Audizioni Commissione d'inchiesta Federconsorzi/38

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Audizione Mannino

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SENATO DELLA REPUBBLICA CAMERA DEI DEPUTATI XIII LEGISLATURA


COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SUL DISSESTO DELLA FEDERAZIONE ITALIANA DEI CONSORZI AGRARI

RESOCONTO STENOGRAFICO DELLA SEDUTA DI MARTEDI’ 6 GIUGNO 2000

Presidenza del presidente Melchiorre CIRAMI


I lavori hanno inizio alle ore 12,10.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente)

Presidenza del presidente CIRAMI

I. Comunicazioni del Presidente

PRESIDENTE. Colleghi, ricordo che, al termine della seduta del 30 marzo 2000, il dottor Cigliana ha consegnato alla Commissione le sue agende relative agli anni 1991-92. Si rende ora necessario stabilire il regime di pubblicità di tali documenti, anche al fine di tutelare adeguatamente le esigenze di riservatezza invocate in quell’occasione dal dottor Cigliana, in ragione della presenza nelle agende anche di annotazioni di carattere personale, relative alla sua famiglia.

A tal fine, propongo che le agende siano nell’immediato classificate come atti segreti, ai sensi dell’articolo 2 del Regolamento interno sulla classificazione degli atti, in funzione di un esame approfondito delle annotazioni in esse contenute. Propongo che tale attività ricognitiva sia affidata ad un comitato ristretto costituito dai componenti dell’Ufficio di Presidenza. Nel caso in cui si dovessero evidenziare elementi interessanti per sviluppare ulteriori accertamenti ai fini dell’inchiesta, l’Ufficio di Presidenza costituito in comitato ristretto individuerà le parti rilevanti e apporrà gli omissis sulle restanti parti. Delle parti rilevanti sarà fatta copia autenticata che sarà custodita nell’archivio della Commissione, mentre le agende potranno essere restituite al dottor Cigliana. Nel caso invece l’Ufficio di Presidenza non rinvenga elementi di rilievo, potrà proporre alla Commissione che le suddette agende siano restituite al dottor Cigliana non rivestendo interesse ai fini dell’inchiesta parlamentare.

Non facendosi osservazioni, così resta stabilito.

Vi informo che la scorsa settimana ho incontrato l’attuale commissario liquidatore della Federconsorzi, generale Marrocco, che si è dichiarato disponibile ad offrire la massima collaborazione ai nostri consulenti incaricati dell’esame dei bilanci della Federconsorzi, mettendo a disposizione un congruo numero di persone per il reperimento e la fotocopiatura degli atti necessari per l’espletamento dell’incarico. Preciso che, a causa della sostituzione del commissario governativo, aveva subito un arresto la collaborazione fornita ai nostri consulenti nell’operazione di ricerca negli archivi del materiale necessario alla nostra indagine, ma la questione è stata chiarita.

II. Audizione del dottor Calogero Antonio Mannino

PRESIDENTE. La Commissione procede oggi all’audizione del dottor Antonio Calogero Mannino, che ringrazio per aver accolto, con cortese disponibilità, il nostro invito.

Avverto che i nostri lavori si svolgono in forma pubblica, secondo quanto dispone l’articolo 7 della legge istitutiva, e che è dunque attivato, ai sensi dell’articolo 12, comma 2, del Regolamento interno, l’impianto audiovisivo a circuito chiuso.

Qualora da parte del dottor Mannino o di colleghi lo si ritenga opportuno in relazione ad argomenti che si vogliono mantenere riservati, disattiverò l’impianto audiovisivo per il tempo necessario.

Preciso, infine, che dell’audizione odierna è redatto il resoconto stenografico, che sarà sottoposto, ai sensi dell’articolo 12, comma 6, del Regolamento interno, alla persona ascoltata e ai colleghi che interverranno perché provvedano a sottoscriverlo apportandovi le correzioni di forma che riterranno, in vista della pubblicazione negli atti parlamentari.

Ricordo che l’onorevole Mannino ha ricoperto la carica di Ministro dell’agricoltura dal 1° dicembre 1982 al 30 agosto 1983 (V Governo Fanfani), dal 13 aprile 1988 al 22 luglio 1989 (Governo De Mita) e dal 23 luglio 1989 al 26 luglio 1990 (VI Governo Andreotti).

Onorevole Mannino, Ella è stato Ministro dell’agricoltura in tre Governi diversi a distanza di tempo. Ai fini della nostra indagine, le ricordo che al Ministro dell’agricoltura era conferita, tra le altre, la facoltà di disporre ispezioni sul funzionamento dei consorzi agrari e della Federconsorzi e di sospendere l’esecuzione di deliberazioni dei consorzi e della Federconsorzi.

I consorzi e la Federconsorzi avevano, inoltre, l’obbligo di comunicare al Ministero i bilanci e, per prassi, i bilanci della Federconsorzi venivano sottoposti alla sigla del Ministro. Ella aveva pertanto, quale Ministro dell’agricoltura, un forte potere-dovere di vigilanza sui consorzi agrari e sulla Fedit, che poteva naturalmente esercitare tramite le competenti strutture amministrative del suo Dicastero.

Tanto premesso, la invito a riferirci delle condizioni dei consorzi e della Fedit nei diversi periodi del suo mandato e della sua azione politica ed amministrativa relativamente a Fedit e consorzi. MANNINO. Come ha ricordato il Presidente, ho avuto la responsabilità del Dicastero dell’agricoltura in due tempi diversi: dicembre 1982-agosto ’83 e aprile 88-luglio ’90. I problemi della Federconsorzi nei due tempi si sono appalesati diversi, nel senso che hanno conosciuto e attraversato una loro evoluzione, o forse sarebbe meglio dire involuzione, sotto il principale degli aspetti, che era quello finanziario.

Nella prima fase, 1982-83, il problema Federconsorzi agli occhi, alla sensibilità, alla responsabilità del Ministro non si è posto in termini negativi e benché mai drammatici, così non è stato invece nel secondo tempo, pur escludendo l’aggettivazione drammatica che correggo in preoccupante situazione.

Per comprendere questa evoluzione negativa della situazione finanziaria della Federconsorzi credo sia necessario fare una valutazione retrospettiva storica che, per altro, immagino, ai membri della Commissione sia già possibile per il materiale acquisito e per quanto emerso dalle precedenti audizioni.

La Federconsorzi è risorta dalla ceneri subito dopo la guerra con una funzione precipua assegnatale, che era la gestione dei servizi di sicurezza alimentare (ho deciso di usare termini molto franchi dicendo le cose che, per consapevolezza, possono essere dette). Quindi, la Federconsorzi ha avuto un rilievo, al di là del suo aspetto giuridico di tipo pubblicistico, in una fase che certamente si può considerare aperta nel 1945 fino ai primi anni ’60 se non anche al 1975: ha dovuto provvedere alla sicurezza alimentare del paese attraverso la gestione degli ammassi.

La gestione della sicurezza alimentare del paese è la gestione degli ammassi, con una politica agricola di tipo protezionistico, rivolta a conseguire l’obiettivo della certezza dell’autoapprovvigionamento. Questo era un retaggio della politica agricola ed economica del fascismo, ma era imprescindibile anche nelle condizioni del dopoguerra, almeno sino a quando l’Italia non ha sottoscritto i trattati del Mercato comune europeo prima e della Comunità economica europea dopo, con i quali, a partire dal 1975, sono state via via introdotte delle linee di tipo riformatore nel senso del liberismo e quindi del superamento della condizione protezionistica.

La Federconsorzi, quindi, ha condotto questa gestione (immagino che la Commissione abbia già conosciuto il nome del dottor Leonida Mizzi) in condizioni alquanto eroiche e mitiche. Infatti, assicurare all’Italia gli approvvigionamenti alimentari (sia pure con il supporto, il sostegno e la collaborazione delle forze atlantiche, alle quali l’Italia per patto si ricollegava) era un’impresa impervia, almeno per tutti gli anni Cinquanta.

Inoltre, era una condizione imprescindibile per l’agricoltura italiana avere una certezza di sbocchi sul mercato, laddove il mercato non era tanto il luogo di incontro di domanda e offerta, quanto il luogo delle certezze per la produzione. Tutta la politica cerealicola italiana è stata sempre posta - lo è ancora oggi e non so se possa prescinderne - sotto il riparo di un "ombrello" di tipo protezionistico. Si tratta di vedere quanto sia stato e sia ancora ampio questo "ombrello"; certamente è stato amplissimo sino a tutti gli anni Ottanta, garantito dalla certezza degli ammassi, delle politiche di ritiro, che erano tutte gestite dalla Federconsorzi, la quale evidentemente svolgeva questa funzione di tipo pubblicistico per conto dello Stato, non per conto proprio, e partecipava (spero che i membri della Commissione apprezzino anche in questo caso la mia franchezza) ad una delle condizioni proprie della politica generale del paese, che per comodità ho definito "della sicurezza alimentare". In sostanza, le politiche degli ammassi non erano soltanto politiche di ritiro delle produzioni dalle mani dei produttori, ma erano anche politiche di garanzia della sicurezza alimentare in una fase molto delicata, come quella che è stata attraversata dall’Italia sino a tutti gli anni Ottanta. Il superamento delle ragioni politiche e militari di divisione avviene soltanto nei primi anni Novanta.

