Audizioni Commissione d'inchiesta Federconsorzi/37

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Audizione Pandolfi

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SENATO DELLA REPUBBLICA CAMERA DEI DEPUTATI XIII LEGISLATURA


COMMISSIONE PARLAMENTARE D’ INCHIESTA SUL DISSESTO DELLA FEDERAZIONE ITALIANA DEI CONSORZI AGRARI

RESOCONTO STENOGRAFICO DELLA SEDUTA DI MARTEDI’ 23 MAGGIO 2000

Presidenza del presidente Melchiorre CIRAMI




I lavori hanno inizio alle ore 12,05.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente)

Presidenza del presidente CIRAMI


Comunicazioni del Presidente

PRESIDENTE. Comunico che l’Ufficio di Presidenza integrato dai rappresentanti dei Gruppi, riunitosi il 10 maggio 2000, ha approvato il seguente calendario dei lavori: martedì (vale a dire oggi) 23 maggio 2000, alle ore 12: seguito dell’audizione del dottor Giorgio Cigliana; martedì 6 giugno, alle ore 12: audizione del dottor Calogero Mannino, ex ministro dell’agricoltura.

Vi informo di aver predisposto un disegno di legge con il quale si chiede la proroga dei lavori della Commissione fino alla fine della XIII legislatura: nella relazione di accompagnamento ho ritenuto di dar conto dell’intensa attività svolta e di evidenziare l’assoluta necessità di procedere a nuovi accertamenti e ad ulteriori audizioni, al fine di assicurare una panoramica quanto più possibile ampia e completa delle posizioni in gioco, prevenendo il rischio di prospettazioni parziali e fuorvianti. In particolare, ho reputato opportuno far presente che l’ulteriore proroga potrà consentire alla Commissione lo svolgimento degli atti di indagine funzionali alla elaborazione degli orientamenti conclusivi e dei giudizi, cui la Commissione intende pervenire in modo del tutto autonomo. Tale iniziativa sta incontrando il favore di pressoché tutti i Gruppi parlamentari, i cui rappresentanti in Commissione stanno sottoscrivendo il disegno di legge in modo da consentire un celere iter parlamentare.

Mi permetto di riformulare in questa sede l’invito ad assicurare una maggiore partecipazione ai lavori della Commissione ed auspico che dai gruppi di lavoro arrivino le prime risultanze all’attività conoscitiva loro affidata.

Informo infine che la scorsa settimana ho incontrato i collaboratori della Commissione, al fine di fare il punto sullo stato degli incarichi loro affidati: in molti casi è emersa la necessità di integrare la documentazione di riferimento, rivolgendo specifiche richieste ai soggetti interessati; nel caso della consulenza affidata ai tre commercialisti De’ Giovanni, Marcucci e Picone si rende necessario intervenire presso il nuovo commissario liquidatore Marrocco perché questi assicuri una maggiore collaborazione da parte del personale a sua disposizione, ai fini del reperimento del materiale custodito presso l’archivio di Castelnuovo di Porto, necessario per l’espletamento dell’incarico di consulenza che è ora ad un punto morto.

Ho parlato poc’anzi con il consigliere Benedetti, capo di Gabinetto del Ministro delle politiche agricole, al quale ho riferito di avere notato (per mia malevolenza, che non attribuisco ad altri) anche una forma impropria di ostruzionismo. Egli mi ha assicurato che avrebbe preso immediatamente contatto con il nuovo commissario liquidatore Marrocco per capire il motivo di tutto ciò e tentare di ovviare a questa battuta di arresto.

Seguito dell’audizione del dottor Giorgio Cigliata

PRESIDENTE. La Commissione procede oggi al seguito dell’audizione del dottor Giorgio Cigliana, iniziata nella seduta del 23 marzo e proseguita nella seduta del 30 marzo 2000.

Avverto che i nostri lavori si svolgono in forma pubblica, secondo quanto dispone l’articolo 7 della legge istitutiva, e che dunque è attivato, ai sensi dell’articolo 12, comma 2, del nostro Regolamento interno, l’impianto audiovisivo a circuito chiuso.

Qualora da parte del dottor Cigliana o di colleghi lo si ritenga opportuno in relazione ad argomenti che si vogliono mantenere riservati, disattiverò l’impianto audiovisivo per il tempo necessario.

Ricordo che l’audizione si svolge, ai sensi dell’articolo 15, comma 3, del Regolamento interno, in forma libera e che il dottor Cigliana ha comunicato che non intende avvalersi della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia.

Preciso infine che dell’audizione odierna è redatto il resoconto stenografico, che sarà sottoposto, ai sensi dell’articolo 12, comma 6, del Regolamento interno, alla persona ascoltata e ai colleghi che interverranno, perché provvedano a sottoscriverlo apportandovi le correzioni di forma che riterranno, in vista della pubblicazione negli Atti parlamentari.

Ringrazio il dottor Cigliana per la sua disponibilità: questo è il terzo incontro che ci vede qui riuniti per tentare di fornire una risposta alle necessità della Commissione, volte a conoscere, con i testimoni dell’epoca, come si sono svolti determinati fatti.

Dottor Cigliana, desidero tornare su un punto toccato nella scorsa audizione per chiederle un contributo conoscitivo che non vorrà farci mancare in spirito di collaborazione.

L’argomento è costituito dal bilancio 1990 della Fedit. Uno degli strumenti utilizzati per raggiungere il pareggio del bilancio fu il completamento della cancellazione di vecchi debiti che era già stata iniziata nel bilancio 1989. Cancellando i debiti come "prescritti", erano state iscritte poste attive di pari importo che quindi avevano contribuito a portare il bilancio in pareggio. Nei suoi appunti i debiti sono definiti "fasulli" e fatti risalire all’inizio degli anni Ottanta. La Commissione accerterà, anche mediante i suoi consulenti tecnici, che sono già all’opera sul punto, se erano poste false o artifici contabili. Sembra evidente, però, tenuto conto della sua competenza tecnica e del riferimento preciso all’epoca in cui le poste furono formate, che non si tratta di una valutazione ma di una certezza. Da che cosa le derivava tale certezza?

CIGLIANA. Signor Presidente, innanzi tutto (affinché rimanga a verbale) vorrei fare due piccole integrazioni alla deposizione che ho rilasciato nella precedente audizione, nella speranza di non allungare i tempi.

