Audizioni Commissione d'inchiesta Federconsorzi/36

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Seguito audizione Cigliana

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SENATO DELLA REPUBBLICA----CAMERA DEI DEPUTATI


XIII LEGISLATURA


COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SUL DISSESTO DELLA FEDERAZIONE ITALIANA DEI CONSORZI AGRARI



RESOCONTO STENOGRAFICO DELLA SEDUTA DI GIOVEDI’ 30 MARZO 2000


Presidenza del presidente Melchiorre CIRAMI



I lavori hanno inizio alle ore 14,10.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).


Presidenza del presidente CIRAMI

Seguito dell’audizione del dottor Giorgio Cigliata

PRESIDENTE. Prima di procedere al seguito dell’audizione del dottor Cigliana, vi informo che, in data 27 marzo 2000, il dottor Silvio Pellizzoni ci ha inviato documentazione relativa alle iniziative assunte dal management della Federconsorzi nel periodo in cui egli ricopriva la carica di direttore generale (13 aprile 1989 - 17 maggio 1991).

La Commissione procede oggi al seguito dell’audizione del dottor Giorgio Cigliana, sospesa al termine della seduta del 23 marzo 2000.

Avverto che i nostri lavori si svolgono in forma pubblica, secondo quanto dispone l’articolo 7 della legge istitutiva e che è dunque attivato, ai sensi dell’articolo 12, comma 2, del nostro Regolamento interno, l’impianto audiovisivo a circuito chiuso.

Qualora da parte del dottor Cigliana o di colleghi lo si ritenga opportuno in relazione ad argomenti che si vogliono mantenere riservati, disattiverò l’impianto audiovisivo per il tempo necessario.

Ricordo che l’audizione si svolge, ai sensi dell’articolo 15, comma 3, del Regolamento interno, in forma libera e che il dottor Cigliana ha comunicato che non intende avvalersi della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia.

Preciso infine che dell’audizione odierna è redatto il resoconto stenografico, che sarà sottoposto, ai sensi dell’articolo 12, comma 6, del Regolamento interno, alla persona ascoltata e ai colleghi che interverranno, perché provvedano a sottoscriverlo apportandovi le correzioni di forma che riterranno, in vista della pubblicazione negli Atti parlamentari.

Prima di passare all’audizione, mi corre l’obbligo di rettificare un riferimento contenuto in una delle domande da me rivolte al dottor Cigliana nel corso della precedente seduta. In quella sede, dando lettura di un passo del verbale del collegio dei commissari governativi del 22 maggio 1991 - in cui si legge testualmente: "Il dottor Cigliana riferisce… di un contatto informale del 21 maggio con il Presidente dell’I.R.I." - ho aggiunto che presumibilmente si trattava di Prodi. Tale riferimento è sbagliato e me ne scuso con il dottor Cigliana e con i commissari che sono stati indotti in errore da questa mia annotazione - in quanto dopo un miglior riscontro si è accertato che, alla data del 21 maggio 1991, presidente pro tempore dell’ IRI era il dottor Franco Nobili mentre il dottor Prodi si era dimesso da tale incarico il 29 ottobre 1989.

CIGLIANA. Signor Presidente, vorrei chiederle di poter rendere un altro paio di precisazioni relative a quella seduta, anche se lei ha eliminato la principale causa di perplessità che mi era rimasta dalla prima audizione, dove per più di mezz’ora mi sono state rivolte domande relative al professor Prodi, che non sono riuscito a capire da dove venissero. Prima di tutto intendo chiarire che riferii ai commissari di un occasionale incontro con il presidente dell’IRI, non perché ci fosse qualcosa di relativo all’IRI per la Federconsorzi, ma solo perché il giorno prima avevo ritenuto di andare dal presidente dell’IRI, Nobili, come lei ha precisato, a dirgli che non potevo più assolvere il compito di coordinatore di un piccolo gruppo di studio perché mi sentivo impegnato troppo dalla Federconsorzi. Lui mi chiese che cosa succedesse nella Federconsorzi. Io gli risposi che non lo sapevo e lui mi disse che forse qualche azienda alimentare poteva interessare l’IRI. Ecco perché io riferii anche di questo del tutto occasionale e personalissimo contatto. Sempre con riferimento a questo punto mi permetta di dire che, nell’indicazione di alcuni dati del mio curriculum che lei ha fatto, erano contenuti un riferimento al Crediop, che è esatto, e un riferimento ad un mio coinvolgimento con La Centrale, che ho subito smentito perché non ho mai avuto a che fare con La Centrale; ma era anche contenuto un riferimento alla carica di consigliere della Finsider. Siccome la cosa era vera, non precisai nulla in quel momento; la connessione poi fatta a Prodi mi ha indotto a pensare che quell’incarico fosse un ulteriore motivo per ipotizzare legami con Prodi. Quella carica la ricoprii per un tempo brevissimo; per un motivo di automatismo. Nel consiglio della Finsider c’era un rappresentante delle banche creditrici; il turno spettava al Crediop, del quale ero direttore generale; il mio predecessore nel Crediop era stato nominato nel consiglio Finsider e quando se ne andò io subentrai a lui per completare il triennio. Prodi a quell’epoca era sì presidente dell’IRI, ma non aveva nessuna connessione con la mia nomina, né la mia presenza nel consiglio Finsider con fatti che riguardassero Prodi.

Per quanto riguarda il secondo punto, ho avuto un lapsus, e me ne scuso. Ho detto che l’indebitamento della Federconsorzi era mille volte superiore al capitale sociale: in realtà lo era più di un milione di volte. Anche se nelle ragioni di fido il capitale sociale conta poco (conta il netto patrimoniale) una tale strabiliante anomalia, mai registratasi nella storia dei finanziamenti nella realtà finanziaria in nessun angolino d’Europa negli ultimi 100 anni, avrebbe potuto indurre i finanziatori a dare almeno un’occhiata a quei bilanci.

Un ulteriore punto che vorrei precisare è il seguente. Lei, Presidente, ha fatto riferimento ad una annotazione manoscritta in margine a non so quale documento, dalla quale sembrava emergere una nostra consapevolezza che eravamo pubblici ufficiali. Si domandava, quindi, come mai non avessimo denunciato i falsi bilanci Fedit. Vorrei precisare che non so cosa sia questa annotazione; certamente si riferisce ad un fatto interlocutorio, perché ricordo molto bene un parere da noi richiesto, e dato dal professor Flick per iscritto l’11 febbraio del 1992, quindi in tempi abbastanza successivi alla nostra nomina, dal quale risultò che non eravamo pubblici ufficiali, bensì eventualmente incaricati di pubblico servizio. Io non ero allora, come non sono adesso, capace di cogliere la differenza tra le due cose, però gli esperti in questa materia dicevano che la differenza era rilevante. Confermo altresì che noi, come tutti, dal Ministero dell’agricoltura in giù, ritenemmo chiaro e sufficiente, per il lavoro che dovevamo fare, il bilancio 1990, del quale era stato artefice principale il bravissimo Bambara. Quindi, prendemmo quello come base del lavoro che ci urgeva; dei bilanci precedenti non ci occupammo, ma rimandammo ad una commissione (Ghia-Martellini-Sica) di esaminarli e riferirci se vi erano fatti che potessero toccare le nostre responsabilità. Mi permetto anche di ricordare che noi non siamo stati privi di iniziative anche severe, quando necessario. Nel giro di tre o quattro settimane abbiamo licenziato, o comunque estromesso, nonostante ricatti e minacce, più del 50 per cento dei dirigenti della Federconsorzi. Un dirigente, il direttore finanziario, lo abbiamo addirittura denunciato dopo avergli fatto restituire qualche centinaia di milioni di appropriazioni indebite.

PRESIDENTE. Chi era questo funzionario?

CIGLIANA. In questo momento non lo ricordo. Lo denunciammo alla magistratura, quindi non si andava con la mano leggera. In un altro caso abbiamo interrotto una gara già indetta, creando un incredibile scompiglio e correndo dei rischi, perché all’ultimo momento ci era risultato un fatto sopravvenuto che poteva modificare la corretta informazione, e quindi il valore spuntabile. Abbiamo sospeso con un comunicato sul giornale la gara, la abbiamo reindetta pochi giorni dopo con le nuove informazioni, e il risultato della vendita è stato di alcuni miliardi superiore. Infine, devo ricordare che queste annotazioni in margine a documenti o su pezzetti di carta non sono assolutamente interpretabili se avulse dal contesto in cui venivano prese e che riflettevano spesso momenti interlocutori di processi decisionali lunghi, dibattuti e quanto meno complessi; la loro raccolta era un’attività alla quale si dedicò il commissario Lettera che di questi miei appunti ne trasmise alla procura della Repubblica di Perugia qualche decina. In proposito sono stato interrogato per sei ore dal PM; e per rispondere è stata necessaria una ricostruzione incredibilmente complessa. Appoggiandomi sulle mie agende sono riuscito a dare risposte esaurienti su tutto. In alcuni casi erano state apposte delle date errate nel senso che alcune di queste mie annotazioni (che non so come siano state rintracciate perché in genere negli uffici sono destinate a scomparire) erano state collegate a documenti con i quali non avevano nulla a che fare. Quindi, ne era stata data un’interpretazione errata, se non addirittura maliziosa. Mi permetto di dirlo perché non so se anche questa annotazione si riferisca a tali vicende, che sono state oggetto di denuncia da parte dell’avvocato Lettera, denunce che si sono rivelate del tutto infondate.

