricordato e si è parlato molto del giro di finanziamenti di finto denaro tra i consorzi, fino ad arrivare alla Federconsorzi -, abbia ritenuto di doversi assumere una responsabilità e di proporre il commissariamento senza che vi fossero ragioni di altra natura.

Certamente vi erano poi altre preoccupazioni; per esempio, per noi romani quella della Federconsorzi costituiva una delle attività che nella nostra città impiegava un numero di persone anche notevole e qualificate; quindi non avremmo visto una sua messa in crisi con animo leggero. Però, essendo la realtà della Federconsorzi quella che tutti abbiamo visto, io debbo ritenere che Goria si sia mosso forse con una preoccupazione da nuovo Ministro, per distinguere le responsabilità e forse anche perché poteva nascere una polemica, che del resto nacque, circa il bilancio della Federconsorzi, il quale, pur caratterizzato da una sostanziale fragilità, era sempre stato approvato negli anni passati. Dal punto di vista contabile non vi erano obiezioni ad una situazione del genere, ma certamente ve ne erano dal punto di vista sostanziale.

Quindi, a mio avviso, se una critica deve essere fatta, questa non deve essere rivolta al ministro Goria ma a tutta la gestione precedente.

PRESIDENTE. Ho omesso di ricordare tra le premesse una circostanza che si è verificata dopo, cioè la soluzione giuridica raggiunta dopo il commissariamento. Infatti, il commissariamento, se lo "stato dell’arte" era quello, doveva necessariamente sfociare, come qualcuno pretendeva - ad esempio l’onorevole Fabbri - nella liquidazione coatta amministrativa; invece si tentò e si scelse la strada del concordato preventivo, con tutto quello che ne è seguito e che ancora oggi ne segue. Lo stesso concordato, cioè, è apparso o potrebbe apparire a qualcuno, che si nutre anche di sospetti, come una sorta di "tappo" per chiudere il processo di accertamento delle responsabilità della mala gestio anteriore al commissariamento, alla quale Goria voleva far fronte, eliminandola o comunque correggendola, mediante tale strumento.

Lei pensa che questa soluzione giuridica del concordato poteva essere già nella mente di chi ideò il commissariamento - o a questo si affidò - come forma di risanamento?

ANDREOTTI. Se era nella mente di qualcuno io non lo so.

PRESIDENTE. Qualcuno le parlò della soluzione che si sarebbe dovuta dare alla vicenda dopo il commissariamento?

ANDREOTTI. No. Comunque, e questo lo dico non per giocare allo "scaricabarile", tutta la fase successiva è avvenuta dopo la fine della mia investitura; io la conosco solo perché poi è sorta questa polemica, ma non ho mai avuto occasione di conoscere eventuali valutazioni delle alternative o quale dei piani fosse migliore o peggiore. Tra l’altro, dopo non molto vi fu una crisi e ci furono le elezioni.

           Non ho elementi da poter fornire alla Commissione su questo punto.

PRESIDENTE. Un’ultima domanda. In questa vicenda della Federconsorzi Lei ebbe la sensazione di uno scontro tra il mondo socialista e quello della Democrazia cristiana?

ANDREOTTI. No, c’era certamente una lamentela del Partito socialista, che poi si desunse anche successivamente (c’è una lettera dell’onorevole Fabbri su questo punto), il quale non si considerava adeguatamente partecipe, come gli sarebbe spettato politicamente dato il Governo di coalizione. So che c’era questa polemica, però non so quanto possa avere influito.

Certamente, se non vado errato, uno dei tre commissari fu designato e indicato a Goria da parte dei Ministri socialisti; gli altri due non so come vennero fuori.

PRESIDENTE. Quale fu l’attività del sottosegretario Cristofori nella gestione del concordato?

ANDREOTTI. Cristofori era competente in quanto lui stesso apparteneva al gruppo come parlamentare dei Coltivatori diretti; però non mi fece certamente né obiezioni, né fu portatore di proposte diverse.


PRESIDENTE. Dalle notizie di stampa dell’epoca si rileva che il sottosegretario Cristofori aveva pronunciato un opzione per il concordato preventivo. Ne ebbe mai a parlare con lei?