Ho notato un interesse della Commissione all’eventuale partecipazione del senatore Andreatta al progetto So.con.agri. Ho già spiegato che quando ho incontrato Andreatta non ho trovato traccia di suoi interessi in questo senso; tuttavia mi sono ricordato che, poco dopo le mie dimissioni dalla Federconsorzi, il senatore Andreatta mi comunicò la nomina a commissario governativo di tutti gli enti dell’appena sciolta Agensud, motivando questo con considerazioni di apprezzamento del lavoro svolto dai commissari della Federconsorzi. Tutto ciò mi sembra incompatibile con il fatto che Andreatta sia stato coinvolto in un progetto della Coldiretti, fortemente polemico nei confronti della politica seguita dal Ministro e da noi commissari, e da me in particolare. Mi sembra che, in base alla logica, si confermi tale esclusione.

La seconda osservazione è relativa alla contabilità degli ammassi, su cui la Commissione è tornata a più riprese e in relazione alla quale alcuni interventi fanno una certa confusione. Vorrei precisare che vi sono stati due tipi di ammassi: gli ammassi precedenti al 1962, che erano obbligatori e che non hanno avuto niente a che fare con la Federconsorzi, perché di questi si occupavano i consorzi. Essi hanno dato luogo, da un lato, cioè per il controvalore della merce ammassata, a quel giro di cambiali, di cui si è parlato tante volte, presso la Banca d’Italia; quelle cambiali - lo dico per tranquillità dell’onorevole Mancuso che ha manifestato molti dubbi in proposito - erano proprio normalissime, comprate dal tabaccaio, e non arzigogoli giuridici particolarmente elaborati. Dall’altro lato, quegli stessi ammassi davano luogo a conti correnti per spese generali, sempre relativi naturalmente ai CAP, che con il passare del tempo crescevano a dismisura in virtù di interessi "generosissimi"; una parte di questi ultimi crediti era passata alla Federconsorzi e come tale è registrata nel bilancio. Sono quelli di cui si è già parlato: ho sentito dire anche che S.G.R. li aveva acquistati per una lira per poi restituirli alla liquidazione.

C’erano, però, altre gestioni degli ammassi, non più obbligatori, posteriori all’anno 1962 (dal 1963 al 1966 per la precisione): si trattava di una decina di gestioni, queste sì della Federconsorzi, ma senza attività diretta della Federconsorzi stessa che si limitava a registrarne i saldi contabili per conto del Ministero dell’agricoltura in "conti di memoria" sotto la riga, perciò, del bilancio. Ciò è importante perché a volte questi saldi sono stati "mescolati" agli altri. Invece si trattava di debiti e crediti del Ministero dell’agricoltura. I conti attivi a favore del Ministero dell’agricoltura erano concentrati in un unico conto corrente presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura. Ed è questo il conto corrente di 140 miliardi di lire che il dottor Lettera ha detto di aver rinvenuto - cito dal verbale -"acquattato tra i fondi della Federconsorzi"; un conto, da tutti conosciuto, che non aveva niente a che fare con la Federconsorzi e che perciò i commissari e gli organi della procedura esclusero dal concordato preventivo. Se esso, da un lato, non aveva nulla a che fare con il problema dei consorzi agrari, dall’altro, evidentemente, era legato al problema più generale della sistemazione dei rapporti ammassi tra Stato e coloro che se ne occupavano.

Tornando alla domanda relativa al bilancio 1990, era un bilancio che trovammo già fatto e che il Ministro ci disse di reputare, finalmente, corretto. Appena insediati ci preoccupammo di dare un’occhiata agli ultimi bilanci e iniziammo dall’ultimo. A prima vista – parlo delle prime 24 ore – ci parve un bilancio ben fatto, non tanto nelle cifre, che in così breve tempo non avevamo avuto la possibilità di controllare, quanto nella relazione, che spiegava chiaramente che il bilancio si concludeva sostanzialmente in pareggio perché erano state regolarizzate alcune partite degli anni passati, erano stati tolti debiti e accantonamenti fatti per motivi diversi (prudenziali o di altro genere) ma che, ad un più attento esame, rivelavano non aver più ragione d’essere, ed era stata risistemata la valutazione di alcuni cespiti attivi.

In sostanza, la relazione dimostrava che, in assenza di queste manovre di bilancio, quest’ultimo avrebbe fatto registrare un deficit di circa 600 miliardi. Informatici presso la Direzione e visto che tale ordine di deficit seguitava a correre anche nei primi cinque mesi dell’anno 1991, la nostra preoccupazione si spostò dall’esame del bilancio, che francamente non proseguimmo, all’entità del deficit. Infatti, se un’azienda perde circa 600 miliardi l’anno, è inutile stare a vedere se abbia o meno un attivo patrimoniale, giacché perdendo a quel ritmo è destinata a precipitare nel baratro in tempi brevissimi.

Da quel momento scattò la richiesta di bloccare i conti, anche se in un primo momento con una domanda di liquidazione volontaria. Tutto ciò per spiegare che noi non esaminammo analiticamente le cifre del bilancio, giacché la individuazione dell’entità delle perdite ci imponeva di provvedere immediatamente e non di studiare le carte. Inoltre, nel caso di passaggio ad una procedura di concordato preventivo, come in effetti avvenne, avremmo dovuto riprendere quelle cifre come punto di partenza per la richiesta di procedura, che allora, non avendo ancora deciso niente al riguardo, consideravamo soltanto un’eventualità.

Quindi, dopo il primo giorno, accantonammo l’esame del bilancio e passammo alle questioni più urgenti. Solo successivamente, forse tre settimane dopo, proprio perché avevamo uno scrupolo di responsabilità sui bilanci precedenti, incaricammo una commissione di esperti di procedere a questo esame senza che ciò intralciasse le incombenze che ci occupavano quasi 24 ore al giorno.

PRESIDENTE. Dottor Cigliana, mi scusi ma la mia domanda aveva un altro scopo. Partendo dalla sua definizione di "debiti fasulli", oltre a sapere da dove le derivava la certezza che essi fossero fasulli – cosa che ci ha spiegato – intendevo capire anche se il carattere fasullo di tali debiti – visto lo scarso tempo a vostra disposizione per esaminare i bilanci nel merito – vi fosse stato suggerito da una fonte interna alla Federconsorzi.

Inoltre, vorrei sapere se qualcuno vi spiegò perché negli anni Ottanta erano state create quelle poste passive e se lei prese visione dei relativi documenti. In sostanza, vorremmo capire a cosa servivano tali fondi.

CIGLIANA. Non ricordo chi ce lo disse. Probabilmente lo chiedemmo al direttore generale. Tuttavia questo era scritto nella relazione al bilancio.

PRESIDENTE. Sì, ma noi cerchiamo di sapere se lei, indagando ulteriormente, riuscì a capire perché, nel corso degli anni Ottanta, erano state inserite queste poste passive di bilancio, che poi è stato constatato essere fasulle, e a che cosa servivano. Ha avuto modo di vedere i documenti relativi?