Lascerò una breve nota in cui si documentano queste affermazioni, con allegati due documenti che tendono a chiarire anche le affermazioni del ministro Goria. Mi sono ad esempio sbagliato quando ho sostenuto che il Ministro mi aveva parlato della nomina a commissario soltanto nel pomeriggio del giorno 17 esibendomi il decreto. In realtà dalle agende mi sono accorto che il ministro Goria mi aveva anticipato tale ipotesi il giorno 15 incontrandomi per una questione diversa che riguardava la legge di riforma del credito agrario. Mi disse: "Lei potrebbe essere nominato uno dei commissari. È una notizia da prendere con le pinze perché ancora non c’è il via libera del Presidente del consiglio. Il presidente della Coldiretti spara a zero contro il commissariamento e quindi chissà se la cosa andrà avanti". Non diedi alcuna importanza alla notizia perché mi sembrava che la resistenza del Presidente del consiglio e quella del presidente della Coldiretti fossero più che sufficienti a renderla improbabile; e inoltre perché, nell’andar via, il Ministro si congratulò con me per la nomina a presidente della TAV, una notizia di cui avevano parlato i giornali nei giorni precedenti, ma che non ebbe poi alcun seguito. La mia memoria di quell’episodio si legò dunque più alla questione della presidenza della TAV che non a quest’altra notizia. Due giorni dopo il ministro Goria mi diede invece il decreto con la nomina.

PRESIDENTE. Le rivolgerò ora alcune ulteriori domande in materia di liquidazione coatta amministrativa partendo dalla telefonata a Virgilio in cui spiegò che la liquidazione coatta amministrativa era necessaria ed inevitabile. Siamo al 26 giugno 1991. Gambino è furioso all’idea che il Ministro possa rinunciare alla liquidazione coatta. Cinque giorni dopo, in data 1° luglio, lei con i suoi colleghi riferì a Goria del fallimento del tentativo di liquidazione volontaria e il 4 luglio 1991 - dopo soli 48 giorni dal commissariamento - fu avanzata la richiesta di ammissione alla procedura del concordato preventivo.

Rammento ancora che Goria aveva sempre sostenuto in tutte le sedi che se le banche non avessero accettato le proposte commissariali, ed in particolare di rinunciare ad una parte dei crediti maturati, sarebbe stata disposta la liquidazione coatta. Con lei Goria parlava di liquidazione o di concordato?

CIGLIANA. Signor Presidente, nella documentazione che lascerò agli atti della Commissione, ho precisato con esattezza le date e le annotazioni delle comunicazioni ricevute dal ministro Goria. Le mie agende sono molto precise. Ne ho a casa oltre cinquanta e si riferiscono a tutti gli anni della mia attività.

PRESIDENTE. Lei sarebbe contrario a farci avere una delle sue agende?

CIGLIANA. Avrei molte perplessità, perché si tratta di agende che contengono annotazioni personali; ma sono disposto ad esibirle e a scorrere con una persona di Sua fiducia le annotazioni che contengono. Lo ripeto, si tratta di annotazioni anche relative alla mia famiglia, personali.

PRESIDENTE. Voi commissari eravate convinti che l’epilogo di questa vicenda, almeno per quello che avevate constatato nel bilancio, sarebbe stata la liquidazione coatta amministrativa?

CIGLIANA. No, mai. Il convincimento che ho tratto personalmente (non voglio rispondere anche a nome dei miei colleghi con i quali comunque concordavamo quasi sempre nelle opinioni) è stato sin dal primo momento che Goria fosse un poco ottimista. Era convinto che si potesse arrivare ad una composizione bonaria, nel senso che le banche e gli altri principali creditori - ricordo che si trattava di grandi imprese come la Fiat o l’Eni - avrebbero dovuto prendere atto che l’unica speranza di recuperare il capitale, non certo gli interessi, stava nel fatto che accettassero di prendere gli assets della Federconsorzi e di gestirli direttamente. Di questo il Ministro era profondamente convinto.

PRESIDENTE. Si può invece ipotizzare che il ministro Goria non pensasse mai seriamente alla liquidazione, ma continuasse a minacciarla per spaventare le banche e per indurle ad accettare il proprio piano?

CIGLIANA. Può darsi, ma a me non è mai risultato da indicazioni dirette che Goria abbia parlato di una liquidazione coatta amministrativa se non per escluderla. Il ministro Goria era preoccupato di una liquidazione coatta amministrativa perché, come ho ricordato nella precedente audizione, avrebbe avuto due effetti. Da un lato, c’era la necessità di ottenere stanziamenti che in quel momento - è una dichiarazione dello stesso Ministro - il Ministero del tesoro gli aveva negato. Si trattava di stanziamenti rilevanti da finalizzare alla cosiddetta gestione provvisoria, che per i consorzi agrari era pari a qualche centinaio di milioni l’anno, mentre per la Federconsorzi a qualche centinaio di miliardi. Era in primo luogo spaventato di non disporre di queste cifre e, in secondo luogo, voleva raggiungere un accordo bonario.

PRESIDENTE. La liquidazione volontaria.

CIGLIANA. O una procedura giudiziaria, perché riteneva che, di fronte a banche straniere che ricattavano pesantemente il Tesoro e in generale il Governo - ho assistito a diverse riunioni di questo genere – minacciando che nessuna azienda pubblica italiana avrebbe più avuto finanziamenti se il Governo non assicurava il pagamento, l’unica difesa fosse quella di rispondere che la cosa era in mano alla magistratura e che quindi il Governo non poteva intervenire.

Piuttosto, a un certo punto, c’è stata un’ipotesi fortemente sostenuta dall’Associazione bancaria o almeno dal professor Filippi che faceva parte del comitato esecutivo dell’associazione bancaria ed era l’unico che si intendesse di queste cose e che aveva svolto la funzione di commissario in base alla legge Prodi. Si parlò quindi della legge Prodi, senonché risultò che, dal punto di vista giuridico, non era possibile …

PRESIDENTE. Questo ce lo ha già detto l’altra volta.

CIGLIANA. Goria ci disse che non era possibile ottenere una leggina dal Parlamento e l’ipotesi fu scartata per questo motivo. Della liquidazione coatta amministrativa ho sentito parlare moltissimo da quando sono cominciate le indagini giudiziarie su questa vicenda. Una mia lettera è stata interpretata dalla procura, evidentemente su suggerimento di qualcuno (non è che il procuratore potesse immaginare cose del genere), nel senso che io - e i miei colleghi, si intende - nell’ultima fase ci eravamo opposti o avevamo ostacolato in qualche maniera la messa in liquidazione della Fedit, che avrebbe provocato automaticamente il passaggio alla coatta amministrativa. Ho sempre detto ai giudici che noi per iscritto, motivatamente, nel presentare il bilancio 1991 non chiedemmo la liquidazione della società per perdita del capitale per il semplice motivo che la società era già in regime liquidatorio, in quanto la coatta amministrativa con cessione dei beni è un regime liquidatorio. Comunque ponemmo il quesito anche al tribunale fallimentare che non trovò obiezioni al riguardo.

PRESIDENTE. Il 24 maggio 1991 si è svolta una riunione all’ABI. Lei ne era a conoscenza, vi ha partecipato?

CIGLIANA. Direi di sì. In quelle prime riunioni eravamo presenti tutti e tre.

PRESIDENTE. In uno dei suoi appunti si legge che alcune banche italiane, tra le quali la BNL, erano in preda al panico. Molte erano completamente disinformate sulla realtà della situazione. E ancora: "Barucci ha lasciato la riunione in grande imbarazzo. Le banche giapponesi hanno minacciato di far sparire dai mercati finanziari internazionali EFIM, IRI, ENI, Ferrovie dello Stato e molte banche italiane". Questo è il tenore dell’appunto. La mia domanda è la seguente: perché Barucci andò via?

CIGLIANA. Devo dire che Barucci dimostrò sempre un interesse molto concreto e cercò di fiancheggiare l’azione dei commissari, molto più del suo successore. Non faccio un confronto tra le persone, ma forse era cambiata l’epoca ed eravamo nel frattempo entrati in procedura; non entro nel merito delle motivazioni. Ricordo questo episodio: Barucci se ne andò via, probabilmente anche in condizione di imbarazzo, forse perché - è una mia impressione – seppure in buona fede, aveva dato qualche speranza al ministro, del quale era compagno di partito, di riuscire a convincere le banche e che anche l’ABI si sarebbe adoperata in tal senso. In realtà le banche erano in stato confusionale in quel momento: nessuno degli interventi fatti nel corso della discussione aveva razionalità, seguitavano solo a strillare che volevano i soldi indietro...

MANCUSO. Non era cosa da poco.


CIGLIANA. Ma non diedero alcun contributo.

PRESIDENTE. La domanda successiva è la seguente: con nota del 20 maggio 1991, i commissari della Fedit chiesero a tutte le banche creditrici di considerare momentaneamente congelata, dal 17 maggio 1991, la situazione dei rapporti intercorrenti con la Fedit, di astenersi da qualsiasi atto pregiudizievole all’ordinata prosecuzione della gestione - e di questo mi pare che lei abbia fatto cenno la volta scorsa - e che, a partire dal 18 maggio 1991, qualsiasi operazione fosse scritturata su apposito e separato conto intestato alla gestione commissariale. Le chiedo quale fu la reazione delle banche. Forse interpretarono il commissariamento e questa nota come una sorta di dichiarazione di insolvenza? Perché l’allarme delle banche - parliamoci chiaro - scattò dopo il commissariamento. Quindi, il commissariamento e questa richiesta dei commissari alle banche di congelamento potevano sortire l’effetto di una dichiarazione di insolvenza?