ANDREOTTI. No, anche perché erano veramente momenti molto impegnati. Ora, io non voglio sottovalutare la Federconsorzi, però nell’ambito globale delle preoccupazioni dei Governi in generale, in quel momento era un problema importante sì, ma uno dei tanti.

ALOI. Onorevole Presidente, noi abbiamo sentito nelle varie audizioni alcuni rappresentanti del mondo bancario. Dal suo osservatorio le è mai giunta la notizia che le banche straniere, che avevano stabilito un’equazione, Federconsorzi uguale Stato italiano, a un certo punto senza motivazione si volatilizzano? Si crea quindi una situazione anomala, per cui siamo andati alla ricerca delle motivazioni vere per cui le banche straniere hanno tagliato la corda, e abbiamo diverse versioni, ma ancora, almeno per quanto mi riguarda, non siamo riusciti ad individuare le ragioni vere. Dal suo osservatorio qualificato di uomo di Governo, in quella circostanza le è accaduto di dare una spiegazione a questo fenomeno strano?

ANDREOTTI. Le do una risposta possibile. In quella fase si stava creando la base di una disciplina diversa anche dell’indebitamento statale. Era la fase di Maastricht, nella quale, tra l’altro, Carli fu un elemento determinante, anche per porre delle scadenze, cosa per noi più difficile che per altri. Naturalmente qui il discorso non riguarda tanto l’oggi, ma riguarda tutto il capitolo dell’indebitamento pubblico. Certo, l’articolo 81 della Costituzione è un articolo pregevolissimo; probabilmente si può dire che, se fosse stato applicato rigorosamente l’articolo 81, non avremmo avuto nessuno sviluppo economico. Poi era venuta fuori la questione che per le spese di investimento si poteva fare l’indebitamento (il famoso "volano"); poi nelle interpretazioni il "volano" finì con il coprire anche la spesa corrente. Che in quel clima le banche straniere potessero forse ritenere che le cose per l’Italia stavano cambiando, io credo che possa anche essere verosimile; io credo che, tra l’altro, le banche devono avere dei sensori per vedere le cose con una certa prospettiva. La scelta di porre fine all’usanza che si facessero debiti di questo genere, che poi pagava lo Stato, credo sia stata cosa buona.

OCCHIONERO. Mi piace molto ascoltare l’onorevole Andreotti, pur da avversario politico. Lei è stato uno dei maggiori uomini politici che questo dopoguerra ci ha consegnato, ed è stato anche un attento lettore delle cose della vita. Spero che scriverà un libro anche lei sulla Federconsorzi, dandoci anche qualche lume. La Federconsorzi non era una cosa tra le altre, era un grosso fatto sociale, politico e anche economico e non credo che Lei l’abbia sottovalutata. Io mi sono fissato sul problema degli ammassi. Nel 1964 l’onorevole Moro era Presidente del Consiglio e il Ministro dell’agricoltura, se non sbaglio, era Ferrari Aggradi; era il secondo anno del primo centro-sinistra italiano. Si pose il problema, dopo il ’53, di porre mano e sanare una situazione aperta di conflitto e di dialogo sui debiti tra lo Stato e la Federconsorzi. Nel 1964 l’onorevole Moro istituì una Commissione di indagine per quantificare, identificare e anche risolvere il problema degli ammassi. Dalla lettura degli atti si scoprì che la Federconsorzi aveva una doppia contabilità e pertanto risalire ad eventuali crediti nei confronti dello Stato era difficile. Si individuò in quella inchiesta anche una particolare responsabilità di alcuni Ministri, tra cui un ex ministro dell’agricoltura che poi è diventato Presidente della Repubblica. Alla fine degli anni ’70, o agli inizi degli anni ’80, non ricordo bene, Lei era Ministro, l’onorevole Fabbri era Ministro per i rapporti con il Parlamento. Al Senato fu presentato un disegno di legge finanziaria, non ricordo di che anno, in cui era previsto un capitolo di spesa di 1.000 miliardi. Fabbri scrisse all’allora Presidente del Consiglio e quella voce scomparve. Da allora si tentò più volte di risolvere questo problema. Lei nelle sue dichiarazioni dice che si poteva ipotizzare che ci fossero attorno a 400 miliardi, ma non conosceva né l’entità, né la natura, né le autorizzazioni, né altro. Successivamente ci fu un decreto-legge. Io ho una perplessità più grossa della sua: siamo arrivati al 1999, quando ha trovato soluzione questa grossa vertenza. Io la legge non l’ho votata, perché mi rimaneva e mi rimane questo dubbio.