La Federconsorzi ha gestito in quel tempo anche un insieme di servizi, sempre concepiti nel quadro di una politica protezionistica e di riparo. Allora, la Federconsorzi distribuiva macchine agricole, ma soltanto della FIAT; gestiva la distribuzione dei fertilizzanti, però solo di quelli prodotti in quota dalla Montedison, ma prevalentemente dall’ANIC e quindi dall’ENI. In pratica, la Federconsorzi è stata il canale obbligato di una politica protezionistica non solo al servizio dell’agricoltura, ma anche come gravame rispetto a quest’ultima. Specie all’inizio degli anni Ottanta, quando ci sono stati degli sviluppi nel campo della tecnologia (per esempio per le macchine agricole) e della ricerca scientifica applicata, purtroppo l’Italia è rimasta arretrata, come tutti ben sanno. La Montecatini era stata benemerita, tra gli anni 1938 e 1945, nel ricercare e brevettare una serie di prodotti che servivano all’agricoltura, poi invece la Montedison e la stessa ANIC si sono fermate e a volte hanno imposto al paese delle politiche non sempre vantaggiose. Basterebbe pensare a un solo dato: quando il Marocco e alcuni paesi del Nord Africa hanno aperto miniere a cielo aperto per i fosfati, che lì si potevano trovare allo stato naturale, Montedison e ANIC si sono trovate spiazzate, però sul mercato italiano occorreva vendere e anzi assicurare sbocchi certi ai loro prodotti presso gli agricoltori. Se questo non fosse avvenuto, l’agricoltura del Veneto, della Puglia o della Sicilia sarebbe caduta ancor prima della propria trasformazione da "prevalentemente cerealicola" a quella moderna di oggi. È giusto inquadrare queste situazioni nella loro condizione storica. Come dicevo, a partire dalla metà degli anni Settanta, quindi dopo il 1975, è iniziata una politica agricola comune che è andata sciogliendo i nodi e i vincoli di questa politica protezionistica. Allora la Federconsorzi, come struttura centrale, ma più ancora i consorzi, nel livello periferico, si sono venuti a trovare in una condizione di difficoltà finanziaria crescente, anche perché il meccanismo finanziario sul quale potevano fare affidamento non era il normale meccanismo bancario, ma era un canale privilegiato che portava direttamente in testa alla Banca d’Italia. Nella seconda metà degli anni Settanta, la Banca d’Italia (ricordo il governatore Baffi) aveva posto il problema della necessità di superare questo tipo di impostazione, di eliminare questo legame. Ma i consorzi a livello periferico, e poi anche la Federazione a livello centrale, si sono venuti via via trovando in presenza di una condizione di difficoltà - che da me fu avvistata fin dal 1983 – dovuta al fatto di avere sostanzialmente un quadro dirigente di tipo funzionario, burocratico, quando ormai occorreva introdurre un quadro di tipo manageriale. Ricordo di avere rivolto, nel 1983, ai dirigenti della Federconsorzi e delle organizzazioni agricole che facevano più direttamente riferimento ad essa (cioè la Confagricoltura e la Coldiretti), l’invito a porsi il problema di una trasformazione di tipo imprenditoriale della stessa Federconsorzi.

Ho ritrovato tale questione nel 1988, in condizioni ancora più preoccupanti sotto il profilo finanziario; tra l’altro, in quel periodo erano anche avvenuti alcuni mutamenti di tipo strutturale. Mentre sino alla fine degli anni Settanta la politica degli ammassi, del ritiro dei cereali conservava all’attività della Federconsorzi la caratteristica monopolistica, con la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta intervengono mutamenti nell’area dei cereali attraverso l’attivazione dell’AIMA. Le forze politiche, segnatamente quelle di sinistra, reclamavano una funzione pubblica di questa azienda, cioè come intervento sui mercati agricoli, ma gravata anche degli oneri che via via la politica comunitaria andava introducendo. Si trattava peraltro di vincoli di tipo contraddittorio, perché la politica comunitaria, da una parte, manteneva un regime protezionistico, dall’altra, creava delle aperture. Per cui, per esempio, la gestione degli ammassi di cereali, soprattutto del grano duro (molto importante per le regioni meridionali), ma anche del grano tenero (importante in pianura padana), si andava trasferendo dalla Federconsorzi ai concessionari, perché l’AIMA non interveniva direttamente, ma attraverso terzi convenzionati.

Se si guarda retrospettivamente questo passaggio, si può anche sottolineare un fatto positivo. L’intervento di alcuni privati nel settore agroindustriale, quindi innanzitutto nel settore della commercializzazione delle derrate agricole (fondamentalmente i grani, ma anche i semi oleosi), ha un carattere positivo. Esprimo la mia opinione con molta franchezza e spietatezza. Raul Gardini nella vita ha pagato un conto più grande di quello che si possa immaginare. Se dovessi dare una testimonianza sull’attività della Ferruzzi nei due periodi in cui sono stato Ministro dell’agricoltura, direi che senza la Ferruzzi in Italia non sarebbe mai arrivata la coltivazione della soia. Oggi, per le regioni settentrionali è una coltura estremamente importante (lo è stata certamente in tutti gli anni Novanta), che si è trovata al centro di forti conflitti e tensioni non solo all’interno della Comunità europea, ma anche sul mercato mondiale.

L’arrivo dei privati nel settore agroindustriale, per esempio, ha consentito alla Barilla, a partire dall’inizio degli anni Ottanta, di svolgere una propria politica cerealicola: addirittura, la Barilla ha potuto operare finanziamenti diretti nell’area della ricerca, della sperimentazione e della selezione delle sementi, per produrre grani duri e teneri di grande forza. Questo ha fatto perdere alla Federconsorzi il suo carattere monopolista nel settore agricolo. Tale processo è stato accompagnato da crescenti polemiche politiche che, soprattutto a partire dal 1983, hanno dato luogo a prese di posizione alleate alla maggioranza politica di quel tempo ed in opposizione alla stessa.

Nel 1989-’90 il problema non riguardava soltanto la Federconsorzi ma vi era il potenziale conflitto tra questa e le strutture della cooperazione. Il conflitto politico non aveva creato le condizioni più favorevoli affinché il Parlamento risolvesse il problema in modo equilibrato. Uno dei tanti disegni di legge presentato nei primi anni ’80 aveva come scopo il risanamento finanziario, con particolare riguardo alla liquidazione della posizione debitrice dello Stato nei confronti della Federconsorzi. Tutte le politiche di ammasso, d’altronde, concernevano i servizi prestati per conto dello Stato. Chiedo a questo punto che l’audizione prosegua in seduta segreta.

I lavori proseguono in seduta segreta dalle ore 12,30 alle ore 12,35.

PRESIDENTE. Riprendiamo nuovamente i nostri lavori in seduta pubblica.

MANNINO. La Federconsorzi era, quindi, chiamata a svolgere anche funzioni improprie. Al di là di questo, comunque, si è trovata a fronteggiare una nuova situazione: il mutamento del quadro di riferimento, il mercato; il mutamento dei rapporti politici all’interno della maggioranza; un’ingessatura del rapporto tra Federconsorzi e consorzi provinciali, superata l’esigenza di una articolazione territoriale così frammentata, soprattutto al Nord, mentre poteva essere giustificata una tale frammentazione in alcune regioni del Sud d’Italia; infine, la difficoltà a rendere la Federconsorzi una struttura di servizio, una holding partecipata politicamente, sindacalmente e socialmente da tutte le organizzazioni produttive.

A tale proposito, devo pur ammettere che tutti i tentativi di mediazione da me esperiti incontrarono grandi difficoltà perché Confagricoltura e Coldiretti, indipendentemente dalla Democrazia Cristiana, in quel tempo ritenevano che ogni passo in avanti nella direzione di una apertura di collaborazione dovesse avvenire con talune garanzie.

Ritengo che questo quadro abbia creato le condizioni dalle quali sono scaturiti ampi provvedimenti governativi, avvenuti in un momento successivo, sui quali non sono in condizione di fornire alcuna informazione.

PRESIDENTE. Credo che abbia già fornito delle risposte alle domande che intendevo porle: se fosse favorevole al sistema Fedit-consorzi, se lo ritenesse adeguato al libero mercato comunitario e, se mai avesse tentato di cambiare il sistema, quali fossero le modalità seguite ed in quale direzione andassero.

Ha parlato invece di tentativi di mediazione andati a vuoto: vorrei che fosse maggiormente chiaro su questo aspetto.

MANNINO. Ho già indicato il duplice livello di difficoltà allora esistente: la Coldiretti e la Confagricoltura guardavano alla Federconsorzi come ad uno strumento della propria politica, quindi gelosamente. Ricordo di aver insistito nel 1988-’89 affinché vi fosse un management diverso e fu presa la decisione di nominare il dottor Pellizzoni. Non so cosa abbia fatto, ma questa nomina fu presentata come l’inizio di una svolta di tipo manageriale della Federconsorzi; sull’altro versante, era difficile mediare con i Partiti socialista e comunista d’allora per realizzare una possibile intesa al fine di dare alla Federconsorzi la struttura di holding; quindi, il tentativo era la trasformazione strutturale ed istituzionale, cui partecipavano tutte le forze produttive. Dovrebbe risultare agli atti della Commissione il permanere di continui assalti polemici, per esempio da parte del senatore Fabbri nell’arco del periodo della mia carica di Ministro dell’agricoltura. CARUSO Antonino. Quali erano le resistenze del Partito comunista di allora e del Partito socialista?