CIGLIANA. La mia impressione è che le banche avevano tenuto la testa in un sacco di nebbia su questo argomento per tutto il periodo in cui avevano avuto rapporti con la Fedit. Il commissariamento ha fatto semplicemente mettere la testa fuori: si sono accorte che avevano finanziato una società per un milione di volte il suo capitale sociale e che quindi era una situazione con ogni probabilità insostenibile. Le banche avevano fatto solo finanziamenti a vista, non c’era alcun finanziamento a medio termine, ovvero con garanzie. Nel panico, la prima reazione è stata quella di chiudere i conti e metterli a rientro. Solo il Credito italiano aveva in fase di decisione, dopo istruttoria favorevole, un prestito, quello sì a medio termine, garantito dalla cessione di crediti nei confronti del Ministero dell’agricoltura (doveva andare lunedì 20 maggio al comitato esecutivo che si teneva a Milano). La mattina stessa mi telefonò Barucci che mi disse: "Caro Cigliana, naturalmente di quel credito non se ne parla nemmeno, è tolto dall’ordine del giorno". Risposi che non me ne importava niente perché tanto, se avessimo avuto quel credito, non avremmo potuto ritirare una lira perché per farlo avremmo dovuto dare delle garanzie reali e questo avrebbe fatto crollare l’intera impalcatura dei fidi. Inoltre, se le cose fossero andate male, ci avrebbe esposto a bancarotta preferenziale perché a una sola banca avremmo dato garanzie che in precedenza la Fedit aveva negato alle altre banche. Sarebbe stato un gesto suicida. Ma le banche chiesero tutte il rientro e allora inviammo quella lettera.

Se la lettera è datata al giorno 20, non avevamo ancora avuto le lettere di rientro da tutte le banche perché le ricevemmo tra il 20 e il 21; ma probabilmente ne avevamo già ricevute così tante che scrivemmo subito la lettera, da un lato per evitare che qualche gesto inconsulto di una banca ci facesse precipitare nel fallimento - con il che spariva qualunque possibilità di trattare alcunché - e, dall’altro, per chiedere che qualunque operazione successiva al 20 andasse in una scritturazione diversa per non confonderla con operazioni precedenti (se non sbaglio, lo chiedevamo esplicitamente nella lettera). Quindi c’era un motivo tecnico preciso.

PRESIDENTE. Ma il blocco di questi fidi comunque diventava pregiudizievole per la prosecuzione della gestione?

CIGLIANA. Il commissario Lettera in proposito ha detto e scritto cose che noi abbiamo ritenuto assolutamente false, tant’è che le abbiamo denunciate con un lunghissimo esposto-denuncia sia alla procura di Perugia, sia al Ministro dell’agricoltura dell’epoca, il senatore Pinto. Lettera sosteneva che c’erano i soldi, e anzi quantificava che c’erano circa 800 miliardi di fidi non utilizzati, oltre ai 250 miliardi di questo finanziamento del Credito Italiano; ma questo è completamente falso. Il giorno 20 all’alba non c’era più un soldo, e quindi la società era in condizione di totale e assoluta illiquidità. Intendo dire che, a prescindere da ogni altra considerazione circa il fatto che gli attivi della Federconsorzi potessero eventualmente essere superiori ai passivi, la società comunque non poteva funzionare perché aveva un’illiquidità totale e le spese generali, che sono una voce molto modesta del conto, assommavano a quell’epoca a 180 miliardi l’anno, cioè a 15 miliardi al mese. E non c’era una lira, perché essendo la struttura finanziaria tutta basata su fidi che venivano utilizzati solo quando c’era bisogno, la Federconsorzi non aveva mai soldi depositati in banca e agiva su conti passivi.

PRESIDENTE. Le devo riepilogare alcuni eventi essenziali, anche a beneficio dei colleghi, altrimenti le domande che le farò dopo non avranno un senso compiuto. La seconda ipotesi di soluzione del problema Fedit del maggio 1991 prevedeva la costituzione di una nuova società con capitale partecipato dai maggiori creditori della Fedit, e cioè le banche e i fornitori, e dai consorzi agrari. All’ABI e alle banche furono fatte cinque richieste. La prima: indicazione del saldo creditorio al 17 maggio 1991; la seconda: indicazione della disponibilità a considerare congelati i saldi; la terza: indicazione della disponibilità a considerare congelati gli interessi dal 1° gennaio al 31 novembre 1991; la quarta: designazione di un gruppo informale di interlocutori bancari in rappresentanza di tutte le banche creditrici; la quinta: costituzione di una nuova società, l’Agrisviluppo, con partecipazione delle banche.

L’ABI il 30 maggio 1991 accolse quattro delle cinque richieste avanzate ufficialmente dai commissari governativi, salvo la più importante, che riguardava proprio la costituzione della nuova società con la partecipazione delle banche. La risposta fu interlocutoria, nel senso che si fece riserva di approfondire il problema e di individuare gli strumenti atti allo scopo. Dopo qualche giorno i commissari inviarono il progetto generale ed articolato della nuova società. La nuova società si chiamò Agrisviluppo. Si tratta di una società costituita trasformando una precedente società del gruppo Fedit conosciuta con la denominazione impropria ma efficace di Fedit 2. Essa fu costituita dopo appena 19 giorni dal commissariamento, ed esattamente il 6 giugno 1991. Perché la Coldiretti si opponeva a questo progetto e quale era il ruolo assegnato nell’Agrisviluppo alla Coldiretti e alla Confagricoltura?

CIGLIANA. Questa è una domanda che tocca il cuore di tutta la questione. La verità è, come più volte abbiamo scritto, che non è esatto chiamare la Federconsorzi un’azienda né un’impresa; la Federconsorzi era quello che si chiama un sistema complesso, che era costituito dai consorzi agrari, da un folto gruppo di società (controllate o dalla stessa Federconsorzi, o dai consorzi agrari, o in maniera mista da Federconsorzi e consorzi) e infine dalle due associazioni di categoria, la Coldiretti e la Confagricoltura. C’erano dunque i consorzi agrari, i quali erano azionisti della Federconsorzi e la Federconsorzi a sua volta era azionista, da sola o insieme a qualche consorzio, di aziende: quindi era una struttura che aveva una propria logica. La operatività e il sistema di potere che vigevano all’interno di questo sistema complesso però erano del tutto sovvertiti: il potere era esercitato dalle due confederazioni in rapporto di due terzi per la Coldiretti e un terzo per la Confagricoltura, come se esse fossero gli azionisti e i controllori della Federconsorzi, e questa dei consorzi agrari. La forza di questo potere, che in realtà avrebbe dovuto essere del tutto al di fuori, perché dal punto di vista azionario non c’era nessun rapporto, era così rilevante che attraversava la stessa Federconsorzi per quanto riguarda la gestione delle controllate. Sicché parecchie controllate erano apparentemente gestite, sorvegliate dalla Federconsorzi in realtà erano indirizzate e gestite (nel senso sostanziale della parola, non nel senso contabile) direttamente dalle due associazioni in base ad un certo rapporto di divisione del potere che vi era tra le due medesime associazioni.

La Coldiretti si era opposta alla costituzione di questa nuova società perché si manifestò immediatamente che, la Coldiretti più vivacemente e la Confagricoltura in misura forse meno virulenta, non intendevano affatto smontare questa situazione, che aveva giustificazioni storiche, sulla quale avevano lavorato per 50 anni almeno, e ritenevano (con qualche fondamento, a mio parere) di aver fatto la grandezza - grandezza dimensionale, naturalmente - della Federconsorzi; quindi non intendevano uscire da questa logica.

PRESIDENTE. Qual’era il ruolo nuovo che veniva loro assegnato nella costituzione di questa società?

CIGLIANA. Era un’idea che Goria aveva già in testa quando aveva nominato noi; probabilmente l’aveva maturata nei giorni immediatamente precedenti il commissariamento. Lui riteneva che la struttura Fedit non fosse riparabile e non fosse funzionale perché il sistema di potere al suo interno era addirittura capovolto. Bisognava quindi - secondo lui - creare una nuova Fedit che non avesse nulla a che fare con la vecchia Fedit, della quale fossero azionisti i consorzi agrari in una certa misura. Al riguardo, Goria si prese anche delle grosse responsabilità, perché si impegnò a far partecipare tutti i consorzi che erano stati dai suoi predecessori messi in coatta amministrativa, e che quindi non avrebbero potuto fare nuovi investimenti. Lui si impegnò a trovare il sistema di farli partecipare, magari con una quota minima, a questa nuova iniziativa. A fianco dovevano esserci le banche più interessate al giro di lavoro che la Federconsorzi assicurava, e i fornitori, perché in quella prima fase era opinione di molti che alcuni grandi fornitori avrebbero avuto un grande interesse a cercare di mantenere alcune posizioni monopolistiche che si erano create; per cui, attraverso il finanziamento della Federconsorzi, era solo l’Eni che forniva il carburante a tutti i consorzi, alle aziende agricole, eccetera; come era solo la Fiat che forniva le macchine agricole, i pezzi di ricambio e quant’altro.

Per la verità, già prima della fine di maggio - il Ministro ci aveva convocato, ma essendo stato costretto a partire per Bruxelles, fummo costretti a raggiungerlo lì -, disse nel corso di una conversazione: "Abbiamo poche settimane prima che a Bruxelles ci diano la mazzata". Una gran parte di queste attività svolte dalla Federconsorzi erano ormai incompatibili con le norme del mercato comune.

PRESIDENTE. Lei è a conoscenza di chi fu l’autore dell’elaborazione del progetto di Agrisviluppo?

CIGLIANA. Certamente. Il Ministro volle, e riteneva di poter imporre, forse per il suo passato di Ministro del tesoro, che fosse l’Imi ad elaborare questo progetto. In realtà l’Imi si divincolò come una biscia e soltanto alla fine accettò che fosse la Sige, una sua finanziaria, a prendersi cura di questo progetto. La Sige lavorò con noi per alcuni mesi per predisporre un progetto che prevedeva una struttura molto più ristretta di quella precedente.