CIGLIANA. No, non ho avuto modo di vedere i documenti. Tuttavia, a lume di naso, sembrava evidente che la società 5 o 6 anni prima del commissariamento avesse fatto registrare forti utili, nascondendone una parte in queste partite di debito che figuravano in bilancio.

Mi consenta però di tornare su un punto che già ho cercato di spiegare la volta scorsa. Il bilancio della Federconsorzi non è facilmente comprensibile perché concerne una società con un capitale di 4 milioni e mezzo di lire e partite del valore di migliaia di miliardi. I debiti bancari, come è stato detto da molti anche in questa sede, ammontavano a 4.500 miliardi di lire. E’ evidente che per far pareggiare un bilancio in cui una posta del passivo, quella che in un’azienda normale sarebbe la principale posta del passivo, cioè il capitale, era così ridicolmente bassa, dovevano esserci delle partite che correggevano l’aritmetica. Probabilmente c’erano degli immobili che valevano – faccio per dire – mille miliardi ed erano conteggiati 80; e questo probabilmente valeva per tutte le partite. Se lei vuol sapere se mi sono chiesto perché avessero messo in bilancio queste partite le dico, ragionevolmente, che questo avviene nella pluralità delle società. Quando si vogliono coprire utili, per non pagare le tasse, si cerca di tenere alte le poste del passivo (specie i fondi rischi) ed altresì di valutare il meno possibile i cespiti attivi, cioè gli immobili ed i crediti; proprio in questi termini si era comportata la Federconsorzi negli anni buoni, mentre in quelli cattivi (1989-90) fu costretta "a mangiarsi il fieno che aveva in cascina".

PRESIDENTE. Dottor Cigliana, in data 27 marzo 2000, dopo la sua prima audizione, il dottor Pellizzoni ha fatto pervenire alcuni documenti tra i quali una nota intitolata: "Andamento pagamenti ed incassi Fedit dal 1° gennaio 1991 al 17 maggio 1991".

Sostiene, in sintesi, il dottor Pellizzoni che la Fedit, nel periodo antecedente il commissariamento, aveva sempre fatto fronte alle proprie obbligazioni con le entrate correnti e che quindi non era insolvente.

Vuole esaminare la nota e dirci quale è il suo punto di vista in merito?

CIGLIANA. Signor Presidente, naturalmente non ero al corrente di questa nota, tuttavia conosco molto bene sia l’atteggiamento del dottor Pellizzoni, sia quanto in proposito ha scritto e deposto in tribunale il commissario governativo Lettera.

Il dottor Pellizzoni sostiene – in ciò confortato autorevolmente dal dottor Lettera - che la Federconsorzi non era in crisi di liquidità, ma al contrario che era una società che poteva far fronte benissimo ai propri impegni. Ciò corrisponde assolutamente al vero e nessuno lo ha mai smentito. Ma era vero soltanto perché sia i creditori - a cominciare dalle banche - sia i fornitori facevano un credito illimitato e senza garanzie, a vista. Si trattava quindi di una istituzione che per definizione poteva essere considerata solvibile.

Il dottor Lettera ha dichiarato – come si evince dal ricorso in Cassazione - e denunciato alla procura di Perugia, che al momento della nostra richiesta di concordato preventivo la Federconsorzi aveva fidi bancari non utilizzati per un ammontare di 800 miliardi circa e che inoltre aveva testé deliberato, ma non ancora erogato un finanziamento a medio termine di 250 miliardi.

Come credo di aver già ricordato nelle mie due precedenti audizioni, questa affermazione è falsa e come tale noi commissari abbiamo provveduto a denunciarla sia al Ministro dell’agricoltura pro tempore, sia alla Procura di Perugia. Tale affermazione è da considerarsi falsa perché la situazione cui si fa riferimento - con un correttivo per il finanziamento a medio termine che non era stato ancora deliberato - corrispondeva a quella precedente al commissariamento, quando esistevano effettivamente fidi che definirei esuberanti e questo spiega perché la società potesse far fronte a tutte le sue obbligazioni. Tuttavia, non appena bloccati i fidi - che come ho già ricordato erano a vista e senza garanzie - la società è precipitata in una situazione d’insolvenza. La domanda di concordato preventivo è stata presentata due mesi dopo il commissariamento e in quel momento c’era una situazione d’assoluta e indiscutibile mancanza di liquidità.

Vorrei sottolineare che le notizie circa un finanziamento a medio termine da parte del Credito italiano, per un ammontare di 250 miliardi, sono delle sciocchezze. Innanzi tutto, perché si trattava di un finanziamento non ancora approvato, in corso d’istruttoria, istruttoria che fu poi abbandonata dalla banca a seguito del commissariamento. In secondo luogo perché, anche se tale finanziamento fosse stato approvato, non avremmo comunque potuto fornire le garanzie che la banca chiedeva; infatti, stante la clausola di par condicio per tutti gli altri finanziatori che non avevano ricevuto garanzie, se ne avessimo fornite ad uno tutti gli altri avrebbero potuto mettere a rientro i propri fidi. Ammesso poi che, per pura ipotesi, noi commissari avessimo riscosso questi soldi, non avremmo comunque potuto utilizzarli considerato che, laddove si fosse precipitati – come appariva probabile - in una procedura concorsuale, avremmo corso il rischio di una denuncia per bancarotta preferenziale. Si tratta di una questione elementare, della quale onestamente mi stupisce che ancora si discuta, anche perché le affermazioni cui si fa riferimento sono state da noi ufficialmente denunciate come false.

PRESIDENTE. Dottor Cigliana, desidereremmo che lei ci parlasse di Agrifactoring. Quest’ultima era una società della Fedit e della BNL che operava solo, o quasi, con la Federconsorzi. Le chiedo: che giudizio dà dell’operato degli amministratori di Agrifactoring, il cui consiglio d’amministrazione era presieduto dallo stesso presidente della Fedit?

CIGLIANA. Signor Presidente, non ho titolo per dare un giudizio su persone che probabilmente prese singolarmente erano tutte egregie. Non posso tuttavia non rilevare che l’Agrifactoring costituiva un pilastro fondamentale di quel teatrino rappresentato dal sistema integrato Fedit, consorzi e società partecipate. L’Agrifactoring era, infatti, la società attraverso la quale "giravano le cose" e quindi il fatto che i suoi amministratori e i dirigenti sedessero nel consiglio d’amministrazione della Fedit determinava a mio avviso un palese conflitto d’interessi.

Non sto affermando, né sono al corrente di atti scorretti compiuti da queste persone - anche perché, per fortuna, non ho dovuto occuparmi di Agrifactoring. Mi risulta comunque che quest’ultima è immediatamente entrata in concordato preventivo e che successivamente è stata nominata un’altra struttura con il compito di gestire la procedura.