MANNINO. I Partiti comunista e socialista avevano il problema prioritario del potenziamento della struttura della Lega delle cooperative, che non era incompatibile con il ruolo della Federconsorzi. Si trattava di organizzare regole generali valide per tutti.

La mia posizione, in un tentativo di colloquio sia con il Partito comunista sia con quello socialista, era di aprire le iscrizioni agli agricoltori ed alle cooperative già a livello dei consorzi provinciali e quindi con la Federconsorzi; far diventare, cioè, la Federconsorzi una holding. E’ sufficiente pensare alla FATA, una compagnia di assicurazioni che poteva diventare un punto centrale di integrazione bancaria, finanziaria ed assicurativa. Oggi, alla vigilia di possibili decisioni governative in ordine alla previdenza privata, uno strumento di quel genere sarebbe stato molto importante ma all’epoca non vi era il clima politico adeguato.

PRESIDENTE. Qual era il suo rapporto con la Coldiretti?

MANNINO. E’ stato sempre molto buono. Questo non significa che su alcuni punti della politica agricola e della gestione della Federconsorzi non vi fossero momenti di dissenso.

PRESIDENTE. La Fedit veniva accreditata dal Ministero come ente pubblico, proprio per le due funzioni che svolgeva (da una parte, gli ammassi; dall’altra, i servizi che rendeva, come macchine e fertilizzanti) ?

MANNINO. Era un ibrido e questa era la cosa peggiore. Infatti, anche i poteri di vigilanza che lei ha dichiarato essere forti e penetranti erano irrilevanti: credo di aver nominato moltissimi funzionari, incaricati di indagini presso i consorzi agrari provinciali.

Queste relazioni pervenivano quando pervenivano, magari quando il Ministro era cambiato, anche questo è un aspetto da non ignorare. Tranne che in due tempi della politica del Ministero dell’agricoltura, quello di Marcora e quello di Pandolfi, non c’è stata alcuna continuità e, invece, una continuità amministrativa è anche necessaria: io non so cosa abbiano fatto i funzionari incaricati dal Ministero, nel periodo in cui lo dirigevo, di operare indagini presso alcuni consorzi agrari. Ricordo di aver firmato, ma può darsi che il mio ricordo sia impreciso, né ho elementi diretti per ravvivare la mia memoria - nel senso che non ho portato mai fuori dai Ministeri carte che riguardavano gli stessi, né copie - alcuni provvedimenti con cui si commissariavano dei consorzi agrari provinciali e si forzava la loro fusione.

PRESIDENTE. Lei ha mai avuto conoscenza del contenuto della relazione Ferrari-Aggradi sugli ammassi obbligatori? Se la risposta è positiva, vorrei sapere che uso ne fece e come. MANNINO. Direttamente non ne ho avuto conoscenza.

PRESIDENTE. Assunse mai iniziative perché lo Stato pagasse i debiti derivanti dalla gestione degli ammassi? Vorrei conoscere la sua posizione in merito, tenuto conto che si trattava di un debito in costante aumento. MANNINO. Ricordo di aver parlato con il direttore generale allora responsabile del servizio di vigilanza perché predisponesse una relazione su questa situazione chiamiamola debitoria dello Stato, perché tale era presentata. Evidentemente non mi fu consegnata perché il 27 luglio del 1990 diedi le dimissioni da Ministro dell’agricoltura. Posso solo ricordare che il bilancio del 1988, spero di non essere impreciso, è stato siglato dal Ministro con una semplice presa d’atto.

SANZA. Ma era consapevole lo Stato della situazione debitoria nei confronti della Fedit?

MANNINO. Nel 1988, quando sono ritornato al Ministero dell’agricoltura, si parlava di 2.000 miliardi, senza che mai mi fosse stata portata una nota dettagliata. Era una situazione debitoria che risaliva agli anni ’50. Ricordo di aver parlato con il Governatore della Banca d’Italia di allora a proposito di un problema: gli oneri finanziari di questo debito. Infatti, essendo stati quelli (fine anni ’70- anni ’80) anni di interessi passivi assai rilevanti ed onerosi, il debito della Federconsorzi era cresciuto esponenzialmente e ricordo di aver affrontato il problema con il Governatore della Banca d’Italia e di aver avuto una risposta sostanzialmente di tipo bancario.

SANZA. Il Presidente del Consiglio, il Ministro del tesoro, il Governatore della Banca d’Italia, il Ministro dell’agricoltura su questo bubbone del debito pubblico nei confronti della Fedit facevano delle riflessioni? Lei ha citato un’ipotesi di holding.

MANNINO. C’era un’esigenza di affrontare la sistemazione di questo debito attraverso un disegno di legge che assumesse a carico dello Stato i relativi oneri, ma ho precisato che non c’erano le condizioni politiche, né all’interno della maggioranza, né all’esterno. Ho anche fatto riferimento ad esplorazioni di possibili intese e ho indicato una di queste negoziazioni, quella direttamente gestita da me nel senso dell’apertura dei consorzi provinciali e della Federconsorzi all’iscrizione di tutti coloro che lo richiedessero, anche delle cooperative, quale che fosse la loro matrice politica.

Questa linea di mediazione non passò perché da una parte, devo essere sincero, non fu accettata dalla Confagricoltura e dalla Coldiretti e, dall’altra, non fu ritenuta del tutto soddisfacente perché, al tempo stesso, andava maturando il problema della situazione finanziaria delle cooperative, di tutte le cooperative e, in modo particolare, di quelle della Lega. Gli interventi che erano previsti e programmati in forza della legge n. 752, se non sbaglio, erano del tutto insufficienti e inadeguati, tuttavia ci fu un beneficio per il sistema cooperativistico, sia pure relativo e comunque non corrispondente alle esigenze di sistemazione delle passività e di ristrutturazione finanziaria.

PRESIDENTE. Per essere sintetico, non si pagava perché non c’erano le condizioni politiche.

Ci è stato riferito ed è ampiamente documentato che parecchi disegni di legge in quel senso non furono esaminati o, addirittura, neanche portati all’ordine del giorno e quel provvedimento credo sia stato fatto decadere.

Vorrei sapere se ha mai discusso con Lobianco delle condizioni della Fedit per sapere il punto di vista della Coldiretti, per cercare di fare qualcosa per cambiare lo scenario. Lei ha parlato di interventi di esplorazione nei confronti di maggioranze politiche allargate, ma vorrei sapere se lei ha mai parlato con il più diretto interessato, Lobianco, della situazione.

MANNINO. Sì, più di una volta e l’onorevole Lobianco mi ha sempre manifestato un’opinione molta fiduciosa nella possibilità di recupero e di risanamento delle Federconsorzi, anzi ha sempre indicato nella nomina di Pellizzoni l’atto preliminare, diciamo propedeutico per giungere a questi risultati.

PRESIDENTE. Confidava cioè nel fatto che lo Stato prima o poi ripianasse questi debiti.

MANNINO. Nella riorganizzazione interna di tipo manageriale e nel superamento di alcuni vincoli. Che i consorzi agrari continuassero a vendere soltanto i fertilizzanti prodotti dall’ANIC (c’è stato anche tutto il periodo in cui c’era un’unica realtà Eni-Montedison) e non anche quelli tedeschi, che i produttori della pianura padana, quando potevano, andavano a comprarsi direttamente sul libero mercato, era una prospettiva e un’esigenza che anche i patrocinatori della Federconsorzi dovevano assumere; che le macchine agricole non potessero essere solo quelle della Fiat ma anche di altre industrie italiane che avevano raggiunto livelli tecnologici molto importanti (oltre tutto, nel settore delle macchine agricole c’era una diversificazione, quindi una domanda articolata e pluralista che non poteva essere soddisfatta solo dalla produzione Fiat-Agri), erano cose di cui anche Lobianco si andava convincendo.

PRESIDENTE. Diciamo che era una gestione di tipo nazionalistico.

MANNINO. L’ho chiamata di tipo protezionistico, ma non in termini negativi, perché senza questi vincoli protezionistici l’Italia degli anni ’50 o ’60 non si sarebbe potuta riorganizzare: era ovvio però che questi vincoli venivano allentandosi, ho detto anche contraddittoriamente per la politica agricola comune, perché erano superate le ragioni della gestione ammassi obbligatori. Si chiamava così e vi prego di considerarne il significato e cioè il produttore doveva conferire alle strutture di raccolta e gestione una parte della sua produzione, c’era un vincolo di natura, anche di misura percentuale, negli anni preguerra, anteguerra e postguerra: solo alla fine degli anni Sessanta si è superato questo vincolo della obbligatorietà. Tuttavia con molta franchezza ho anche detto che la politica di sicurezza alimentare che conduceva la Federconsorzi - non c’è ancora l’Aima che interverrà nel 1962 e per dieci rimarrà quasi paralizzata e inefficace - era obbligata: con luci ed ombre ha arrecato un contributo rilevante allo sviluppo dell’agricoltura italiana, ma nel momento in cui, proprio per effetto di questo sviluppo, occorreva allargare l’orizzonte, a metà degli anni Settanta e soprattutto alla fine degli anni Ottanta, la Fedit non è riuscita a compiere un balzo nella direzione di quella che poi è diventata una prospettiva, cioè la privatizzazione.