Signor Presidente, mi permetta di ritornare per un momento ad un argomento precedente. La Coldiretti e la Confagricoltura, pur essendo insofferenti all’ingresso di qualche altro socio, banche o fornitori che fossero, manifestarono una posizione particolarmente intransigente - ricordo ancora una riunione presso il Ministero dell’agricoltura alla quale erano presenti molte persone - quando qualcuno avanzò l’esigenza che a questa nuova società dovessero partecipare delle finanziarie regionali. All’epoca cominciava ad avere attuazione il dettato costituzionale a lungo dormiente secondo cui la competenza esclusiva in questa materia doveva essere delle regioni. Probabilmente alcune regioni avevano avanzato la propria disponibilità al riguardo. Questo creò l’impossibilità di seguitare qualsiasi rapporto con le due associazioni che non potevano neanche per un attimo ammettere questa presenza regionale.

La Costituzione aveva decentrato sulle regioni l’attività agricola, ma la forza più importante nel settore era il sistema Federconsorzi, aziende controllate e consorzi agrari: un sistema che grazie alle due associazioni principali - in certi momenti con molti meriti - era stato fortemente centralizzato. Quello che pensavano i singoli consorzi agrari contava poco, contavano gli ordini che partivano dagli accordi tra le due associazioni.

PRESIDENTE Il progetto Agrisviluppo partì dopo il commissariamento o i suoi presupposti erano già iniziati ancora prima di esso per poi perfezionarsi successivamente?

CIGLIANA. Il Ministro ci manifestò soltanto un vago convincimento in proposito per cui noi ci mettemmo subito all’opera.

PRESIDENTE. Il 7 giugno 1990 il comitato esecutivo dell’ABI si riunì nuovamente per valutare con il Ministero dell’agricoltura un protocollo d’intesa in cui si prevedeva una soluzione organica ed articolata del problema mediante la costituzione di questa nuova società. L’intesa non fu approvata e la reazione del ministro Goria fu furente: accusò di ambiguità le banche italiane e minacciò di ricorrere immediatamente alla liquidazione coatta amministrativa.

Nella riunione del 13 luglio 1991, il comitato esecutivo dell’ABI, ricomposta la frattura con il Ministro, approvò la liquidazione volontaria della Fedit e la costituzione di una nuova società, subordinatamente all’adesione di tutti i creditori italiani ed esteri, chiamando ad aderirvi tutte le banche italiane creditrici.

L’intesa fallì e delle 115 banche interpellate aderirono in 45 incondizionatamente, 54 non risposero affatto e le altre 16 dettero risposte condizionate. Si trattò di una rivolta ai deliberati dell’associazione di categoria? Fu decisivo il ruolo della Banca nazionale del lavoro, che era la maggiore creditrice, considerando unitariamente la Fedit e la Agrifactoring? Qual era il punto di vista della Banca d’Italia in merito?

CIGLIANA. Il fatto che ci fosse un’opposizione così violenta e determinata da parte delle due associazioni, influì su alcune banche che inevitabilmente la valutarono come un’opposizione politica. Non dimentichiamo che Goria è stato il primo Ministro dell’agricoltura che non è stato designato dalle due associazioni, almeno per quanto ricordo.

PASQUINI. Forse l’unica eccezione è rappresentata dal ministro Pandolfi.

CIGLIANA. Anche quest’ultimo però, fece prima delle visite per essere messo in lista. Altrimenti non sarebbe mai stato nominato.

Le banche a volte possono avere difficoltà a capire i problemi finanziari ed economici, ma un minimo di fiuto politico ce l’hanno. Interpretarono quest’opposizione come una presa di posizione politica che ebbe poi un peso determinante.

PRESIDENTE. Ci fu una sorta di condizionamento da parte di queste associazioni?

CIGLIANA. Probabilmente sì, anche se bisogna tener conto che le banche di questa cosa non si resero conto. Si accorsero improvvisamente che quanto avevano fatto era una pura follia. I bilanci della Federconsorzi non erano stati letti da molte banche. Se l’avessero fatto forse qualche comportamento sarebbe stato diverso. Senza dubbio qualche condizionamento c’è stato.

Lei ha accennato a un ruolo particolare della Banca Nazionale del Lavoro. In quei primi giorni non avvertii alcuna differenza, anche se successivamente mi venne detto più volte da Barucci e da Gianani dell’ABI, con i quali ero in contatto, che la Banca Nazionale del Lavoro guidava il fronte dell’opposizione. Comunque, non diedi alla vicenda alcun peso.

Successivamente, mi sembrò di capire che la Banca Nazionale del Lavoro avesse qualche motivo in più per opporsi, non già perché fosse esposta maggiormente di altre, rispetto a Fedit, ma perché era impegolata nel groviglio dell’Agrifactoring. Per fortuna non ho avuto tempo ed occasione di occuparmi delle vicende Agrifactoring perché questa entrò in concordato preventivo e altri furono i commissari coinvolti. In ogni caso capii che la Banca Nazionale del Lavoro era coinvolta in una vicenda molto grossa.

PRESIDENTE. Si pensava addirittura che fosse la maggiore azionista di Agrifactoring.

CIGLIANA. Appunto. Essendo la maggiore azionista, le banche italiane e anche qualche banca estera, che avevano prestato i soldi ad Agrifactoring, le dicevano che si trattava di una sua società, che implicitamente aveva garantito in quanto azionista di maggioranza. E naturalmente la Banca Nazionale del Lavoro cercava di evitare questo tipo di recriminazioni.

PRESIDENTE. Qual era il punto di vista della Banca d’Italia in merito a questa vicenda?

CIGLIANA. In una relazione presentata alla procura di Perugia ho scritto su richiesta un breve capitolo sulla Banca d’Italia. L’impressione – e qui parlo della mia perché naturalmente solo della mia posso assumermi la responsabilità – fu che la Banca d’Italia si disinteressasse di queste vicende, in quanto preoccupata di un’altra vicenda. Quando furono fatti gli ammassi obbligatori - non quelli volontari, che finirono, salvo errore, nel 1961 e cominciarono dopo la guerra – la legge vigente prevedeva che l’ente ammassante, e cioè in genere i consorzi agrari (da qui comincia la fortuna del sistema), potesse fare delle speciali cambiali ammassi previste proprio dalla legge, le quali dovevano avere la firma dell’ente ammassante (consorzio) e di una banca (la banca locale a cui si rivolgeva il consorzio). Con queste due firme la Banca d’Italia era autorizzata (e praticamente costretta) a scontare tali cambiali. L’importo delle cambiali era la sommatoria degli importi pagati agli agricoltori conferenti; non comprendeva le spese di gestione degli ammassi che poi diedero luogo ad altre vicende nelle quali la Federconsorzi fu interessata. Infatti nella questione delle cambiali la Federconsorzi non c’entra per nulla: erano fatte dai consorzi - azionisti della Federconsorzi ma non dipendenti - con la banca locale e da questa scontate presso la Banca d’Italia. Queste cambiali un giorno avrebbero dovuto essere pagate; in realtà nessuno le pagò mai e seguitarono a girare in un "parcheggio" di attesa, come gli aerei sopra gli aeroporti quando sono ingorgati.

Quando la Federconsorzi fu commissariata, quindi nel 1991, stavano girando da oltre 30 anni, regolarmente rinnovate ogni sei mesi. Ogni sei mesi infatti c’era una ridicola cerimonia - il giudizio è mio, per carità - per cui le cambiali venivano rinnovate esattamente per l’importo corrispondente a quello della cambiale scaduta, maggiorato dell’1 per cento di interesse della Banca d’Italia, dello 0,75 per cento della banca locale, più i bolli. Il Ministro delle finanze era tutto contento perché incassava diverse decine di miliardi di bolli ogni anno e la cambiale ripartiva. Dopo sei mesi si ripeteva lo stesso percorso. A quell’epoca, se ben ricordo, il giro di cambiali ammontava a 2.500 miliardi.

Quando vide che il commissariamento della Federconsorzi rischiava di fare andare in liquidazione coatta amministrativa tutti gli altri consorzi, la Banca d’Italia si accorse che si trovava in posizione – diciamo così – illegittima perché la legge prevedeva due firme "buone"; e quella del consorzio in liquidazione coatta amministrativa non può essere considerata tale.

MANCUSO. Le chiedo scusa dell’interruzione. Sto seguendo il suo ragionamento con un qualche interesse. In queste cosiddette cambiali chi era il traente e chi il trattario?

CIGLIANA. Era il consorzio agrario: traeva dalla banca il denaro necessario per pagare gli agricoltori conferenti.

MANCUSO. Quindi tra chi correva l’obbligazione?

CIGLIANA. Era la banca che doveva restituire questi soldi. Prescindendo dalla motivazione di chi dovesse alla fine pagare, per come era impostata l’operazione, era la banca che doveva onorare la cambiale vis à vis della banca presso la quale aveva fatto lo sconto, cioè la Banca d’Italia. Naturalmente – immagino, perché non sono stato io l’artefice di questo meccanismo – l’ipotesi era che il grano ammassato venisse poi venduto ai molini in base all’allora vigente sistema di razionamento. Il Tesoro pertanto, indirettamente, attraverso i vari meccanismi governativi, avrà pure incassato qualche cosa ma in quel momento era così pressato dalle esigenze dell’immediato dopoguerra che ha preferito tenere quegli incassi per altre sue esigenze e intanto far circolare quelle cambiali in un circuito che apparentemente era quasi gratuito perché la Banca d’Italia s’era prestata a finanziare tutto all’interesse dell’1 per cento.

La Banca d’Italia, se non mi sbaglio, lo stesso giorno dopo l’inizio della gestione commissariale ci convocò tutti e tre per chiedere che cosa succedeva di quelle cambiali.

BUCCIERO. Questa era la parte relativa all’ammasso.