Per quanto mi riguarda ritengo che quello messo in piedi con Agrifactoring abbia in ogni caso rappresentato un sistema per moltiplicare le carte e per scontare crediti.

PRESIDENTE. Se la Fedit aveva delle perdite reali, come definirebbe, dottor Cigliana, le operazioni che Agrifactoring attivava con la Fedit?

CIGLIANA. Come qualsiasi altra operazione portata avanti dalla Fedit.

Sono una persona che si intende esclusivamente di aziende, non sono né un contabile, né un avvocato. Tuttavia posso assicurare che la Fedit era economicamente parlando "morta", e da parecchio tempo! Tutti, però, facevano finta che fosse viva.

Non solo: la gran parte delle attività che svolgeva – mi riferisco non al loro numero, ma alla rilevanza delle risorse finanziarie impegnate - erano operazioni in completo contrasto con le norme della Comunità europea, ormai diventate leggi dello Stato, e che quindi non avrebbero potuto proseguire.

Ripeto, la Fedit era una struttura già morta ed il commissariamento fu in qualche modo incaricato di valutare in che modo si dovesse "seppellire il morto".

PRESIDENTE. La scelta del concordato preventivo per Agrifactoring fu fatta contestualmente a quella della Fedit?

CIGLIANA. No, subito dopo. Ma ripeto che di questa società non mi sono assolutamente occupato e, pertanto, non ne ho memoria. A "lume di naso", direi che venne presa circa un mese e mezzo dopo.

PRESIDENTE. Passiamo alla vicenda S.G.R. Come giudicò e come giudica l’operazione S.G.R.? Essa fu appoggiata dalla Coldiretti? Se sì, come?

CIGLIANA. Innanzitutto, la S.G.R. è nata in un periodo in cui non mi occupavo minimamente di queste cose. Mi era rimasta, però, quella curiosità che ciascuno di noi ha nei confronti delle attività svolte in precedenza; pertanto, se sul giornale si legge un certo titolo, è normale che vi "cada l’occhio". Ribadisco, però, che non ho mai avuto occasione di occuparmi di S.G.R..

Nella precedente audizione mi avete interpellato in merito al piano Roveraro, che in qualche maniera è nella stessa scia di pensiero; in ogni caso, nonostante la mia ignoranza delle procedure concorsuali, mi è sembrato che l’operazione S.G.R., che poi era l’estrinsecazione più vistosa di quanto affermavano le numerosissime persone che giravano con interesse professionale (qualche volta come avvoltoi) attorno alla "carcassa" Fedit, fosse nata sulla base di due princìpi. Il primo è molto chiaro e mi pare anche logico: se un soggetto, chiunque sia, creditore o non creditore, compra tutti i crediti esistenti nei confronti dell’azienda in procedura, diventa automaticamente il padrone di quella azienda. In molti, infatti, si chiedevano come mai le banche, che avevano già tanti crediti, non si comprassero anche quelli piccoli, diventando così padrone di tutto; in tal modo avrebbero potuto gestire bene, con l’occhio del padrone, senza i tempi lunghi del tribunale. Questo era un filone di pensiero legittimo e molto esplicito.

Il secondo principio era quello di coloro che sostengono, probabilmente per una assai solida esperienza del mondo fallimentare (del quale io, invece, non sapevo assolutamente niente), che in una procedura fallimentare, se qualcuno offre il 40 per cento, che è il limite minimo previsto, prende il piatto e se lo porta via. Questo è un convincimento diffuso. Mi sembra che l’offerta fatta da S.G.R. corrisponda proprio a questo famoso 40 per cento.

PRESIDENTE. Voi avevate ideato un progetto assolutamente diverso da quello che poi si è realizzato con l’entrata delle banche in S.G.R. A suo giudizio (visto che in quel periodo lei c’era), perché le banche entrarono in S.G.R. e rifiutarono il vostro progetto che era di tutt’altra natura?

CIGLIANA. In realtà, signor Presidente, non lo so spiegare. Ho avuto l’impressione che in quella particolare circostanza le banche italiane si fossero comportate con una straordinaria ottusità: sono state superate solo dalle banche estere, che dal punto di vista professionale si sono comportate in una maniera incredibile.

PRESIDENTE. Perché incredibile? Ci fu un momento in cui le banche straniere addirittura minacciarono ritorsioni nei confronti del sistema bancario italiano, dopodiché sono scomparse nel silenzio più assoluto e totale.

ALOI. Fu una fuga.

PRESIDENTE. Non so se sia stata una fuga, ma comunque tutto ciò mi sembra in antitesi rispetto a quanto lei afferma circa la compostezza delle banche straniere rispetto a quelle italiane.

CIGLIANA. Non ho parlato di compostezza, ma di irrazionalità. PRESIDENTE. Lei ha parlato dell’ottusità delle banche italiane e ha detto che le banche straniere si sono comportate... CIGLIANA. ...molto peggio!

PRESIDENTE. Allora, avevo capito male: avevo capito che si erano comportate molto meglio.

CIGLIANA. No, intendevo dire che solo le banche estere si sono comportate peggio di quelle italiane. Era veramente una gara!

Sono stato amministratore di banche estere e di banche italiane che hanno lavorato all’estero e, pertanto, so bene che quando si va a lavorare in un paese straniero, poiché non si conosce perfettamente la lingua e il diritto, il primo foglio di carta che si richiede per qualunque pratichetta è una legal opinion, in modo che da un primo orientamento si capisca subito chi è il soggetto e quali sono le norme; e dopo c’è tutto il resto dell’analisi. Nessuna banca estera coinvolta con la Fedit però aveva chiesto una legal opinion: quindi, finanziavano senza sapere.

Inoltre, le banche italiane facevano finanziamenti a breve tempo, vale a dire a vista, e quindi potevano rientrare in qualunque momento (almeno teoricamente; ma se una sola lo avesse fatto forse rientrava veramente); poi, visto che contrattavano nel momento della concessione del finanziamento, avevano il beneficio di avere l’appoggio del lavoro, vale a dire che tutto il giro di affari della Federconsorzi passava attraverso le banche finanziatrici. È chiaro che la Federconsorzi, essendo piena di debiti, tollerava nei confronti delle banche che la finanziavano commissioni e valute generose. Dal punto di vista delle banche italiane, quindi, era molto producente lavorare con Fedit: imponevano tassi e commissioni alti e numerosi giorni di valuta. Poi - ripeto - avevano comunque la piccola speranza di poterne uscire se all’orizzonte si notava l’arrivo di un temporale, perché si trattava - lo ricordo ancora - di crediti a vista. Viceversa, le banche estere avevano fatto finanziamenti a tre o a quattro anni, e perciò bloccati, senza avere alcun vantaggio nel giro degli affari.