Questa grossa partita ne aprirà altre - da quella dell’olio, a quella della soia dei paesi emergenti - che comunque riguarderanno la S.G.R. e i debiti che lo Stato avrebbe contratto. Ora, lei non è coltivatore.

ANDREOTTI. In effetti, avevo un castagneto e un oliveto che ho dato via quando avevo diciannove anni per non pagare le tasse all’università.

OCCHIONERO. Tuttavia, Le chiedo se Lei si sia fatto un’idea e in tal caso quale sia questa idea rispetto al problema specifico che stiamo trattando, il cui esito non è degno né per il Parlamento, né per il Paese.

PRESIDENTE. Da allora circa una decina tra disegni di legge e decreti-legge sulla materia sono stati archiviati. In occasione di una recente manovra finanziaria (credo quella relativa al 1997) era stato anche proposto un emendamento relativo a 1.500 miliardi di finanziamento, ma anche quella proposta emendativa è di colpo scomparsa.

ANDREOTTI. Si diceva che occorrevano 400 miliardi dinanzi ai 1.000 che venivano proposti. Non per mancanza di volontà, ma non ho mai avuto un’occasione specifica di occuparmi della questione.

OCCHIONERO. Abbiamo avuto un’audizione di un presidente di una banca a cui ho rivolto alcune domande. Alla fine dell’audizione, in sede privata, egli mi ha detto: "Cosa pensavi ti rispondessi?" Da lei vorrei però una risposta veritiera.

ANDREOTTI. Non sono in grado di rispondere. Posso studiarmi nuovamente il problema per verificare se, nelle fasi precedenti il commissariamento, si sia affrontata la questione in Consigli dei Ministri ai quali partecipai. Farò una ricerca io stesso, ma a memoria non ho elementi per rispondere. È sempre stato un argomento che sembrava facesse parte più che altro della polemica politica. In realtà il problema esisteva veramente e forse più si ritardava la soluzione e più diventava complicato.

CHIUSOLI. Mi è sembrato di rilevare una contraddizione in alcune sue risposte. Lei ha parlato del dottor Mizzi e della Federconsorzi come di un mito, ma nel momento in cui si è presentato il problema lo stesso è stato da Lei descritto come uno dei tanti sul tavolo del Governo e nemmeno fra i più rilevanti.

Se il Ministro competente non chiedeva di porre la questione all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri, non lo si faceva. E tuttavia si è svolta una riunione in merito con i maggiori esponenti del partito di maggioranza relativa, perché Goria temeva strumentalizzazioni politiche. Quali strumentalizzazioni?

ANDREOTTI. Mizzi era morto da tempo e il mito era legato alla sua figura.

CHIUSOLI. Con i soldi della Federconsorzi si organizzavano le campagne elettorali di almeno 50 parlamentari della Democrazia cristiana.

ANDREOTTI. Non ne ho mai beneficiato, dal momento che avevo Bonomi come concorrente nella lista del Lazio. La Coltivatori diretti del resto ha anche condotto una politica straordinariamente positiva: penso alla campagna per le pensioni e per l’assistenza sanitaria. La Coldiretti aveva un radicamento effettivo nella società italiana. Se poi fossero aiutati dalla Federconsorzi non lo so, ma non dimentichiamo che la Coldiretti era una forza e che si è verificata una evoluzione del mondo contadino per la quale la stessa Coldiretti ha avuto meriti grandissimi.

PRESIDENTE. Se non ci sono altre domande, possiamo concludere l’audizione. Ringrazio il senatore Andreotti per la disponibilità dimostrata e per il contributo fornito ai nostri lavori. Ricordo che la Commissione tornerà a riunirsi giovedì 17 febbraio alle ore 13,30, per procedre all’audizione del dottor Filippo Maria Pandolfi.

I lavori terminano alle ore 14,10