PRESIDENTE. Insomma, in parole povere non si è aggiornata. Lei è siciliano, come me, quindi ho il dovere di porle questa domanda. Premesso che le condizioni economiche e finanziarie dei consorzi presentavano nella maggior parte aspetti di forte squilibrio e che particolarmente grave era la situazione dei consorzi siciliani (soggetti, beninteso, alla vigilanza regionale), tutti in stato di assoluta precarietà economica, finanziaria e patrimoniale, vorrei sapere se lei ha adottato delle determinazioni amministrative, per la parte di sua competenza, o politiche nei confronti dei consorzi agrari siciliani. MANNINO. Ricordo di avere avuto più di un incontro con il presidente della regione e con l’assessore all’agricoltura per tentare di risolvere un problema che era preliminare a tutto, quello occupazionale, relativamente ai dipendenti dei consorzi agrari provinciali operanti in Sicilia. Ma la condizione della Sicilia non era unica ed esclusiva: tutte le regioni meridionali erano sullo stesso versante. Non era facilmente applicabile la soluzione più radicale, quella del licenziamento. Credo che lo stesso problema poi si sia posto - di questo ho memoria per le cronache politiche – all’inizio degli anni Novanta, che poi hanno portato al commissariamento della Federconsorzi a livello centrale.

PRESIDENTE. Di fronte all’indebitamento progressivo della Federconsorzi, lei, quando era Ministro, ha fatto qualcosa in concreto per evitare che questo si aggravasse ulteriormente?

MANNINO. Credo di averle già risposto. Il problema dell’indebitamento nel 1988-1989 era soltanto una minaccia incombente, non era un fatto esplosivo. Credo di averne indicato le ragioni; il sistema degli oneri finanziari...

PRESIDENTE. Questo l’ho inteso. Però quali iniziative sono state in concreto poste in essere da parte del Ministero, al di là delle concertazioni di ordine politico o istituzionale?

MANNINO. È stata posta in essere un’iniziativa politica, in parte rivolta a creare le condizioni per presentare un disegno di legge che affrontasse la situazione pregressa, caratterizzata dal sistema dei debiti dello Stato nei confronti della Federconsorzi. Ho già detto che ogni tentativo in questa direzione fu del tutto inutile, improduttivo di risultati concreti.

PRESIDENTE. Le era noto che la Federconsorzi dava annualmente contributi per miliardi alla Coldiretti e alla Confagricoltura? La sua posizione in merito qual era?

MANNINO. No, a me questo non è mai risultato.

PRESIDENTE. Ha mai valutato la questione del commissariamento della Federconsorzi?

MANNINO. No, e smentisco una notizia di stampa circolata in quel tempo, cioè che avessi intenzione di commissariare la Federconsorzi. Tra l’altro, era una notizia contraddittoria rispetto alle iniziative che portavo avanti, che erano di tipo - diciamo così - negoziale, per determinare il consenso e la convergenza non soltanto della Coldiretti e della Confagricoltura, ma anche della CIA. L’introduzione del commissariamento, invece, avrebbe rappresentato un atto traumatico, non avrebbe portato più al tavolo della discussione Coldiretti e Confagricoltura. Quindi non ho mai pensato al commissariamento.

OCCHIONERO. Onorevole Mannino, se forzerò il senso del suo discorso, significa che non ho capito e perciò le chiedo anticipatamente scusa. Ho ascoltato le sue valutazioni molti anni fa al congresso della CIC (Confederazione italiana coltivatori), così si chiamava allora, quando lei tentò una mediazione, nel senso di un’apertura a tutte le forze economiche e agricole all’interno dei consorzi agrari. Ma oggi ha fatto un discorso che, se ho ben capito, giustifica il fatto che negli anni Sessanta o negli anni Ottanta ci fossero resistenze tali da non poter liquidare l’ipotetico debito dello Stato nei confronti della Federconsorzi. E poi non è stato neanche possibile quantificarlo in termini reali. Il senatore Andreotti si era impegnato formalmente ad inviarci, dopo aver riletto i suoi appunti sulle varie riunioni del Consiglio dei ministri, una nota che però non ci è pervenuta, nonostante siano trascorsi alcuni mesi. Abbiamo sentito gli altri Ministri, ma anche secondo le loro dichiarazioni la quantificazione del debito era notevolmente sfasata. Comunque, a questo aspetto vorrei arrivare dopo. Lei ha fatto un’affermazione giusta, quando ha detto che, sia prima della seconda guerra mondiale sia nel dopoguerra, la Federconsorzi non aveva unicamente la funzione di servizio per la salvaguardia dei beni agricoli per i cittadini, ma aveva anche un’altra grande funzione di diga, di sicurezza, di salvaguardia di alcune garanzie nell’ambito della comunità internazionale (con particolare riferimento agli Stati Uniti). Questo è stato il suo compito anche con gli ammassi obbligatori, che dopo il 1964-1966 sono diventati ammassi volontari. Anche l’episodio del 1983, che ha citato, rientra tra le incognite di un periodo della nostra Repubblica che di incognite ne ha avute tante, tra cui una gestione finanziamenti occulti da parte di questa grande struttura economica del paese. Scherzando con un collega, ho detto che la Federconsorzi ha fatto la fine di Tanassi: quando è servito agli americani, lo hanno utilizzato; quando non è servito più, lo hanno messo in galera, dicendo che l’avevano fatto i comunisti.

La Federconsorzi ha avuto una grande funzione, ma lei giustamente ha ricordato che la politica internazionale era cambiata, i rapporti interni erano diversi e si affacciava sul mercato economico e politico anche l’industria agricola privata. C’era la necessità (sottolineata anche da parte di fette consistenti della DC, del volontariato, del mondo sindacale, che ha costruito cooperative in questa direzione) di sanare questo conflitto. Le soluzioni erano due: o si trovava giustamente, come lei propose, un compromesso, oppure la funzione della Federconsorzi non aveva alcun senso. E il problema è stato sciolto da quelle forze che l’avevano sostenuta, diretta, foraggiata e guidata.

Voglio tornare ora al problema degli ammassi. Nel 1999, si è arrivati ad una legge, che ha regalato 1.100 miliardi, nei cui primi 9 articoli sostanzialmente è stata portata avanti la sua idea, cioè quella di aprire a tutto il mondo agricolo con meccanismi unitari e democratici, che allo stato attuale non hanno funzionato in nessuna parte d’Italia, tranne che in Emilia Romagna. Gran parte di questi soldi non è ancora stata spesa; le varie istanze dei consorzi non sono ancora state appianate e non credo che il Ministero del tesoro oggi abbia la visione completa di un processo più lungo.

Ma quanti soldi lo Stato doveva restituire per estinguere il suo debito? Esisteva una documentazione in merito? La Federconsorzi, dal momento che svolgeva un servizio per conto dello Stato, ha presentato un bilancio o una richiesta, in tutti questi anni? Ha quantificato quanto le occorreva per il servizio effettuato? Ci sembra di no, perché si va dai 440 miliardi originari ai 1.250 miliardi di cui ha parlato il Ministro Pandolfi, ai 2.000 miliardi (lei diceva che nel 1988-1989 erano 2.000 miliardi); oggi, facendo i calcoli complessivi e considerando l’ammasso del sapone, della soia e dell’olio, probabilmente si raggiungono i 4.000-5.000 miliardi. Allora, secondo lei, è stato giusto un provvedimento legislativo di questa natura?

Si trattava solo di una resistenza da parte del Partito comunista e di quello socialista oppure la resistenza era dovuta alla stessa natura equivoca del contendere?

MANNINO. Io ho parlato di resistenza del Partito comunista negli anni precedenti al 1982-’83. Anzi, l’iniziativa in questione fu proposta dall’attuale Presidente del Consiglio dei ministri, nel 1992 e sostenuta dallo stesso come Ministro del tesoro tant’è vero che al Senato la legge fu approvata senza essere letta: quando abbiamo fatto rilevare la necessità di leggere la legge, essa fu approvata alle 9 del mattino quando la Commissione mandò la relativa documentazione alle 9,11. In verità, quindi, vi era tutto l’interesse affinché la vicenda andasse in questa direzione.

OCCHIONERO. Il fallimento della Federconsorzi, l’accaparramento da parte delle banche di questo grande patrimonio è una conseguenza diretta di una cecità politica della direzione della Federconsorzi o una volontà politica più complessiva delle forze di Governo di regalare, gestire e governare un processo, non solo agricolo, del Paese?

MANNINO. Come cittadino non ho un’opinione precisa. Mi sono sforzato di riferire alla Commissione, come era di mio dovere per le responsabilità che ricoprivo, in base alle mie esperienze; a mio parere, vi erano due problemi estremamente chiari: in mancanza di un intervento di sistemazione delle passività pregresse e di una ristrutturazione del quadro politico di riferimento della Federconsorzi il nodo, prima o poi, sarebbe arrivato al pettine, indipendentemente dai possibili interessi di accaparrarsi ciò che rimaneva; nel caso della Federconsorzi l’eredità c’era, soprattutto se si fosse realizzato un intervento di duplice ordine, quello della sistemazione del debito che lo Stato aveva e quello della trasformazione della Fedit. Il quadro ordinamentale della Fedit, in base al decreto legislativo n. 1235, era assurdo. Eravamo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Era giusto prevedere una trasformazione della Fedit in holding, aperta a tutti. Le mie opinioni venivano d’altronde espresse pubblicamente: lei stesso ha ricordato che mi sono recato ad un convegno della C.I.C. per dire apertamente che era necessaria questa trasformazione e questa apertura a tutte le forze politiche e non solo. Immaginavo, e forse mi illudevo, che le cooperative o gli agricoltori, prima di dividersi politicamente, dovessero incontrarsi come produttori per curare i propri interessi. Vi era una residua funzione di tipo protezionistico della Federconsorzi, non attuata attraverso la gestione degli ammassi ma attraverso taluni interventi sul mercato, proprio perché aperti ai privati, alle holding internazionali; sappiamo quanto fossero diventate importanti in Italia le influenze dirette o indirette di talune holding internazionali, soprattutto in due settori (semi oleosi e zucchero) tanto che abbiamo assistito alla trasformazione della stessa Eridania in una realtà multinazionale.