PRESIDENTE. Torniamo però alla domanda che le ho posto: perché le banche entrarono in S.G.R. e rifiutarono il vostro progetto originario?

CIGLIANA. Probabilmente solo perché era passato un anno e quindi si erano rese conto, sia pure con lentezza, che non c’era niente di particolare da ricavare, almeno niente più dei beni della Federconsorzi. Potevano solo sperare di essere rimborsate pro quota rispetto a quello che si sarebbe ricavato dagli assets di Federconsorzi. Le banche estere, probabilmente, ritirarono le loro minacce perché, da un lato, si accorsero che le loro proteste non avevano fondamento, e dall’altro misero sulla bilancia il fatto che le banche italiane le avevano liberate dalla grana Agrifactoring: e quindi avevano avuto almeno un "contentino".

ALOI. Signor Presidente, ascoltando quanto esposto dal dottor Cigliana, la domanda che rivolgo a me stesso e a tutti i presenti, e che è la stessa che potrebbe porre un qualsiasi cittadino che si trovasse a passare da queste parti, è la seguente: in che mondo viviamo? E’ possibile che le banche, che notoriamente non fanno niente per niente, pensassero di poter recuperare dalla Fedit quanto loro stesse con "finanza allegra" – uso un eufemismo – andavano ammannendo? O c’era dell’altro?

Dottor Cigliana, secondo lei le banche che tipo di garanzie hanno avuto dal mondo politico per riuscire a portare avanti quella condotta? Sono semplicemente esterrefatto davanti a questo modo di procedere. E’ possibile che non vi sia dell’altro? Questa non è dietrologia. A più riprese è emerso l’argomento relativo alla posizione e alla "fuga" delle banche straniere. Il termine fuga non vuole essere provocatorio, ma è pur vero che le banche straniere - che avevano stabilito un’equazione tra Fedit e Governo italiano, ottenendo certe garanzie o ritenendo di averle ottenute, giacché c’era una sostanziale coincidenza di posizioni tra lo Stato italiano e la Fedit – di punto in bianco si volatilizzano.

Quali furono i meccanismi che indussero le banche estere ad assumere tale atteggiamento? Per le banche italiane possiamo anche capirlo (connivenze e altro). Non dimentichiamo, poi, che in alcune circostanze – come per le società cosiddette onorate - tutte le responsabilità si scaricano sul morto, e nella fattispecie sull’ex ministro Goria che non può più difendersi.

In sostanza, vorrei sapere se le banche straniere ricevettero un input, grazie al quale capirono che si stava determinando una situazione critica e che, agendo da deterrente, le abbia spinte infine a "tagliare la corda". Forse avevano ricevuto delle garanzie che poi sono venute meno? E’ questo il nodo centrale, il punctum dolens. Credo che la chiave di lettura dell’intera vicenda sia proprio qui.

CIGLIANA. Onorevole Aloi, cercherò di rispondere alla sua domanda. In primo luogo non esisteva sicuramente una garanzia intesa come atto contrattuale riferibile allo Stato italiano. In secondo luogo, non esisteva neppure una garanzia derivante dal fatto che la Federconsorzi fosse un ente pubblico e come tale interamente riferibile allo Stato italiano. Questo sicuramente non c’era. E’ nei fatti, e non vedo come possa essere messo in discussione. Era vivissima, invece, la sensazione che la Federconsorzi godesse di una vasta "protezione politica". C’era la sensazione che alla fine qualcuno sarebbe intervenuto e avrebbe messo le cose a posto.

Mi sembra di aver letto che, tra le domande da voi rivolte al dottor Pellizzoni, ce ne fosse una nella quale chiedevate per quale ragione egli era rimasto lì, che cosa sperava accadesse, e in grazia di quale intervento divino credeva possibile rimettere le cose a posto. Pellizzoni ha onestamente risposto che, all’epoca, tutti sostenevano che da un momento all’altro dovessero arrivare 1.000 miliardi da parte dello Stato attraverso un provvedimento volto al finanziamento delle attività agricole. Si aspettava l’arrivo di un deus ex machina con 1000 miliardi. In sostanza, la forza politica di cui godeva la Federconsorzi faceva ritenere probabile questo esito.

VENETO Gaetano. Credo che, anche da parte mia, sia stato troppo esaltato il tema delle banche rispetto ad altre problematiche. Mi riferisco al nostro compito di indagare su quanto accaduto dopo la costituzione della S.G.R., argomento sul quale ritengo opportuno fare una riflessione insieme ai colleghi della Commissione e al Presidente.

Devo tuttavia sottolineare di essere rimasto colpito dall’osservazione del dottor Cigliana, persona che so essere molto attenta nelle sue valutazioni, a proposito delle banche, da lui definite "ottuse". Vorrei chiederle se esse, invece, non siano state tanto callide, e quindi tutt’altro che ottuse, da operare pilotando la S.G.R. ai limiti (se non addirittura oltre) del codice penale. Concretizzo tale affermazione con delle brevi considerazioni.

Lei ha affermato, a proposito di finanziamenti a breve, medio e lungo termine senza garanzie, che le banche estere erano ancora più ottuse. Ma questo farebbe pensare che allora le banche italiane non erano poi tanto ottuse. Lei stesso ha affermato che con finanziamento a breve, con valuta elevata - al di là della media del tempo - con oneri di gestione e commissioni alte, le banche avevano lucrato largamente ottenendo in profitti quel che non avevano in garanzie. In realtà, una garanzia di 50 miliardi a fronte di un’esposizione di 5.000 miliardi dovrebbe portare in galera per direttissima, anche a seguito dei controlli della Banca d’Italia. Invece le banche continuavano ad operare. Lei però ci ha ricordato saggiamente le commissioni, le valute, il lavoro e così via. Quindi un’ottusità parziale o pro se contrario.

Abbiamo poi i finanziamenti a breve, ad altissimo rendimento rispetto a quelli a medio e lungo termine delle banche straniere e, infine, una S.G.R. che per lo meno fa riflettere i giudici di Perugia e questa Commissione. Alle banche straniere – da lei definite ancor più ottuse – le banche italiane, con un gesto di altissima filantropia internazionale, subentrano postergandosi nella creditoria di fronte all’esposizione bancaria prodotta da tutte le banche e soddisfacendo al cento per cento il credito delle banche straniere, già scottate dal caso BNL.