CIGLIANA. Era la parte relativa alla merce ammassata; perché poi le spese generali (magazzinaggio, assicurazioni, personale, cali, ammanchi, avarie) erano invece addebitate a parte dal singolo consorzio (e quindi di nuovo la Federconsorzi non c’entra) al Ministero dell’agricoltura. Questi addebiti, che erano parte relativamente modesta rispetto ai primi, tuttavia lievitarono in misura immensa perché non furono mai cambializzati e tanto meno fu applicato il tasso dell’1 per cento. Per motivi che a me sfuggono e risalgono a decenni prima che me ne occupassi, su questi cifre, circa le quali il Ministero dell’agricoltura non comunicava niente, correvano degli interessi molto alti ai quali si aggiungevano dei cospicui interessi di mora, che tanto poi non pagava nessuno (dal 1960 ad oggi nessuno ha mai pagato questi debiti e tanto meno gli interessi). Si sono accumulati interessi composti a tassi elevatissimi (in certi periodi fino al 20 o al 25 per cento). Quindi, queste somme relativamente modeste si gonfiarono enormemente; ma comunque - ripeto - erano cose dei consorzi. La Federconsorzi fu coinvolta per un altro motivo: perché era abitudine che la Federconsorzi, quando un consorzio andava in dissesto (e ne andavano di qua e di là, al Nord, al Sud e al Centro, io ho notato una concentrazione nella Valle Padana dal punto di vista degli importi) interveniva, e in qualche caso si trattava di molti soldi (ricordo che per il consorzio di Reggio Emilia erano stati dati poco meno di 300 miliardi di lire di allora), facendosi dare dal consorzio agrario una serie di cose, che erano in genere gli immobili (che poi lasciava però al consorzio agrario in comodato gratuito: ma contabilmente poteva segnare all’attivo, a fronte dell’uscita dalla cassa, un immobile di 100 o 1.000 milioni). Si faceva poi dare altri beni di carattere industriale, che pure lasciava in comodato gratuito; e infine i crediti che i consorzi vantavano nei confronti del Ministero dell’agricoltura. Quindi, storicamente prima del commissariamento una parte, circa la metà, di questi crediti mai pagati, ma che lievitavano come una torta ben fatta, erano stati acquisiti dalla Federconsorzi; e sono quelli che hanno poi dato oggetto a quei fatti che sono avvenuti nell’ultima epoca.

PRESIDENTE. Tornando al discorso di prima, parrebbe che questo malcontento da parte delle associazioni, Coldiretti e Confagricoltura, si sarebbe sostanziato anche in una sorta di pressione alle banche.

CIGLIANA. È facile immaginarlo, ma non lo posso dire.

PRESIDENTE. Risulta però che la Coldiretti aveva elaborato un progetto alternativo a quello di Agrisviluppo mediante la costituzione della società Soconagri, che raccoglieva all’inizio alcuni consorzi agrari in bonis. La Soconagri fu costituita il 9 luglio 1991, cambiando la denominazione da una preesistente scatola vuota, con capitale di soli 300 milioni circa, prima della costituzione di Agrisviluppo e dopo solo cinque giorni dalla presentazione della richiesta di concordato preventivo. Questa appariva una rivincita di Coldiretti. Fallito in quella fase il progetto Agrisviluppo, fu subito lanciata una proposta alternativa, ancorché del tutto priva di mezzi. Le risulta se il progetto Soconagri nacque con consulenze esterne? E attribuite a chi? Io faccio due nomi: Prodi o Andreatta?

CIGLIANA. Non ho mai sentito nominare - e questo lo confermo in relazione alla correzione che lei gentilmente ha fatto prima - Prodi, e adesso aggiungo Andreatta, nella questione dei consorzi agrari. Il che non vuol dire che magari abbiano avuto un’influenza enorme, ma io non li ho mai sentiti nominare. Conoscevo bene Prodi, conoscevo benissimo Andreatta, ma io non li ho mai sentiti nominare e loro non mi hanno mai cercato. Andreatta forse una volta l’ho incontrato, Prodi certissimamente non l’ho incontrato né nell’anno prima, né nell’anno in cui sono stato commissario, né nell’anno dopo, né sentito al telefono: nella maniera più assoluta.

PRESIDENTE. Su questo progetto Soconagri, se lo conosceva, qual’era la posizione sua e dei commissari?

CIGLIANA. A me sembrava una cosa velleitaria per il motivo da lei indicato dell’assoluta scarsezza di mezzi: ci voleva ben altro per fare, sia pure in forma ridotta, la Fedit 2! E soprattutto mi sembrava irrealistico che una soluzione così di parte, facente capo ad una organizzazione che aveva avuto una leadership indiscussa in una struttura che era andata male perché era finita in un dissesto, potesse raccogliere il consenso politico e l’adesione delle banche, dei fornitori, eccetera.

MANCUSO. Io non ho ricostruito bene la funzione del rapporto e la sorte finale del rapporto medesimo a proposito di quel titolo di credito macchinoso di cui lei ha parlato. Mi sono consultato e permane la mia incapacità di comprendere. Questa non era una cambiale, era un titolo di credito cartolare che si preferisce chiamare cambiale, che aveva forse delle anomalie, indipendentemente dalla cattiva sorte finale.

CIGLIANA. Confesso di non aver mai visto una cambiale in vita mia, e quindi sono stato per sette anni, gli unici in cui ho fatto il bancario, un bancario molto particolare. Certamente si parlava sempre, nel linguaggio ufficiale, di crediti cambializzati relativi alla gestione ammassi, proprio per distinguerli da quegli altri crediti che cambializzati non erano. Il CAP fatturava le spese generali che sosteneva con cadenza - se non sbaglio - semestrale al Ministero dell’agricoltura e su questo importo giocavano gli interessi. Un giorno il ministro del tesoro Carli convocò il Ministro dell’agricoltura ed il dottor Fazio, che a quell’epoca era vice direttore della Banca d’Italia, nel suo studio in una riunione ristretta, a cui intervenni anche io per invito del ministro Goria. In quella sede il ministro Carli dichiarò: "Io sono stato il protagonista quando il Governo per la salvezza della patria ha deciso di costringere la Banca d’Italia a parcheggiare queste cambiali. In sostanza ne ha addebitato il costo finanziario alla Banca d’Italia. Essendo io ora Ministro del tesoro, sento il dovere di porvi rimedio assicurando che queste cambiali in un certo lasso di tempo vadano alla loro soddisfazione". Seduta stante fu steso un disegno di legge che avrebbe dovuto consentire alla Banca d’Italia di rientrare in un certo numero di anni di questi 2.500 miliardi. In quell’occasione il ministro Goria (naturalmente anch’io mi trovai concorde con questa sua richiesta) si batté come un leone perché nel disegno di legge fosse aggiunto un articolo che sistemasse anche gli altri debiti del Governo verso i consorzi agrari. Il Ministro del tesoro fu tranchant sostenendo che di tale questione si sarebbe eventualmente parlato in seguito, ma che non la sentiva come propria responsabilità. E nonostante le insistenze, si rifiutò tassativamente di includere tale articolo.

Dopo quella delusione, iniziammo un’azione giudiziaria nei confronti del Ministero dell’agricoltura per vederci riconosciuta transattivamente almeno una parte dei crediti che avevamo in bilancio e che sarebbe stato utile realizzare per rendere meno gravi le conseguenze del dissesto.

PRESIDENTE. Nell’agosto del 1991 avvenne la risoluzione consensuale del rapporto tra la Fedit e Pellizzoni. Quest’ultimo venne nominato consulente agro-alimentare del ministro Goria. Perché fu allontanato e nominato beffardamente consulente del Ministro?

Ho usato il termine "beffardamente" perché abbiamo avuto modo di ascoltare il dottor Pellizzoni che sostiene di non essersi mai occupato di tale consulenza e che, una volta ricevuto l’incarico, non ebbe mai ad espletare alcun tipo di consulenza in questo senso.

Cosa gli si imputava? In che cosa aveva fallito? Aveva speso o sperperato miliardi in consulenze?

CIGLIANA. Ho vissuto in modo travagliato queste vicende. Noi trovammo nella direzione generale un numero di dirigenti estremamente numeroso, probabilmente una trentina di persone. E’ vero che la Federconsorzi aveva dimensioni maggiori di quelle di un Ministero, ma il numero era comunque eccessivo.

Una parte di questi, che mi sembravano i migliori, era entrata due anni prima quando, di fronte ad una situazione di gravissima difficoltà della Federconsorzi, si era deciso in sostanza di ricorrere, almeno in parte, ad un management esterno, in parte anche nordico. Il dottor Pellizzoni, che era il direttore generale e principale esponente di questo gruppo, scelse gli altri dirigenti che entrarono a far parte di quella squadra.

Personalmente mi sono fatto l’idea che si trattasse di una persona onesta e laboriosa, ma incapace di dominare la situazione, né al di sotto (dal direttore generale in giù) né al di sopra (nei rapporti con il consiglio e con le federazioni). Cercava disperatamente, anche spingendo in questo senso i consorzi, di procurarsi una grossa iniezione di denaro. Parlavano di contributi per mille miliardi che non so immaginare chi potesse fornire, considerando che non erano certo per finanziamenti ma a fondo perduto. Ebbi subito l’impressione che si trattasse, pur essendo certamente una figura professionale di primissimo ordine, di un consulente piuttosto che di un manager. Il suo temperamento non lo portava a dare ordini, ma a studiare situazioni.

MANCUSO. Mi sembra che assomigliasse un po’ al professor Amato.

CIGLIANA. È un giudizio che non condivido. Certamente era più simile ad un professore universitario che ad un manager, se questo voleva essere il senso della battuta. Il suo gusto era di studiare ogni questione e di costruire ipotesi, ma non di comandare. Non aveva quel tanto di caporalesco che deve essere proprio di qualsiasi generale.

PRESIDENTE. È possibile che scontasse il fatto che fosse stato proprio lui ad invocare il commissariamento?