A me sembrava, allora, opportuno sollecitare i produttori ad incontrarsi per predisporre uno strumento proprio che, nella misura in cui era necessario, svolgesse una funzione residua protezionistica e diventasse al contempo un concorrente; ipotizzavo personalmente l’istituzione di una holding che partisse dalle dimensioni finanziarie ed assicurative della Fedit.

Parlando con i diversi presidenti e dirigenti della Confagricoltura - che ho avuto occasione di conoscere - ribadivo la medesima considerazione: una compagnia di assicurazione, una partecipazione della Banca Nazionale dell’agricoltura poteva costituire uno strumento di cui disporre direttamente, a differenza dalla stessa Federconsorzi, vassalla del sistema bancario che, anzi, si prestava a finanziarla, con l’aggravante di utilizzare un canale improprio. Era, cioè, opportuno articolare l’organizzazione.

Non agendo nel momento giusto è ovvio che si finisce per effettuare soltanto interventi più onerosi: probabilmente saremmo in una condizione diversa se i 4.000 miliardi utilizzati nel 1999 fossero stati 2000 nel 1990.

Detto questo, non sono in condizione di dire cosa è accaduto dopo; certo è che alcuni cespiti patrimoniali della Federconsorzi erano appetibili; che la Polenghi Lombardo, indipendentemente dal percorso S.G.R., fosse una iniziativa seria non era d’altronde necessario che lo dicessi io. A tale proposito, ricordo che, quando è intervenuta la politica delle quote-latte, per esempio, le organizzazioni agricole hanno pressato su questa società per promuovere accordi giusti nell’interesse dei produttori e degli allevatori ma contro quelli della Polenghi Lombardo: se questa assicurava un prezzo politico al latte prodotto da una parte della Pianura Padana occorreva tener conto che il concorrente di questa società si approvvigionava parte in Italia, parte in Francia e parte in Germania; con prezzi, cioè, di acquisizione della materia prima decisamente diversi. Era ovvio che a questo punto si aprisse una forbice all’interno del bilancio della Polenghi Lombardo che l’ha portata precipitosamente, dal 1988-’89 al 1992-’93, a bilanci in rosso.

E’ giusto ricordare questi aspetti perché credo che la Commissione, dovendo pervenire a giudizi definitivi, si sforzi di dare una collocazione storica retrospettiva. Sarà suo compito fare il salto algebrico per le valutazioni conclusive. Ho d’altro canto il dovere di dire quello che penso sulla base della mia esperienza.

PRESIDENTE. Alla luce del quadro da lei tracciato pare di individuare le resistenze maggiori nei soci della Fedit: Confagricoltura da una parte e Coldiretti dall’altra. Le chiedo i motivi di questa ottusità politica nel non comprendere quale sarebbe stato il futuro; vorrei sapere se c’erano resistenze di natura politico-protezionistica nel senso che la Coldiretti, così come era, poteva assicurare un bacino elettorale che, in una fattispecie diversa, di prospettiva, non avrebbe potuto assicurare.

MANNINO. Lei mi pone una domanda giusta alla quale occorre rispondere in modo corretto.

Ricordo che, nel 1982, quando sono diventato Ministro dell’agricoltura per la prima volta, i rapporti tra la Confagricoltura e la stessa Coldiretti erano molto difficili. Era ancora aperto il problema delle affittanze agricole, che fu risolto nel periodo del mio Ministero, il problema, non ancora residuale, della mezzadria (la legge fu approvata il 3 maggio 1982): in quel tempo c’era un conflitto politico di ruolo sociale.

Per quanto riguarda i rapporti tra Confagricoltura e Coldiretti, quest’ultima su questi temi era più vicina alla posizioni della sinistra, seppure confusamente e ambiguamente, o almeno c’era una variabilità a seconda delle regioni perché la Coldiretti rifletteva gli interessi diversi dei soci aderenti: in Sicilia le battaglie contro il feudo erano state fatte congiuntamente dalla Coldiretti, dai democristiani e dai comunisti, lo stesso non era avvenuto in Veneto. Il clima politico occorre pertanto metterlo in conto. Devo dare atto della loro buona fede quando, sia Coldiretti che Confagricoltura, mi rispondevano di no, magari con esitazioni; io spiegavo loro: guardate, o superiamo la pregiudiziale politica e mettete questo strumento al di fuori dello scontro politico, oppure tra qualche anno non ve lo ritroverete più. Utilizziamolo invece per dare un sistemazione strutturale all’agroindustria. Anzi sono venuto anche a dirvi: superiamo il regime giuridico delle società cooperative, introducendo una parziale capitalizzazione a carico del socio, in maniera tale che ci sia una responsabilizzazione. Era un discorso di tipo capitalista ma credo che oggi anche a sinistra sia largamente assimilato e maturato.

OCCHIONERO. C’era un dibattito in quel periodo sulla cooperazione?

MANNINO. Sì, non siamo a cinquant’anni fa, ma tutte queste questioni nel 1988-89 incontravano una resistenza incredibile. Ho affermato sempre di essere stato simpatizzante e amico della Coldiretti, ma in alcune manifestazioni della stessa non ho ricevuto applausi. Comunque li capisco e li rispetto, sia ieri che oggi: avevano il diritto di manifestare perplessità nei confronti di una posizione che a loro sembrava immatura, o forse prematura.

PRESIDENTE. Io l’ho definita ottusa, mi pare che la terminologia serve ad esprimere un codice di lettura diverso.

Per completare questo quadro le chiedo quale rapporto aveva la corrente politica della DC, alla quale Ella apparteneva, con la Coldiretti?

MANNINO. La sinistra DC, della quale, come è noto, ho sempre fatto parte, fino a tutti gli anni ’70 non ha avuto un rapporto di integrazione politico-ideologica con la Coldiretti. Ne parlo con molto rispetto e ammirazione: considero Bonomi uno degli uomini politici, uno degli eroi del dopoguerra, ma in quella posizione la sinistra democristiana non si riconosceva.

Negli anni ’80 tra la Coldiretti e la segreteria De Mita c’è stato un dialogo, una collaborazione molto intensa sino a realizzarsi quella integrazione che non c’era stata prima. Anche questa è un’opinione, fondata però sulla ricostruzione di cronache politiche.

PRESIDENTE. Detto da lei, che è testimone del tempo, è apprezzabile.

Fu in conseguenza di questo la nomina di Goria a Ministro dell’agricoltura, mentre qualcuno voleva che fosse Misasi a ricoprire quell’incarico?

MANNINO. Credo che a vantaggio di Goria abbia pesato, oltre alla sua personale esperienza, il fatto che fosse un settentrionale. Infatti, all’inizio degli anni ’90, accanto all’insorgenza del fenomeno Lega sul piano politico, c’era in effetti nelle regioni del Nord della pianura padana una sorta di insofferenza nei confronti di Roma e la ricerca di un Ministro dell’agricoltura che fosse settentrionale anziché meridionale significava rievocare gli ottimi rapporti che aveva avuto Marcora. Devo anche precisare, per la verità, nel mio caso personale, di avere avuto ottimi rapporti nelle regioni della pianura padana, tant’è che conservo moltissime amicizie e, in una stagione non molto felice della mia vita, segni di solidarietà mi sono giunti più da quelle zone che da altrove. Quindi la preferenza per Goria dipendeva soprattutto da quella ragione. Misasi era calabrese, non credo che avesse molta esperienza dei problemi agricoli.

PRESIDENTE. Misasi era il candidato che proponeva la Coldiretti?

MANNINO. Proprio perché tra la Coldiretti e la segreteria De Mita c’è stato un rapporto buono, credo che Misasi godesse della stima della Coldiretti.

PRESIDENTE. In una precedente audizione ho avanzato il sospetto che, proprio per l’intervento delle banche e la costituzione della S.G.R., ci fosse una sorta di antagonismo, una lotta politica tra la DC dei banchieri e quella dei coltivatori. Lei, al momento del commissariamento, non rivestiva più funzioni istituzionali, ma vorrei sapere se, nei periodi in cui è stato Ministro, c’era stata un’avvisaglia di questo antagonismo tra una parte della DC, che si rifaceva al sistema bancario, e quella parte che nella Coldiretti aveva un grande riferimento. La mia non è una domanda, è un’affermazione.

MANNINO. Mi permetto di dissentire da questa sua opinione che ripartisce la DC tra banchieri e no.

PRESIDENTE. Voglio chiarire. La mia era una provocazione nel senso che Goria proveniva dal mondo bancario (era stato già Ministro del tesoro, oltre che Presidente del Consiglio), sappiamo dei suoi progetti prima del commissariamento, e cioè che avrebbe voluto un intervento bancario che lo aiutasse a risanare il sistema attraverso la costituzione di una società per ripianare Fedit e così via, mentre il commissariamento segnò la fine di un sistema perché, successivamente, si costituì S.G.R., di cui erano soci tutte le banche creditrici di Fedit, che attraverso la cessio bonorum si sono impossessate del patrimonio della Federconsorzi.