Credo che alla fine gli ottusi potremo risultare soltanto noi che per molti anni ci siamo lasciati sfuggire questo fenomeno e che ancora oggi cerchiamo di attaccarlo politicamente e giudizialmente su versanti errati.

CIGLIANA. Onorevole Veneto, ritengo che le banche, nel concedere il finanziamento, abbiano dimostrato di essere leggere e imprevidenti, ma non ottuse; lo sono state, invece, nel non accettare subito l’ipotesi che è stata loro prospettata nei primissimi giorni e che comunque rappresentava l’unico possibile esito di questa vicenda: mi riferisco all’adesione alla liquidazione volontaria con cessione dei beni. Se avessero aderito a questa proposta avrebbero potuto amministrare il patrimonio della Federconsorzi, certo non recuperando tutto quello che avevano sborsato, ma senza dover affrontare le spese, le lungaggini e i vincoli che la procedura comporta (perizie, contro perizie, gare e quant’altro).

Del resto, la situazione non è esattamente la stessa, ma mutatis mutandis è quella che si è poi trovata a realizzare la S.G.R., che non ha fatto altro che vendere e distribuire tra i propri soci il ricavo della vendita, anche perché più di quello non si poteva certo ottenere.

E’ sostanzialmente per questa mancata adesione che considero ottuso il comportamento delle banche. Per quanto riguarda invece la concessione dei finanziamenti, torno a ripetere che hanno tenuto un comportamento leggero ed eccessivamente ottimista. Evidentemente hanno dato molto più peso ai "soldini" che mettevano in bilancio giorno per giorno, caricando gli interessi, la valuta, ecc. che non al rischio che correvano effettivamente.

VENETO Gaetano. Dottor Cigliana, può darsi però che il gioco valesse la candela?

CIGLIANA Può darsi…

VENETO Gaetano. Anche nel caso della S.G.R. il gioco valeva la candela, perché in fondo ha incassato due volte...

CIGLIANA. La situazione della S.G.R. è diversa, perché questa struttura ha comprato ad un prezzo che era sostanzialmente quello offerto; non mi risulta, infatti, che abbia avuto luogo alcuna trattativa. Ripeto, da quanto si evince dalla documentazione, la S.G.R. quasi 18 mesi dopo aver presentato l’offerta del 27 maggio 1992, comprò una serie di beni esattamente allo stesso prezzo - probabilmente anche conveniente - e senza apparente trattativa.

Tra l’altro, quella partita cui più volte è stato fatto cenno, rappresentata dai crediti verso il MAF, in qualche modo potrebbe essere considerata quasi come un jolly o una carta da jack pot. Infatti, nell’ipotesi che lo Stato avesse pagato, quel cespite avrebbe avuto esattamente il valore nominale; qualora ciò non si fosse verificato – come del resto era accaduto in quasi trent’anni - il valore sarebbe stato zero. In effetti, però, alla S.G.R. è andata bene.

PRESIDENTE. Colleghi, come nostra consuetudine valuteremo nell’ambito dell’Ufficio di Presidenza l’opportunità di svolgere l’audizione dell’attuale Ministro delle politiche agricole per verificare lo stato di attuazione della legge n. 410 del 1999, anche rispetto agli eventuali riflessi che questo provvedimento può avere sui compiti che la legge istitutiva di questa Commissione ci ha demandato.

MANCUSO. Dottor Cigliana, credo che le banche non siano state né stupide, né imprevidenti se è vero che l’intera questione era dominata dalla presupposizione, poi fallita, che vi sarebbe stata un’ipotetica pioggia di 1000 miliardi. Evidentemente, quindi, erano anch’esse in attesa, come del resto gli altri creditori.

Questo naturalmente non giustifica la condotta delle banche; tuttavia, se visto in questi termini, il loro comportamento potrebbe rientrare nella valutazione di credibilità che assegnamo a tutti i disavventurati di questa vicenda.

Non so se la mia domanda sia o meno importante, in ogni caso essa nasce sostanzialmente da un inciso dell’elegante discorso del nostro ospite, che lodo per la pienezza del suo linguaggio, dote che si riscontra sempre più raramente.

In tale inciso, il dottor Cigliana ha dichiarato che le banche straniere, nell’abbandonare alla loro sorte i crediti accesi, evidentemente si accontentarono di avere di fatto evitato la "grana" - secondo il termine da lei stesso utilizzato - costituita dall’Agrifactoring.

CIGLIANA. Ho semplicemente inteso dire che questo "contentino corposo" ha avuto un peso…

MANCUSO. Ebbene, proprio partendo da questo presupposto, vorrei rivolgerle due domande: quale sarebbe stato il "contentino" e quale la sua convenienza, sia pure marginale?

PRESIDENTE. La sua domanda, onorevole Mancuso, è importante e smentisce la premessa. Del resto, conosciamo il suo acume.

CIGLIANA. Signor Presidente, come ho già avuto modo di sottolineare, non ricordo la situazione dei conti relativi all’Agrifactoring. Mi sembra comunque di rammentare vagamente che si trattasse di un concordato dell’ordine di 900 miliardi. Non conosco esattamente quale fosse la quota che riguardava le banche straniere, che credo tuttavia ammontasse a qualche centinaio di miliardi, quindi pur sempre un contentino corposo.

Va sottolineato che, a differenza di quanto accadde per la Fedit, le banche straniere in questo caso non sollevarono il problema delle garanzie, sottolineando però la necessità che i rapporti fra banche fossero improntati alla correttezza, a rapporti fra gentiluomini, o meglio tra "gentilbanche". Ora, dal momento che le banche italiane possedevano la maggior parte delle azioni dell’Agrifactoring e la gestivano, si riteneva inopportuno far "saltare" questa struttura.

Pertanto, le banche italiane azioniste di maggioranza di Agrifactoring, per non diventare in futuro oggetto di una valutazione negativa che avrebbe sostanzialmente impedito loro di lavorare in giro per il mondo, accettarono di postergarsi alle banche estere, facendo quindi in modo che queste ultime potessero quasi del tutto rientrare da Agrifactoring; il che a mio avviso rappresentò un contentino rilevante.

Tuttavia, onorevole Mancuso, dal momento che lei è sempre attento alle questioni giuridiche, mi permetta di effettuare un’osservazione di tipo pratico. Intendo dire che una cosa è parlare di banche giapponesi, americane o inglesi; altra, di banche italiane. Noi abbiamo infatti la consuetudine, quasi il culto, di portarci dietro il contenzioso. I nostri istituti di credito per anni ed anni spendono soldi per gli avvocati magari per recuperare tre lire.