CIGLIANA. Può anche darsi; ma nonostante tutta l’amicizia che posso avere per il dottor Pellizzoni, mi ci dovetti inquietare spesso perché da parte sua, in quei tre mesi di "convivenza", non venne mai una proposta di azione, né mai assunse azioni a titolo personale. Arrivavano soltanto richieste relative a situazioni difficili rispetto alle quali chiedeva a noi commissari cosa fosse il caso di fare. La mia risposta, e l’amico Lettera che si diverte a raccogliere i miei appunti ne avrà sicuramente molte di queste risposte, era la seguente: "Sei pagato per fare tu le proposte".

Questo aneddoto risponde anche alla domanda se sperperava il denaro. È tipico di queste persone. Io stesso ho utilizzato molte di queste figure eccellenti da un punto di vista professionale, anche se in nessun caso nella posizione di direttore. Tra i tanti problemi vi era quello di mettere a posto l’amministrazione. La Federconsorzi presentava al suo interno un vero e proprio bailamme, non esistendo neanche un adeguato sistema informatico. La reazione del dottor Pellizzoni, certamente corretta, fu quella di chiamare da fuori una società di specialisti che fosse in grado di mettere in piedi un sistema informatico. In questo caso si trattava di soldi ben spesi. Il problema è che faceva fare da illustri società di consulenza anche degli studi per rilanciare la presenza della Federconsorzi nel settore lattiero-caseario e in tanti altri. In pratica queste società si limitavano a scrivere rapporti redatti in forma tale da costituire grossi volumi. Quando arrivai alla Federconsorzi trovai negli scaffali della mia stanza una trentina di questi volumi. Li ho anche consultati, ma ritenevo che fossero una sorta di libri dei sogni.

PRESIDENTE. Dopo l’allontanamento del dottor Pellizzoni, lei su chi si appoggiò?

CIGLIANA. Decidemmo di appoggiarci sul dottor Bambara per i seguenti motivi. Si trattava in primo luogo di una persona che conosceva bene queste realtà perché aveva lavorato al loro interno. In secondo luogo non era compromesso con il passato in quanto era entrato in tale realtà soltanto da due anni. Anzi, si era sempre posto in polemica con il passato.

PRESIDENTE. Però Bambara era stato il massimo collaboratore di Pellizzoni, ne aveva condiviso tutto o quasi tutto. Quindi l’inefficienza di Pellizzoni …

CIGLIANA. Erano due compiti diversi.

PRESIDENTE. …sarà stato anche dovuto al fatto che Bambara lo affiancava e ne condivideva l’operato.

CIGLIANA. No, Bambara si occupava di amministrazione, neanche di finanza. Il direttore delle finanze – l’ho detto – lo mandammo via noi e l’incarico venne unificato con quello dell’amministrazione. Bambara si occupava solo dell’amministrazione e rivelò avere una grande competenza, tanto che fu lui che mise su il bilancio del 1990; aveva cercato di rimettere a posto le cose, aveva presieduto alla risistemazione dell’impianto informatico che, in effetti, quando noi arrivammo funzionava bene. Inoltre Bambara – mi scusi, ma io sono un uomo puramente di organizzazione e comando, non sono capace di fare nient’altro, non ho alcuna specializzazione ma mi consenta di dire che riconosco a prima vista chi ha la vocazione da professore e chi ha la vocazione da comandante – era chiaramente un comandante; e quindi non avemmo alcun dubbio a scegliere Bambara. Oltre tutto era una soluzione molto economica, perché Bambara era già pagato: se avessimo dovuto prendere un direttore generale da fuori ci sarebbe costato un altro sacco di soldi e avrebbe avuto bisogno di sei mesi o un anno per ambientarsi.

PRESIDENTE. Quale fu il ruolo dell’avvocato Porpora all’interno della Fedit?

CIGLIANA. Lo trovammo: era preposto all’ufficio legale e alla segreteria generale. Entrò con quel gruppo di dirigenti "esterni" dell’epoca Pellizzoni e quindi quando noi arrivammo aveva due anni di anzianità. Fu tra i dirigenti che noi conservammo negli stessi compiti già attribuiti, aggiungendo quello di segretario del collegio dei commissari. Pertanto assisteva alle riunioni e poi se decidevamo, per esempio, di presentare un’istanza al tribunale per un qualsiasi motivo era quello che, d’accordo con il direttore generale, redigeva materialmente la prima bozza che poi veniva rivista da noi tre (in genere la firmavo io su delega di tutti e tre) e quindi inoltrata agli organi della procedura.

L’avvocato Porpora proveniva dall’IRI dal quale era andato via – ma questo fu acquisito dopo – nel momento in cui Prodi lasciò l’IRI. Non so quale vento lo abbia portato dall’IRI alla Federconsorzi. A mia opinione – ma non ho alcuna prova – il vento si chiamava "papà" perché aveva un onnipotente padre ex comandante della polizia, il quale gli avrà trovato, nel senso legittimo, un posto dove sistemarlo; lui ha fatto molto bene fino a che noi ci siamo stati. Non mi è mai capitato – e lo vedevo almeno due volte al giorno – di sentire il nome Prodi dal signor Porpora il quale, del resto, aveva moltissimo lavoro da fare e quindi era sempre occupatissimo.

PRESIDENTE. Tra le società che prestavano consulenze esterne per conto della Fedit ne ricorda una per caso, la O.Mig. s.r.l. di Ivrea che fatturò alla Fedit 1.319 milioni di lire nel 1991?

CIGLIANA. Assolutamente no. Ne ricordo qualcun’altra, forse con qualche storpiatura del nome, ma non questa.

PRESIDENTE. Questa faceva parte dell’"O. Group".

CIGLIANA. Non la ricordo assolutamente e credo di non averla mai conosciuta. In quale settore ebbe incarichi di consulenza?

PRESIDENTE. Nel settore tecnico.

CIGLIANA. Se è così, potrebbe saperne qualcosa Bambara, ma io non ne so assolutamente niente.

PRESIDENTE. In data 5 maggio 1992 furono nominati, su autorizzazione del giudice delegato, da parte dei commissari governativi tre consulenti per l’esame dei bilanci Fedit dal 1986 al 1990. Essi sono l’avvocato Lucio Ghia, la professoressa Maria Martellini e il professor Mario Sica. Il collegio fu integrato in data 11 maggio 1992, su richiesta del commissario giudiziale, dal professor Francesco Carbonetti, nominato dal giudice delegato. Quale fu il criterio per cui la scelta cadde su questi professionisti? Ricorda chi ne indicò i nomi?

CIGLIANA. Certamente. Mi riservo di controllarlo sui miei famosi diari, ma ritengo vi sia un errore di data. Noi demmo l’incarico ai tre signori certamente prima di entrare in procedura e ricordo con precisione questo particolare perché, appena entrammo in procedura, una delle prime cose che quando venne – per così dire – a prendere possesso della Federconsorzi e a installare l’ufficio del commissario giudiziale presso di noi, il presidente Greco, giudice delegato, ci disse nella prima riunione – a me parve in modo arrogante, ma forse si trattava solo di un’affermazione di primazia degli organi della procedura – fu che non potevamo dare nessun incarico a chicchessia se non con la sua autorizzazione. Noi gli facemmo presente che di incarichi che potessero dar luogo a parcelle ne avevamo dati due, uno dei quali a questa commissione (ecco perché la nomina deve essere precedente). E, se ben ricordo, lui chiese di fare un’istanza o comunque di riparlarne. Nel frattempo invitammo i tre professionisti a sospendere i lavori per non irritare il presidente del tribunale; successivamente, dopo parecchio tempo, il tribunale – non ricordo in quale forma – ci disse che bisognava integrare la commissione con il professor Carbonetti. Non avevamo niente in contrario e aggiungemmo Carbonetti.

PRESIDENTE. Quindi Carbonetti fu indicato dal presidente del tribunale non dal commissario giudiziale.

CIGLIANA. Non lo so. Probabilmente dal commissario giudiziale.

PRESIDENTE. Sì, ma i nomi chi li fece?

CIGLIANA. Quello della Martellini fu indicato dal nostro collega, commissario Locatelli, che risiedeva e risiede tuttora a Milano e che in relazione alle molte questioni – ricordiamoci che c’era la questione Polenghi Lombardo tra le mille altre – riteneva opportuno che ci fosse un professionista milanese di sua fiducia. Così fu incaricata questa competentissima professoressa.

L’avvocato Ghia e il professor Sica erano due signori – personalmente non avevo mai sentito nominare nessuno di loro, ma questo non vuol dire niente, probabilmente erano notissimi – che furono indicati al nostro collegio, se ben ricordo, da Gambino in base ad una impressione che aveva riportato da un suo contatto personale con il tribunale fallimentare appena eravamo entrati in procedura; gli era sembrato che sarebbe stato opportuno l’affiancamento a noi di questi due professionisti perché vicini al tribunale fallimentare e con una familiarità di dialogo con il giudice delegato. Sinceramente io non aprii bocca; poiché non conoscevo questi professionisti, lasciai decidere agli altri.

PRESIDENTE. Ma sapeva che il professor Sica era stato sindaco del Banco di Roma?

CIGLIANA. No, io non sapevo neanche che esistesse il professor Sica. Mi sembrò persona molto competente, garbata; ed ogni volta che ci incontravamo col presidente Greco, egli li definiva rispettivamente come l’avvocato e l’esperto contabile della procedura. Certamente avevano molti contatti con il tribunale, probabilmente in relazione al fatto che da molti anni lavoravano a fianco del tribunale.

PRESIDENTE. Risulta documentalmente che il ministro Goria la invitò a prendere contatto con Roveraro nel settembre del 1991. Roveraro le fece pervenire il suo progetto. Lei ebbe a esaminarlo. Quale fu il suo giudizio?