Vorrei sapere pertanto se c’erano state avvisaglie dell’intervento che le banche potevano fare nel sistema Federconsorzi.

MANNINO. Non conosco i meccanismi inter-relazionali tra alcuni esponenti politici della DC e il mondo delle banche, della finanza, degli imprenditori, ma in quegli anni la Democrazia Cristiana era attraversata da un dibattito molto forte su una linea: da una parte, c’era la posizione definita tecnocratica dell’AREL, e credo che lei faccia riferimento al mondo di questa sigla che ha avuto un ruolo molto forte nella politica economica negli anni ’80 e ’90; dall’altra parte c’era una linea più popolare, non sempre efficace nella tutela delle proprie ragioni morali e politiche. Del resto, questa stessa dicotomia è stata notata anche nei partiti della sinistra ed è ancora oggi aperta. Dobbiamo marciare soltanto sulla linea dell’integrazione, dell’efficienza nei meccanismi e nel sistema, oppure tutelare gli interessi sociali? La Coldiretti, per esempio, essendo un’organizzazione popolare, era più portata ad indugiare su questa esigenza.

Era ovvio, allora, che ciascuno potesse essere considerato…, anche perché Goria rientrava nel riferimento che ho fatto all’AREL come sigla.

PRESIDENTE. Onorevole Mannino, ho tratto, da un articolo pubblicato sul settimanale degli agricoltori "Terra e vita" del gennaio - febbraio 1998, un’affermazione che la riguarda. Vorrei che lei la confermasse o la smentisse. Leggo testualmente: "Mentre si provvedeva, su consiglio di un’autorità in materia, il professor Romano Prodi, a dirigere il dottor Pellizzoni, assunto alla Polenghi Lombardo, al ruolo di direttore generale, per forzare il veto di Gioia, Lobianco immaginava lo stratagemma di un commissario ad acta, di cui chiedeva la nomina all’"amico" Mannino, che si dichiarava pronto a firmare il provvedimento, a condizione di decidere lui il nome del professionista cui affidare cosa di tanto rilievo.

Giustamente sospettoso, Lobianco decideva di rinviare la scelta, attendeva la nomina di un nuovo ministro, l’esimio professor Saccomandi, che aveva beneficiato di mille favori della Coldiretti, e di cui Lobianco contava sulla fedeltà, e riproponeva il suggerimento. Stessa proposta, identica risposta: come Mannino, Saccomandi voleva rispondere personalmente dell’intemerata probità del nominando, che voleva scegliere lui. Arcangelo Lobianco doveva attendere la prossima crisi di governo, che felicemente non tardava".

Le risparmio il resto dell’articolo. Volevo sapere se è vero che Lobianco le avrebbe chiesto di procedere al commissariamento e che lei - mi pare sia questo il senso di quello che scrive l’articolista di "Terra e vita" - si sarebbe dichiarato disposto, a condizione di scegliere il commissario.

MANNINO. Questo episodio è inesistente. E comunque credo di avere già risposto. Ho detto che a quel tempo mi muovevo per un’ipotesi totalmente diversa ed ho anche ricordato di avere incaricato due funzionari del Ministero dell’agricoltura di fare una ricognizione. Mi scuso con l’onorevole Occhionero se non ho fornito una risposta precisa; io stesso venivo posto di fronte ad una valutazione dei debiti della Federconsorzi che era altalenante e oscillava dai 400, agli 800 e ai 1.800 miliardi. Ho detto che il bilancio del 1989 deve essere stato siglato da me per presa d’atto. Credo che la Commissione possa accertarlo.

PRESIDENTE. Sì, possiamo farlo.

OCCHIONERO. Chi sono i due funzionari a cui ha dato l’incarico?

MANNINO. Uno era Provenzano, l’altro era il presidente Liguori, che adesso - ho saputo - è morto. Era il presidente del consiglio superiore dell’agricoltura.

OCCHIONERO. E poi le hanno presentato...

MANNINO. No, poi io sono andato via dal Ministero, nel luglio del 1990. Non so più cosa hanno fatto.

OCCHIONERO. Nel 1989, Lobianco aveva spontaneamente intravisto la possibilità del commissariamento.

MANNINO. No, nel 1989 Lobianco giurava a tutti che, con Pellizzoni, avrebbe risolto tutti i problemi della Federconsorzi. Ricordo molti colloqui, non soltanto a due, ma anche a tre, con De Mita prima Presidente del consiglio e poi ancora segretario del partito. Lobianco giurava che la situazione della Fedit era superabile.

Le questioni sottolineate da Lobianco riguardavano il risanamento dei debiti e le situazioni periferiche. Ecco, su queste ultime ricordo di avere dato impulso; quelli sì che sono dei commissariamenti che ho firmato, per alcune province. Sono contento di sentir dire che adesso i consorzi dell’Emilia Romagna hanno superato la loro difficoltà. Però, quando ho sciolto il consorzio di Modena, sono stato oggetto di parecchie polemiche, proprio alla fine del 1988, se non sbaglio.

Comunque, non capisco che cosa significasse commissario ad acta. O la Federconsorzi porta i libri in tribunale...

OCCHIONERO. Il giornalista parlava di un’altra situazione. In sostanza, Lobianco era arrivato all’idea di dover vendere parte del patrimonio e di nominare un commissario ad acta per questa funzione, ma ciò non significava mettere in liquidazione la Federconsorzi. MANNINO. Ma con me Lobianco non ha mai parlato di vendere patrimoni. Anzi, tutt’altro.

OCCHIONERO. Questo è scritto sul settimanale "Terra e vita" del 1998.

PRESIDENTE. Comunque, onorevole Mannino, devo darle atto che, quando le ho chiesto se avesse valutato o no la questione del commissariamento della Federconsorzi, lei ha risposto di no perché sarebbe stato contraddittorio con quello che si proponeva.

MANNINO. È quello che stavo dicendo.

PRESIDENTE. Avevamo preso atto della risposta, questa era solo una precisazione.

MISURACA. Presidente, scusi, ma non si nomina un commissario ad acta se si vuole vendere.

PRESIDENTE. Ma io volevo solo sapere se l’onorevole Mannino era stato il destinatario di una richiesta avanzata da Lobianco. Ho preso atto della risposta che di questo tipo di commissariamento non se ne è mai parlato.

OCCHIONERO. Onorevole Mannino, nel periodo in cui lei era Ministro dell’agricoltura, nella seconda fase (1989-1990), Capaldo era consulente della Coldiretti e contemporaneamente della Federconsorzi?

MANNINO. L’ho letto sui giornali.

OCCHIONERO. Addirittura Pellizzoni, che è diventato direttore prima della Polenghi Lombardo e poi della Federconsorzi, prima di assumere l’incarico, affermò di essersi consultato con Capaldo. Lei non può rispondere che l’ha letto sui giornali, perché la sua autorevolezza e il suo ruolo erano e sono tali da non giustificare questa risposta. E non a caso, dopo il 1990, Capaldo costituì la società e si accaparrò, con il consorzio di banche, l’intero patrimonio della Federconsorzi.

MANNINO. Le rispondo con sincerità. In quel tempo, non ho saputo che Capaldo fosse consulente della Fedit. Anzi, devo dire di più: un giorno, parlando con Pellizzoni, gli chiesi se potessi avere l’elenco di tutti i consulenti della Federconsorzi. Evidentemente non l’ho mai avuto.

D’ALI’. Onorevole Mannino, lei ci ha descritto in maniera esemplare il processo di decozione della Federconsorzi, le cause politiche del dissesto di questa grandissima azienda e ci ha spiegato come ciò sia dovuto essenzialmente al fatto che la stessa non si è saputa riconvertire in termini moderni per rispondere alle nuove esigenze del mercato. Da ciò sicuramente è derivato un danno economico notevolissimo.

Inoltre, lei ha ricordato la vicenda dei debiti dello Stato nei confronti della Federconsorzi, che ha assolto ad un ruolo sociale a suo tempo importante e poi ne ha pagato le conseguenze. Allora, mi chiedo se, nella sua valutazione, questa questione dei debiti che lo Stato ha accumulato nei confronti della Federconsorzi per lo svolgimento di determinati incarichi non poteva essere risolta attraverso un riconoscimento effettivo del credito della Federconsorzi nei confronti dello Stato.

Poiché siamo chiamati a comprendere i motivi del dissesto, oltre alle modalità della sua gestione, la prima considerazione è che la Federconsorzi non abbia avuto la capacità giudiziale oltre che politica, come ha detto lei, di incassare questi crediti nei confronti dello Stato. Sembra sia mancata la volontà politica oltre a quella di approfondire le cause della sussistenza di questi crediti per tirarne infine le debite conseguenze.

Alla fine, paradossalmente, si potrebbe dire che il vero beneficiario del dissesto della Federconsorzi sia lo Stato; se vi fosse stata un’analisi puntuale, effettiva delle ragioni di credito della Federconsorzi nei confronti dello Stato sarebbero emerse quelle migliaia di miliardi che si sono nel tempo accumulate, o per effetto di divari nei risultati della gestione imposta dalla Federconsorzi o per effetto, negli anni successivi, della dinamica degli interessi che la Federconsorzi doveva ogni anno affrontare per riscontare le famose cambiali presso la Banca d’Italia. Alla fine, una possibile valutazione è che lo Stato sia stato uno dei maggiori beneficiari del dissesto Federconsorzi.