Le banche straniere, invece, quando si accorgono di aver messo il piede nel pantano preferiscono lasciarci dentro la scarpa e andarsene senza perdere più tempo, né soldi, né cervello, anche se naturalmente "fanno fuori" i dirigenti che hanno condotto quella determinata operazione. Tenga presente, onorevole Mancuso, che i dirigenti delle banche estere che avevano concesso i fidi cui ci stiamo riferendo (e che avrebbero potuto diligentemente seguire le eventuali possibilità di recupero) subito dopo sparirono fisicamente. Ricordo che, apprendendo che i giapponesi avevano preso l’aereo per Tokio, abbiamo pensato scherzosamente che arrivati là avrebbero trovato il cofanetto dell’harakiri. Ad ogni modo, quella gente è sparita; sicuramente è andata a lavorare in qualche piccola agenzia in qualche altra zona del Giappone. Pertanto, non c’era più neanche chi avesse la memoria storica e la possibilità di seguire queste vicende. Così agiscono normalmente le banche dei paesi anglosassoni e quelle dei paesi che si rifanno all’esperienza anglosassone: quando si fa un bagno si lasciano i vestiti e si spera di asciugarsi, ma non si indugia oltre.

PRESIDENTE. Vorrei porre una domanda di ordine squisitamente politico.

Vorrei che il dottor Cigliana facesse capire alla Commissione - se può - cosa intendeva Lobianco con l’espressione "patto scellerato" riferita al commissariamento.

Chi sarebbero stati, chi sono coloro che avrebbero pattuito nell’ottica di Lobianco e che cosa avrebbero pattuito? Forse l’ingresso di altri partiti nell’area della nuova Fedit? Quali e in cambio di cosa?

CIGLIANA. Lobianco parlò e scrisse di un patto scellerato che avrebbe legato coloro che decisero il commissariamento - preciso che non si trattava solo di Goria -, i commissari governativi, i vari ministri dell’agricoltura e i beneficiari dell’operazione S.G.R.. Quindi, ci sarebbe stato un patto scellerato che, in sostanza, avrebbe consentito di acquisire il patrimonio, che lui supponeva enorme - come tutti quelli della Coldiretti - ma che invece era nullo per gli azionisti trattandosi di un patrimonio a difesa parziale dei creditori. Il patto scellerato sarebbe consistito quindi nell’acquisire questo patrimonio e farlo finire nelle disponibilità di qualche amico. Questa è l’espressione che lei, signor Presidente, correttamente ricorda.

PRESIDENTE. Chi sarebbe stato questo amico?

CIGLIANA. Non lo so. Come si fa a dare credibilità a un patto che avrebbe riguardato un’epoca storica di tre anni, in cui si sarebbero succeduti tre ministri e sei commissari governativi? Non è possibile che qualcuno abbia complottato in una presunzione di perfetta prevedibilità su vicende che si sarebbero verificate tre anni dopo.

PRESIDENTE. Facciamo cadere qualche obiezione. Esisteva forse un contrasto tra la "DC dei banchieri" e la "DC degli agricoltori"?

CIGLIANA. La DC degli agricoltori, il cosiddetto gruppo parlamentare degli amici della Coldiretti - che in epoca lontanissima erano circa 120 e al momento del commissariamento si erano ridotti a una trentina -, era naturalmente diminuita di peso. Su questo non si discute. D’altronde, la gente occupata in agricoltura è sempre meno.

PRESIDENTE. L’avvento di Goria avrebbe potuto inserire altri azionisti in questo patto?

CIGLIANA. L’onorevole sottosegretario per l’agricoltura Noci, socialista, ha rilasciato una breve deposizione che mi ha colpito perché interamente basata sul buon senso. Egli in sostanza ha detto: "Per quanto poco io sia stato in politica nessuno riuscirà mai a convincermi del fatto che un ministro neonominato avesse da solo la forza di smontare un marchingegno come la Federconsorzi". Il sottosegretario Noci ha deposto in questa sede; a me non ha mai detto nulla. Evidentemente non si trattava di una posizione esclusiva di Goria, ma c’era un orientamento condiviso, al quale Goria avrà dato corpo.

Le prime due volte che ho incontrato Goria mi colpì il fatto che egli toccava il bilancio Fedit con un senso di fastidio e di preoccupazione; aveva in mano il bilancio del 1990 e lo maneggiava come se si trattasse di una pentola bollente, che potesse scoppiare come una bomba.

PRESIDENTE. Non avendolo potuto leggere nel bilancio, Goria sarà stato informato da qualcuno oppure aveva delle cognizioni che prescindevano dalla documentazione di cui disponeva in quel momento?

CIGLIANA. Non posso esprimere giudizi su Goria perché lo conoscevo poco. Probabilmente disponeva di qualche informazione. Ma per capire la situazione era sufficiente avere in mano quel bilancio anche solo per un’ora. Infatti, nelle poche pagine della relazione, si poteva leggere che, in mancanza di una serie di recuperi di cose occulte, di riserve (possiamo definirle come vogliamo), il bilancio sarebbe stato in passivo di 600 miliardi ed era chiaro che si trattava di qualcosa che stava esplodendo. Non era possibile che in questa situazione un organismo come la Federconsorzi potesse stare in piedi; e questo risultava evidente leggendo solo le poche pagine della relazione, senza nemmeno compiere uno studio particolare o esaminare i numeri.

Il ministro Goria aveva nettissima la sensazione che la Fedit non reggeva più e che non esistevano i presupposti politici per trovare soldi. La Federconsorzi non riceveva soldi ormai da molto tempo perché tutte le iniziative politiche venivano bloccate. La Federconsorzi era ormai eterogenea rispetto al centrosinistra; al suo interno esisteva solo la DC e con la sola DC la Federconsorzi non poteva contare su una maggioranza che la sostenesse in Parlamento.

Del resto, quando il Ministro si attivò per realizzare l’operazione Agrisviluppo o Fedit 2, per dare vita ad una società alla quale intendeva far partecipare insieme alle banche, i consorzi sani, i fornitori (naturalmente escludendo la Federconsorzi) cercando di mantenere alcune attività, si presentò subito un primo ostacolo; alcuni, infatti, chiesero di far partecipare a questa nuova Fedit le regioni, attraverso le finanziarie regionali, dal momento che le regioni ormai da molti anni avevano competenze in materia e, quindi, rivendicavano un proprio ruolo. La Coldiretti (legittimamente, sotto il profilo della tutela dei propri interessi) non accolse tale proposta, dato che assieme alla Confagricoltura deteneva il 100 per cento della Federconsorzi.

È pertanto chiaro il motivo in base al quale i soldi non sono pervenuti alla Federconsorzi.

ALOI. Ritengo che il riferimento all’espressione pactum sceleris, che evoca altre figure di altri tempi, sia un elemento da considerare.