CIGLIANA. È esatto, con qualche leggerissima sfumatura. Il ministro Goria un giorno, i primissimi tempi, mi disse che c’era un sacco di gente che si dava da fare per trovare la ricetta magica: c’era Gennari, che inventava formule, c’era Roveraro, c’erano altri. Mi chiese un giorno se io conoscessi Roveraro; dissi che lo conoscevo benissimo, che addirittura aveva lavorato per me in tempi passati. Mi chiese quindi di contattarlo, casomai avesse qualche idea buona. Io telefonai subito a Roveraro a Milano e lui mi disse:   Io non ho nessun progetto… non esiste assolutamente niente…  Io dissi che avrei potuto prendere l’aereo per parlargli di persona e lui, con aria molto distaccata, mi disse che mi avrebbe mandato un suo collaboratore il quale mi avrebbe portato quello che avevano. Venne un signore, di cui non ricordo il nome, che mi portò due paginette, senza una cifra, non firmate, non in carta intestata, dove era esposto un qualche cosa. Appena lo ebbi, andai dal Ministro che, prima ancora che glielo consegnassi, mi chiese che impressione ne avessi avuto. Sostanzialmente, il nocciolo attorno al quale tutti giravano era questo: se qualcuno riusciva a raccogliere tutti i crediti, avrebbe avuto, in una procedura di concordato preventivo con cessione dei beni, l’automatico diritto, senza nemmeno dire una cifra, di prendersi tutto l’attivo della Federconsorzi. Quindi, venivano fuori dei marchingegni di questo genere. Seppi successivamente che questo appunto si chiamava progetto Fiordaliso. Ma non c’era niente in queste due pagine. Forse è stato un qualche cosa, un pensiero, che poi è confluito nel cosiddetto progetto Capaldo.

PRESIDENTE. Conteneva in sé qualche elemento del progetto Soconagri?

CIGLIANA. Direi di no. Io non ho fatto nessun collegamento fra le due cose.

BUCCIERO. Come definisce il progetto Capaldo?

CIGLIANA. Molto generico per la nostra conoscenza. Non vorrei essere frainteso: Capaldo a noi non si era mai rivolto. Naturalmente conoscevo Capaldo, ma per altri motivi professionali. Noi venimmo a sapere dai giornali (quel giornale che ho mostrato al senatore Mancuso, che conteneva anche l’intervista di Goria), di questa cordata. Un certo avvocato Casella, famosissimo avvocato di Milano, che per un certo periodo è stato l’avvocato che utilizzavo per le mie società, presentò una domanda, che da quel momento fu denominata il piano Capaldo, direttamente al presidente del tribunale fallimentare, ma a nostra insaputa; a noi non l’ha mai mandata. Io non ne avevo mai parlato, pur conoscendo bene Casella per una frequentazione pluriennale. Non me ne aveva mai parlato neanche al telefono. Per carità, il riserbo professionale è lodevole. Di questa offerta, presentata per conto della costituenda cordata Capaldo, noi ne leggemmo qualche accenno sui giornali nei giorni immediatamente successivi al 27 maggio e quel che leggemmo ci riconfermò nell’intenzione che lo stesso giorno 27 maggio noi avevamo per iscritto manifestato al Ministro di dare le nostre dimissioni. Il giorno 27 maggio successero contemporaneamente, ma in modo del tutto casuale, tre cose diverse: noi approvammo il bilancio del 1991; lo mandammo al tribunale dicendo che, pur essendoci una perdita superiore ad un terzo del capitale (il capitale era 4.500.000 lire, bastava poco per perderlo!) non ritenevamo che si dovesse andare in liquidazione perché eravamo già in liquidazione. (Comunque, ben due assemblee straordinarie della Federconsorzi da noi indette avevano approvato e ratificato la richiesta di concordato preventivo). Siccome però qualcuno diceva che lo si doveva fare, invitammo il tribunale a valutare ed approfondire la questione. Sempre il giorno 27 scrivemmo anche al Ministro, senza far cenno a questo problema tecnico, dicendo: le mandiamo il bilancio e le confermiamo quello che a voce già le abbiamo anticipato fin dai primi giorni di aprile, cioè che noi non intendiamo mantenere l’incarico oltre la presentazione del bilancio, dato che vengono a coincidere l’approvazione del bilancio e l’omologazione della procedura (omologazione intesa come decisione di omologazione, perché la sentenza in realtà uscì a ottobre). Gli comunicammo perciò che noi intendevamo chiuso il nostro mandato.

Quello stesso giorno, l’avvocato Casella - lo apprendemmo soltanto il 29 o il 30 - presentò al presidente del tribunale questo progetto di cui non ci dette copia e che il presidente del tribunale non ci fece mai pervenire. Quindi ne conoscemmo il contenuto soltanto attraverso i giornali.

Era un progetto che in sostanza aveva un po’ di sapore del cosiddetto progetto "Fiordaliso" di Roveraro, perché basato sul fatto che una certa cordata, fatta di alcune banche e di alcuni creditori importanti, era disposta a rilevare in blocco tutto, dando la possibilità ad altri creditori di aderire alla società se lo avessero ritenuto opportuno, pagando a rate quella cifra di 2.150 miliardi. A quel punto non ci sentimmo più di continuare e, per una valutazione di opportunità, chiudemmo i rapporti.

PRESIDENTE. Vorrei che lei fosse più preciso su questa circostanza del prezzo. Fu questo il motivo decisivo che vi portò a concludere l’incarico come commissari?

CIGLIANA. Io sono uno scribacchino e tutto ciò che mi sembra possa essere di qualche interesse lo scrivo. Esiste una lettera di noi tre commissari del 27 maggio in cui si diceva: "Presentiamo il bilancio e consideriamo concluso il mandato". In quell’occasione fornimmo anche delle spiegazioni. A questa lettera il Ministro rispose qualche giorno dopo chiedendoci per una serie di motivi di rimanere almeno fino ad una certa data che non ricordo. Siamo sempre andati d’accordo condividendo le motivazioni di vari provvedimenti. In quel caso però replicammo con una terza lettera in cui si diceva: "Siamo costretti ad insistere perché in realtà non è stato dato seguito né al progetto da lei caldeggiato, e da noi condiviso, di dare vita alla cosiddetta Fedit 2 (il progetto si era impantanato), né troviamo il sostegno governativo per i problemi che riguardano la gestione del personale. Inoltre, la procedura…

PRESIDENTE. Forse non condividevate come era stata avviata questa procedura? Il prezzo le sembrava vile?

CIGLIANA. In quella lettera non parlammo di questo problema.

PRESIDENTE. È una domanda che le rivolgo adesso.

CIGLIANA. Siccome la lettera porta tre firme la posso interpretare solo per come è scritta. "La procedura non ci permette di vendere i beni" - e questo nonostante fortissime pressioni in tal senso - "e ciò ci rende insoddisfatti". All’inizio non abbiamo scritto niente relativamente al problema degli importi. Non ci sembrava opportuno farvi riferimento perché il Ministro ne aveva già parlato in un’intervista. "Mi dovranno spiegare" - scrive il Ministro - "come sia possibile che uno si compri i beni della Federconsorzi per un valore pari alla metà di quello che il comitato dei creditori ha stabilito essere il possibile realizzo di una liquidazione".

Avevamo lavorato "come negri" per organizzare l’assemblea generale dei creditori che si tenne il 29 gennaio, un’assemblea che ha richiesto una preparazione incredibile ed alla quale hanno partecipato tutti i creditori, rappresentati per gruppi settoriali. Il commissario giudiziale aveva avuto i nostri dati; quelli che il tribunale aveva raccolto nominando 14 periti esterni che avevano esaminato per conto del tribunale ciascun asset e che avevano presentato una grande relazione (che mai c’è stata mandata); nonché le informazioni che gli stessi organi della procedura avevano assunto direttamente dal direttore generale Bambara. Il commissario giudiziale chiese a quest’ultimo, che a sua volta lo chiese a noi e noi demmo l’assenso, la situazione al 31 dicembre, cioè alla vigilia dell’assemblea, partendo dal bilancio del 1990.

Sulla base di questi tre elementi il commissario giudiziale ha scritto una relazione molto voluminosa, di circa 250 pagine, dove argomentava i pro e i contro di ogni singola voce e spiegava ai creditori - non a noi - che dalla vendita di tutti beni, se tutto fosse andato come previsto, si sarebbe potuto sperare di ricavare abbastanza da soddisfare al 70 per cento i crediti chirografari, a blocco degli interessi già avvenuto. Ricordo infatti che il blocco degli interessi scattò nel momento in cui fu accettata dal tribunale la domanda di ammissione al concordato.

BUCCIERO. Non credo che i 2.150 miliardi di offerta di Capaldo fossero pari al 70 per cento dei crediti chirografari. A quale percentuale corrispondevano?

CIGLIANA. Mi pare che corrispondessero a circa il 52 per cento. Il commissario giudiziale concluse prevedendo ricavi delle vendite per circa 4.000 miliardi, e l’assemblea dei creditori approvò la procedura sulla base di questi elementi.

La cifra offerta con il piano Capaldo equivale a circa il 52 per cento del ricavo previsto dal commissario giudiziale.

Ricordo che il Ministro, due giorni dopo che si seppe questa cifra, disse (è scritto sul giornale): "Non riesco a capire, qualcuno mi dovrà spiegare come si possa dare la metà". Il "Corriere della sera" in un articoletto riferiva che Gambino era stato convocato dal tribunale di Perugia; Gambino, avvicinato dai giornalisti, dichiarò (e lì è riportato tra virgolette): "Non ho mai capito come potesse saltar fuori questa cifra che a me sembra incredibile". Personalmente non ho mai dato un giudizio sulla cifra, che anche a me sembrava ridicolmente bassa. Non riuscivo a capire come si potesse vendere a un prezzo diverso dopo che c’era stata l’assemblea dei creditori, senza ritornare da questi ultimi oppure dimostrare con i fatti che la vendita frazionata andava così lentamente, con risultati così deludenti, che occorreva cambiare tutto. Questa è una mia opinione personale ma mi hanno spiegato che questa opinione non aveva base giuridica.