MANNINO. Il Tesoro e la Ragioneria centrale hanno da sempre ritenuto che si dovesse procedere comunque attraverso la predisposizione di un disegno di legge proprio perché costituisse uno strumento definitivo. Era, infatti, necessario recidere alcuni aspetti della fisionomia impropria di questo rapporto. Credo di aver ricordato una conversazione con la Banca d’Italia che, alla fine degli anni ’80, dichiarava non avere più senso quel tipo di coinvolgimento diretto. Si riteneva necessario passare attraverso un disegno di legge allo scopo di riconoscere la posizione della società, ma la realizzazione di tale progetto richiedeva particolari condizioni politiche. D’ALI’. Non è mai stato adottato nessun altro tipo di strumento affinché la ricognizione avvenisse, per esempio, da parte dei commissari liquidatori?

PRESIDENTE. Vorrei che non sfuggisse che una delle difficoltà risiedeva nella ricognizione del quantum dell’addebito. Ricorderete che la stessa Corte dei conti non ebbe mai a disposizione i rendiconti allo scopo di quantificare esattamente la somma. Si arrivò alla definizione di quei decreti, che certificarono il debito reale, che sono alla base della legislazione predisposta nel 1999. Il mancato riconoscimento del quantum fu una delle ragioni dell’accumularsi del debito.

D’ALI’. Accanto alla questione più rilevante della perdita di gestione, l’accumularsi del debito è stata quindi una delle determinanti del dissesto Federconsorzi.

PRESIDENTE. A questa conclusione eventualmente arriveremo alla fine dei lavori della Commissione.

CHIUSOLI. Ringrazio l’onorevole Mannino per l’esposizione, per alcuni versi, esemplare salvo un lato debole che ho dovuto riscontrare, laddove l’onorevole Mannino ha dichiarato la propria ignoranza a proposito dei sostanziosi contributi che la Federconsorzi versava alle organizzazioni agricole. Collego questo aspetto alla lettura, politicamente nobile, che lei ha dato degli insuccessi avuti nel tentativo di aprire il sistema Federconsorzi a tutte le componenti professionali ed imprenditoriali agricole di questo paese. Secondo lei emerge la mancanza di un adeguato clima politico: infatti se ho ben compreso, ai suoi tentativi di promuovere un coinvolgimento ampio, la Coldiretti e la Confagricoltura rispondevano che non era arrivato il momento e che il retroterra politico d’allora non lo consentiva.

Non le pare, onorevole Mannino, che potesse esserci una lettura molto meno nobile, dato che nella Federconsorzi erano contenuti molteplici elementi complessi della storia agricola del Paese e che vi erano anche molti scheletri nell’"armadio"? Se si fosse aperto il sistema, altri, che fino a quel momento erano avversari politici, sarebbero venuti a conoscenza di una serie di cose che non dovevano conoscere. Non le pare questa una lettura meno nobile ma forse più rispondente alla realtà?

In relazione a questo, non le pare che il Ministro dell’agricoltura potesse tentare di dare una spallata un po’ più forte, avendo in effetti gli strumenti per farlo? Non le è venuta in mente questa lettura meno nobile?

MANNINO. Se mi fosse venuto il dubbio da lei avanzato avrei spiegato alla Coldiretti e alla Confagricoltura che proprio per quelle ragioni era venuto il momento di fare un po’ di pulizia. Oggi la Commissione dispone degli strumenti per acquisire i dati eventuali relativi ai finanziamenti occulti dell’organizzazione agricola. Se li avessi trovati io, avrei certamente reagito perché, guardando la legge, avrei verificato l’inesistenza di un vincolo di questo tipo. Avrei, pertanto, ritenuto illegittimo ed illecito il tutto.

Credo si sia trattato, in verità, di miopia politica: che le organizzazioni agricole avessero un peso in politica è inutile nasconderlo. I Ministri dell’agricoltura, come tutti gli altri, devono fare i conti con gli interessi reali organizzati e due sono i modi per affrontare il problema: o con un conflitto che parte e non si sa dove arriva, oppure con un tentativo di convincere, di spiegare, di indurre a ragione. Considero come componente del mio insuccesso le mie dimissioni avvenute nel luglio 1990. In quel momento forse alcune cose stavano maturando, ma l’insediamento di un nuovo Ministro ha forse causato perdita di tempo avendo dovuto ricominciare tutto da capo.

Quindi anche il Ministro successore si è venuto a trovare con gli stessi problemi. Oggi, in mancanza di elementi specifici che mi permettano di elevare un’accusa, sono portato a considerare tutte le ragioni che hanno creato questa situazione. Se mi si chiede un’opinione, rispondo che, francamente, mi dispiace che sia finita così perché sono convinto che il mondo agricolo italiano avrebbe potuto fare diversamente con una holding tipo quella dei francesi, i quali hanno due strumenti che rappresentano la vera fortuna della loro agricoltura. Tutti sanno che il Crédit agricole rappresenta quello che poteva essere la Federconsorzi in Italia, per cui se in tempo utile si fosse percorsa quella strada, la Federconsorzi sarebbe come il corrispondente francese; se in Italia ci fosse la Sopexa, l’agricoltura italiana oggi avrebbe due cose che non ha e che continuano a pesare come limitazione, almeno per quello che vedo dall’esterno.

RUBINO Paolo. Signor Presidente, per essere franco, preciso che i dubbi, le zone d’ombra che avevo non sono stati chiariti dall’intervento del Ministro e parlo di un Ministro che, a differenza degli altri che abbiamo ascoltato, che erano quasi di passaggio (per cui non avevano visto né sapevano nulla), ha inciso nel settore dell’agricoltura. Tracce della permanenza del ministro Mannino presso il Ministero ci sono ancora. Egli ha operato anche un rinnovamento negli uomini, la sua presenza ha lasciato tracce.

OCCHIONERO. C’è ancora un linguaggio siciliano nel Ministero, in senso buono e professionalmente elevato.

RUBINO Paolo. Ritengo dunque che un Ministro di tale peso, in una situazione così complicata e di questo spessore politico, finanziario e morale, qualche pulizia - non dico che doveva prendere la spazzolatrice della nettezza urbana - avrebbe potuto farla. Per esempio, egli afferma che non sapeva nulla dei finanziamenti, ma abbiamo ascoltato i dirigenti delle organizzazioni i quali hanno detto che era un dato documentato, che si sapeva, che era un fatto normale.

PRESIDENTE. La interrompo solo per precisare: non parliamo dei finanziamenti, ma dei contributi.

RUBINO Paolo. Sì, dei contributi.

C’era dunque una ragione per interrogarsi e c’era anche un dibattito, magari esagerato, strumentale, demagogico, in cui si poneva però da molto tempo la questione. Quindi, le ragioni per sincerarsi, per andare a fondo, per capire c’erano tutte. Il suo ragionamento è stato che ci si trovava in una situazione in cui il nemico era alle porte e c’era bisogno di uno strumento che preservasse il Paese, quindi la Federconsorzi ha operato come scudo, strumento di difesa. Si è lasciato talmente prendere da questa concezione che l’ha portata oltre gli anni dell’Aima, poi si è corretto e ha parlato degli anni ’60, ma all’inizio, nella foga dell’esposizione, aveva parlato di anni ’90, della Federconsorzi come strumento di difesa, di sicurezza alimentare e così via. Con una interpretazione di questo tipo non era possibile fare chiarezza perché ci si trovava in una situazione storica tale per cui non si poteva fare altrimenti. Questo vale per un certo periodo ma, per fortuna, la guerra fredda, la tensione, dopo gli anni ’60, vanno diminuendo.

MANNINO. Nel 1983 in Italia ci fu la questione dei missili.

RUBINO Paolo. Sì, ma la situazione era diversa tanto che la Fedeconsorzi non aveva più il ruolo di strumento di sicurezza alimentare, che termina quando viene istituita l’Aima. Lei invia poi un altro messaggio in cifre ed avrei gradito che fosse stato più esplicito: i guai vengono perché la struttura doveva rispondere a questa esigenza e poi perché, in un certo periodo, abbiamo dovuto alimentare le popolazioni e non si capisce chi ha pagato. Ho letto questo come un messaggio cifrato.

MANNINO. No, era un esempio.

RUBINO Paolo. Per cui la crisi avviene perché, da una parte, ci si doveva far carico del problema, e dall’altra, perché la Federconsorzi era oggetto di rapporti internazionali extra parlamentari.

Questa concezione, secondo me, è alla base di un altro dato, che mi ha lasciato sconcertato. Lei va alla Banca d’Italia a discutere di questo problema e afferma di non avere avuto elementi certi sul debito; è come se chiedessi un incontro con la Banca d’Italia e parlassi quasi per sentito dire, di somme ballerine: in che modo potrei discutere con la Banca d’Italia non avendo un quadro certo e documentato della situazione debitoria? Come Governatore della Banca d’Italia avrei chiesto, almeno, di che cosa si stava parlando. Ci sono dunque aspetti che non quadrano, per lo meno a me sembra, così come non quadra un altro fatto: l’aspetto sociale dato ad un non intervento. Quando il Presidente ha chiesto come mai in una delle realtà più disastrate della Federconsorzi, la Sicilia, non si sia intervenuti, lei ha risposto che c’era un problema sociale, però a Modena si è intervenuti, è vero che è una realtà diversa, ma credo che gli stessi interventi abbiano ricadute sociali.