Il Presidente ha poc’anzi stabilito un rapporto tra mondo politico bancario e mondo politico agricolo, nelle espressioni certamente più rilevanti dal punto di vista istituzionale. Vorrei quindi capire bene la situazione, prendendo spunto anche dal fatto che il ministro Goria temeva di mettere mano alla vicenda che considerava una "pentola bollente".

In primo luogo, il quadro politico stava cambiando e la Democrazia Cristiana non era più l’unico referente di certe operazioni. In secondo luogo, le regioni reclamavano i poteri costituzionalmente loro attribuiti.

Mi chiedo come sia possibile che, di fronte a tutto questo, non ci sia stato niente che abbia destato qualche preoccupazione. Se anche le remore circa il passaggio alle regioni potevano dipendere dal timore che certune pentole potessero scoppiare, perché non è avvenuto qualcosa che ponesse sul banco delle responsabilità coloro i quali avevano causato questa vicenda, a dir poco kafkiana?

CIGLIANA. Mi permetto di sintetizzare la sua domanda. In sostanza lei mi chiede perché coloro che dovevano essere consapevoli che tutto stava crollando non hanno cercato qualche rimedio invece di irrigidirsi. Mi sorregge in ciò una modesta conoscenza della storia, disciplina nella quale sono laureato. Quando crolla un regime o uno status quo, coloro che vi sono dentro, e che fanno parte integrante del sistema in procinto di crollare, sono sempre convinti di trovarsi di fronte ad una crisi passeggera: è sufficiente stare acquattati e coperti perché poi tutto torna come prima. Studiando la storia non ho mai visto qualcuno rendersi conto dell’imminenza e inevitabilità di un cambiamento rivoluzionario.

In realtà, coloro che erano dentro il sistema non ipotizzavano nemmeno che esso potesse saltare. Per quelli che stavano fuori ovviamente il discorso era diverso.

PRESIDENTE. Dottor Cigliana le rivolgerò ora una domanda tecnica. Può chiarire l’ingente appostazione, nel conto economico del bilancio al 31 dicembre 1991, rischi su crediti per 1.850 miliardi circa, che hanno tra l’altro aumentato la perdita dell’esercizio fino a raggiungere la somma di oltre 2000 miliardi?

Come si giustifica tale appostazione di una perdita secca di tale entità, quando la maggior parte dei crediti nei confronti dei consorzi agrari erano già stati contabilizzati come perdite anche attraverso interventi da parte della Fedit?

CIGLIANA. Il bilancio del 1991 fu redatto da noi nel 1992. Per rispondere alla sua domanda devo spiegare alcune regole relative alla redazione di un bilancio. Per fare un bilancio occorre seguire alcuni princìpi contabili. Pertanto, se un immobile che vale 100 è in bilancio a 10, non si può procedere semplicemente alla sua rivalutazione; ma eventualmente si può proporre all’assemblea di rivalutare l’immobile, dandone opportune motivazioni e spiegazioni.

Per quanto riguarda i crediti (sebbene nel frattempo siano intervenuti cambiamenti importanti in tema di principi contabili) nella sostanza neanche questi si possono svalutare. Se qualcuno mi deve 100 lire, io devo segnare 100 e non posso contabilizzare una cifra inferiore fino a quando non interviene una procedura esecutiva a dirmi che non posso più riavere quei soldi. Devo pertanto mettere al passivo un’appostazione cautelativa, ad esempio un fondo rischi. Quei 1.850 miliardi di fondo rischi che mettemmo al passivo non erano altro che la correzione di certi crediti che la Federconsorzi vantava nei confronti di vari soggetti, prevalentemente CAP, e che sapevamo benissimo che non sarebbero stati mai riscossi, o eventualmente riscossi soltanto per cifre molto inferiori, non fosse altro perché numerosi CAP nel frattempo erano andatati in dissesto.

Pertanto lasciammo quell’importo perché non potevamo fare diversamente, non essendo ancora intervenuto un atto giudizialmente valido. Il problema è che non si può toccare il credito vantato, si può solo correggerlo al passivo fino a quando la situazione si chiarisce definitivamente e si arriva ad una soluzione magari attraverso una transazione o la dichiarazione di fallimento del creditore. La circostanza che quell’accantonamento di 1.500 miliardi provocasse un’elevata perdita apparente di circa 2.000 miliardi era dovuta al fatto che le poste attive del bilancio non erano rivalutate. Infatti, essendo ormai in fase di procedura concorsuale non aveva senso – e non è nemmeno consentito – rivalutare le poste attive. Se si ha un immobile segnato a 100 lire, lo si tiene a 100 lire. In ogni caso lo si dovrà vendere e qualora dalla vendita si ricavassero 1.000 lire si segneranno 900 lire di sopravvenienza attiva. Non ha senso fare una rivalutazione in fase di procedura, dove tra l’altro le perizie non contano nulla. Conta solo quello che si incassa quando si trova un compratore.

Ovviamente, nel chiedere l’accesso alla procedura, elaborammo diverse ipotesi. Si trattava però di valutazioni, che nulla avevano a che fare con il bilancio. Quest’ultimo aveva la caratteristica di essere monco da una parte e dall’altra, sia all’attivo che al passivo.

MAGNALBO’. Quel che il dottor Cigliana afferma è interessantissimo sotto il profilo tecnico-amministrativo, giuridico e finanziario, ma noi siamo interessati a conoscere altre questioni, vale a dire se è vero che la Fedit era un serbatoio o un portafoglio politico per portare avanti il sistema e se ad un certo momento fu decisa la sua decapitazione perché non serviva più….

PRESIDENTE. Senatore Magnalbò, forse c’è un equivoco. Stiamo parlando del bilancio 1991 e non della cifra segnata come perdita di bilancio a partire dal 1980, questione di cui abbiamo già parlato in altra seduta. L’attuale spiegazione concerne solo la formazione del bilancio 1991.

MAGNALBO’. Chiedo scusa.

PRESIDENTE. Se non ci sono altre domande, ringrazio il dottor Cigliana per la sua cortese e ampia disponibilità. Inoltre, poiché ha messo a disposizione della Commissione due agende di appunti risalenti al periodo 1991-1992, desidero rassicurarlo sul fatto che procederemo al loro esame con la riservatezza del caso e qualora dovessimo trovare elementi pertinenti ai nostri lavori provvederemo a convocarlo nuovamente.

Ringrazio ancora il dottor Giorgio Cigliana e dichiaro conclusa l’audizione.

Ricordo che la Commissione tornerà a riunirsi martedì 6 giugno 2000, alle ore 12, per procedere all’audizione del dottor Calogero Antonio Mannino.

I lavori terminano alle ore 13,25.