BUCCIERO. Per fare la domanda che farò devo tornare un attimo indietro anche per chiarire a me stesso alcune risposte date dal dottor Cigliana. Ritorno indietro alla sfuriata di Goria, che minacciò addirittura la liquidazione coatta.

CIGLIANA. A questo episodio non ero presente, non ho sentito Goria fare una sfuriata. So che era molto arrabbiato con le banche.

BUCCIERO. Minacciò la liquidazione coatta. A quel punto l’esecutivo dell’ABI riconsiderò favorevolmente la costituzione di una nuova società, però questa intesa fallì perché le banche si tirarono indietro. Spero che ora lei mi possa dare una mano per capire.

Se ricordo bene la sua risposta, lei ebbe a dire che Carli – che poi era l’ex governatore della Banca d’Italia e ministro del tesoro dell’epoca – avrebbe affermato che voleva onorare un debito morale, che egli aveva assunto come governatore su pressione del Governo, che penalizzava la Banca d’Italia; era quindi il momento di saldare tale debito nei confronti della Banca d’Italia ma solo per una parte, per la parte di certi ammassi.

Allora, mi chiedo come mai un autorevole personaggio come Carli, ex governatore della Banca d’Italia e ministro del tesoro, ebbe invece dalle banche una risposta così diversa dalle sue aspettative. Conosciamo l’influenza che la Banca d’Italia può esercitare sulle banche, ma a quanto pare non l’ha fatto. A maggior ragione un ex governatore, all’epoca ministro del tesoro, avrebbe dovuto avere una doppia influenza, eppure a quanto pare non è riuscito ad ottenere l’intesa delle banche.

Questa è una chiave di lettura che vorrei seguire ma che non riesco proprio ad afferrare forse per mia incapacità in questo momento.

Un’altra domanda, e termino qui vista l’ora anche se ce ne sarebbero tante altre. E’ ipotizzabile che la Coldiretti abbia condizionato le banche perché aveva elaborato un suo progetto alternativo con la SO.CON.AGRI, che doveva raccogliere alcuni consorzi agrari in bonis?

CIGLIANA. Per la prima domanda posso aiutarla solo con la mia impressione che però ho riportato in una relazione inviata alla procura della Repubblica di Perugia che mi aveva chiesto queste cose. In un interrogatorio mi era stata fatta una serie di domande e mi era stato detto di presentare una relazione, di cui in sostanza mi venne dato l’indice. C’era un capitoletto relativo alla Banca d’Italia. La mia impressione fu che la Banca d’Italia, preoccupata dei 2.500 miliardi di cambiali…

BUCCIERO. Che si era addossata.

CIGLIANA. …che le scottavano, si sia deliberatamente astenuta dal mettere bocca su questo ulteriore problema del dissesto Fedit.

PRESIDENTE. Potrebbe essere chiaro il motivo: vista la cointeressenza del tribunale, potevano emergere anche responsabilità nella vigilanza che la Banca d’Italia aveva esercitato su questi crediti.

BUCCIERO. Il Governo tuttavia stava operando proprio per togliere la patata bollente alla Banca d’Italia.

PRESIDENTE. Le condizioni politiche in quel momento forse non militavano in questo senso.

CIGLIANA. Non lo so.

PRESIDENTE. No, lo dico io, tant’è vero che il disegno di legge predisposto dal ministro Carli non ebbe seguito.

CIGLIANA. Ho saputo poi che qualche mese dopo, andato via Carli dal Tesoro, quel disegno di legge si insabbiò.

La mia impressione, per rispondere alla domanda del senatore Bucciero, è che ci fu effettivamente un distacco della Banca d’Italia che non volle mettere le mani su questa vicenda. Ho letto la deposizione resa in questa Commissione dal rappresentante della Banca d’Italia, che non conosco e che certo è persona egregia. Io sono un outsider delle banche ma la tradizione di vigilanza della Banca d’Italia in passato era essenzialmente di tipo contabile, ragionieristico e giuridico. Credo che adesso sia ben altra cosa anche da noi. Certamente negli altri paesi la banca centrale conta molto meno di quello che contava la banca centrale in Italia; hanno anche dimensioni più ridotte e forse anche in relazione a questo si concentrano su alcuni problemi centrali - tassi, volume dello sconto, circolazione - ma non entrano, se non in casi eccezionali, in questioni di carattere contabile.

Forse, immagino io, la Banca d’Italia sentiva "eterogenea" alle cose su cui era preparata una vicenda in cui certamente dal punto di vista ragionieristico andava tutto bene: è chiaro che quelli erano fidi regolari concessi con tutti i sacramenti, denunciati alla centrale dei rischi, eccetera. Il fatto è che si trattava di fidi – diciamo così – azzardati dal punto di vista della struttura del rapporto.

PASQUINI. La valutazione dei 2.150 miliardi, fu fatta da S.G.R., oppure in un primo tempo prevista dal piano Capaldo?

CIGLIANA. Era già contenuta nella prima domanda: questo l’ho letto sui giornali e nessuno l’ha smentito.

PASQUINI. Siccome, esaminando quella proposta, abbiamo visto che la prima rata che veniva offerta era già liquidità all’interno della Federconsorzi e la seconda rata probabilmente in gran parte consisteva in vendite non ancora perfezionate, per le quali però c’erano già preliminari di compravendita in portafoglio, le volevo chiedere se, nel momento in cui lei e gli altri due colleghi rinunciavate all’incarico, avevate già realizzato quella parte degli assets della Federconsorzi che poi sono serviti per offrire, per così dire, la prima rata della S.G.R.. Le rivolgo questa domanda per capire se c’era già da parte vostra, avendo realizzato una rata che corrispondeva già a un terzo di quell’offerta, una ragionevole speranza, non dico certezza, che il piano che avevate sottoposto all’assemblea dei creditori fosse raggiungibile e percorribile.

CIGLIANA. Nel periodo intercorrente tra l’entrata in procedura e il momento in cui ce ne siamo andati via, noi abbiamo fatto, se non sbaglio, 58 istanze motivate al tribunale per chiedere l’autorizzazione a vendere ora un cespite, ora un altro cespite, ora gruppi di cespiti. Le vendite che ci sono state autorizzate sono state soltanto due: la Polenghi Lombardo e lo zuccherificio Castiglionese… forse ce n’era anche un’altra. Quindi, erano entrati pochi miliardi dalle vendite. Però era cambiata radicalmente la situazione della liquidità, non perché noi fossimo bravi, ma perché, entrati in procedura, i debiti non si pagavano più, qualche incasso arrivava e naturalmente, se si hanno solo incassi e non spese, si accumula della liquidità. Quanto fosse questa liquidità, senatore Pasquini, non glielo so indicare a memoria. Questa cifra non la trovo neanche nel mio diario, bisognerebbe chiederla a Bambara. Comunque non mi stupirebbe una cifra di poco superiore ai 500 miliardi. Il problema della liquidità era finito per il semplice fatto che non pagavamo.

PRESIDENTE. Per motivi di tempo, abbiamo la necessità di fermarci qui. Vorrei pregarla di offrirci la sua disponibilità per una eventuale nuova convocazione.

CIGLIANA. Naturalmente sono a disposizione della Commissione.

Mi voglio scusare se a volte posso sembrare verboso, ma si tratta di problemi che, da una lettura dei resoconti delle audizioni precedenti, alcune volte appaiono posti in maniera così diversa dalla realtà, almeno quale io la vedo, e in alcuni casi volutamente distorti. Ad esempio, le cose dette da Lettera non stanno né in cielo, né in terra. E allora, senza fare prima un chiarimento, non si riesce neanche a dare la risposta…

PRESIDENTE. Lei è assolutamente abilitato a dare tutte le risposte che ritiene opportune, assumendosene poi la responsabilità. Anzi, noi la invitiamo e la inviteremo ad essere sempre più dettagliato, perché questo ci agevola anche nella conoscenza dei fatti del tempo.

Ringrazio il dottor Cigliana per essere intervenuto di fronte a questa Commissione e rinvio il seguito dell’audizione ad altra seduta.

Proposta di delibera relativa alle collaborazioni, ai sensi dell’articolo 24 del Regolamento interno.

PRESIDENTE. L’Ufficio di Presidenza, nella riunione del 22 marzo 2000, ha convenuto di sottoporre al plenum la designazione del dottor Giovanni Volpe, commercialista, come collaboratore della Commissione, al quale chiedere una consulenza non continuativa.

Metto ai voti la relativa proposta di delibera.

E’ approvata.

Come proposto dal primo gruppo di lavoro, al dottor Volpe è conferito l’incarico di: esaminare la documentazione trasmessa alla Commissione dalle banche creditrici della Fedit e, con riferimento a ciascuna banca, ricostruire, per aggregazione annuale, l’evoluzione cronologica, qualitativa e quantitativa del rapporto creditizio, nonché la progressione del rischio creditizio; procedere alla comparazione tra tassi di interessi passivi praticati alla Federconsorzi per ciascun anno e tassi di interessi passivi prime rate ABI; analizzare l’adeguatezza delle istruttorie tecniche; determinare, per ciascun anno, l’entità di utilizzazione degli affidamenti da parte della Fedit; stabilire, con riferimento alla data del 17 maggio 1991, le tipologie e l’entità delle linee di credito di cui la Federconsorzi godeva e poteva godere con l’utilizzo pieno degli affidamenti.

I lavori terminano alle ore 16,15.