C’è quindi un agire che non è lineare, è discrezionale, è politico, va al di là dell’aspetto finanziario o della funzionalità manageriale delle strutture. C’è qualcosa intorno al quale, come nelle altre audizioni, pur avendo sentito il Ministro che ha parlato di franchezza e spietatezza, non si può essere chiari, c’è un buco nero che rende non chiara questa vicenda.

PRESIDENTE. Per fortuna c’è l’onorevole Mannino che è in grado di poter rispondere, poi vediamo se il buco rimane sempre nero. RUBINO Paolo. Gradirei che il Ministro, con la sua franchezza e la sua spietatezza, ci aiutasse a capire meglio i rapporti tra Federconsorzi e banche, le ragioni per le quali un Governo e Ministri, in grande continuità politica, non abbiano avvertito ad un certo punto l’esigenza di togliere la sporcizia e di recarsi in Parlamento spiegando quale era la situazione e chiedendo cosa fare e si è, invece, aspettato il crollo.

Tutto questo, caro Ministro, mi lascia molto perplesso, per cui ad una franchezza storicistica corrisponde un’oscurità sui fatti che hanno determinato la crisi.

MANNINO. Mi spiacciono queste sue impressioni, quindi cercherò di essere più preciso.

Innanzitutto, tra il 1988 e il luglio del 1990, a livello ministeriale non è emerso, relativamente alla situazione finanziaria della Fedit, un dato catastrofico tale da richiedere un intervento radicale. Era invece presente al Ministro l’esigenza di una riorganizzazione e ristrutturazione della Federconsorzi, indipendentemente dal fatto che questa si trovasse esposta in una situazione debitoria molto rilevante. La conversazione con il Governatore della Banca d’Italia di quel tempo riguardava l’esigenza di superare quel meccanismo di finanziamento, che stabiliva un filo diretto tra sistema bancario e Banca d’Italia, rappresentato dalle cambiali agrarie. Non credo che la Banca d’Italia avesse un quadro preciso sulla situazione debitoria della Federconsorzi. Credo che la Banca d’Italia avesse, per i controlli bancari che erano già vigenti in quel tempo, un quadro prospettico delle esposizioni presso le banche. Tuttavia, la situazione finanziaria della Federconsorzi era data non soltanto dai debiti verso le banche, ma anche dai debiti verso terzi fornitori, da debiti organizzati all’interno del sistema, nel complesso meccanismo che va dai consorzi agrari alla Fedit, molte volte con operazioni che non potevano essere conosciute dal Ministero. Infatti, i poteri di vigilanza e di controllo, che sono stati indicati dal Presidente della Commissione, non permettevano al Ministero l’assunzione di una funzione ispettiva in termini poliziesco-giudiziari; permettevano piuttosto degli interventi, che nel mio caso sono stati espletati sulle situazioni dei consorzi agrari provinciali, quelli dell’Emilia Romagna e - ve lo assicuro - della Sicilia, dove la vigilanza non era assegnata al Ministero dell’agricoltura, ma alla regione siciliana, in ragione dello statuto speciale. Ho ricordato di avere avuto incontri con il presidente della regione e con l’assessore all’agricoltura di quel tempo, per giungere alla conclusione del commissariamento di alcune situazioni provinciali e della unificazione o fusione e concentrazione di altre. Quindi non c’è stata incoerenza, men che mai per interessi politici locali. Torno a precisare, in relazione al bilancio del 1989, che non c’era una volontà di sfida, perché ero credibile come Ministro che tentasse di far ragionare sul profilo nuovo, sul rilievo nuovo che dovesse avere una holding nell’agricoltura italiana, nella misura in cui non ho minacciato alcunché, né l’esistente né quelli che dovevano entrare dentro, altrimenti sarei apparso un uomo degli altri contro gli uni. Ero credibile nella misura in cui ero insospettabile di legami e preferenze particolari, perché facevo un ragionamento di carattere oggettivo, che ho cercato di ripetere qui, e ringrazio gli onorevoli deputati e senatori che hanno ricordato tracce di questa mia posizione.

Torno a ripetere che ero in una posizione più legata alla valutazione del momento che la politica agricola comune stava affrontando. Fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, c’è stato un nuovo giro di ridefinizione della politica agricola comune. Siamo alla vigilia di Maastricht, con l’annuncio da parte della Commissione europea di un’ulteriore revisione della politica agricola e il ridimensionamento del sistema protezionistico. Ora, che l’Italia non si desse un sistema agroindustriale adeguato, mi sembrava la cosa più errata, perciò era mio dovere farlo presente ed indicare le vie da seguire. Non ero incalzato dalla conoscenza dei fatti finanziari della Federconsorzi, né dei fatti interni ad essa, ivi compresi - torno a ripeterlo – quelli di finanziamento. Peraltro, devo francamente dire che allora non mi sono mai posto il problema di un contributo ai soci, non so per quale tipo di rapporto. Potrei dire di averlo sentito dire oggi, anche perché da alcuni anni sono fuori da tutto. Non l’ho mai pensato, né nessuno mi ha mai detto che la Federconsorzi finanziava questa o quella organizzazione. Se ne avessi avuto contezza, avrei dovuto almeno approfondire l’argomento e verificarne la liceità e la legalità.

Quindi, mi sembra che non sia produttivo di alcunché fare ragionamenti di questo tipo. Non c’è nessun buco nero. Credo di aver avuto la responsabilità, non dico il merito, di prendere un’iniziativa che forse, nella continuità ministeriale e governativa, avrebbe potuto raggiungere un certo traguardo. Non avendolo raggiunto, mi sembra che fosse poi obbligata e necessitata la via che è stata percorsa. Non la conosco, tuttavia, quindi non sono in condizione di apprezzarla e giudicarla.

Retrospettivamente, posso dire che se fosse passato il tentativo che avevo operato io, forse non si sarebbe arrivati alla liquidazione e forse oggi ci sarebbe uno strumento al servizio di tutta l’agricoltura italiana (indipendentemente dalle distinzioni politiche, sociali e di organizzazioni sindacali), che avrebbe una grande funzione.

Mi dispiace che lei, onorevole Rubino, attribuisca al mio intervento il peso di ombre che invece non ha minimamente. Del resto, ho parlato francamente - non spietatamente - e sono stato rispettoso e riconoscente della funzione e del ruolo di tutti. Tra l’altro, ho riconosciuto a tutti buona fede: ciascuno esercitava valutazioni e opinioni politiche dentro un quadro che allora era quello che era. Del resto, l’esperienza ci suggerisce che tutte le cose vengono al tempo debito.

PRESIDENTE. Devo però chiederle l’approfondimento di un’affermazione fatta dall’onorevole Rubino, cioè che qui si siano potuti lanciare dei messaggi. A proposito di quell’episodio che abbiamo - per sua richiesta - riservato, espunto dall’audizione pubblica, vorrei che non lasciasse ombre, perché non mi sento destinatario di alcun messaggio. Pertanto, le saremmo grati se potesse chiarirci qualche altro aspetto di questa vicenda, anche per capire il motivo del racconto che ci ha fatto.

MANNINO. Ma è l’esigenza politica! Ho detto che a carico del sistema, che faceva poi riferimento anche alla Federconsorzi (per esempio alla Polenghi Lombardo, ma attraverso di questa anche a privati), sono stati fatti degli interventi atipici, dettati da necessità politiche, in un momento molto delicato.

In sostanza, non credo che nel 1983 i rapporti diplomatici tra il mondo occidentale e la Russia fossero molto buoni. Nonostante questo, l’Italia fece un intervento proprio nella logica di un’attenzione a rapporti politici che riteneva giusti e necessari.

CHIUSOLI. Lei si è anche chiesto chi ha pagato questi interventi?

MANNINO. Credo che ci sia stata un’assunzione di responsabilità diretta delle aziende che hanno fornito i prodotti. Del resto, non poche volte attraverso questi strumenti si faceva anche politica di assistenza ai paesi colpiti dalla fame, indipendentemente dal quadro di intervento del Ministero degli affari esteri.

OCCHIONERO. Vorrei porre un’ultima domanda, ma facendo una premessa. Forse la parola usata dall’onorevole Rubino ha un significato un po’ troppo forte, ma certamente ho notato che tutte le autorevoli personalità che sono venute per essere audite avevano studiato attentamente gli atti di questa Commissione. Quando si parla in queste Commissioni, si viene preparati e non si parla solo ai commissari deputati e senatori: oggettivamente, la platea è un po’ più ampia. Poiché chi ha avuto responsabilità molto alte nell’amministrazione pubblica sa a chi riferirsi, chiedo se il suo fosse un chiarimento.

MANNINO. Solo un chiarimento.

OCCHIONERO. Ho parlato con alcuni dirigenti del Ministero dell’agricoltura, alcuni dei quali mi hanno domandato come ritenessi possibile, stante l’autorevolezza del Ministro, che potessero chiedergli di riflettere maggiormente sul problema e di intervenire sulla Federconsorzi.

Ebbene, la sua autorevolezza l’ha spinta a chiedere alla Federconsorzi, che non ha risposto, l’elenco dei consulenti. Quali sono i motivi?

Oltre al debito dello Stato nei confronti di questa società, tra le ipotesi da lei ventilate del dissesto finanziario della Federconsorzi, lei addebita anche interventi per conto dello Stato non pagati: la politica di cooperazione internazionale, l’aiuto allo sviluppo in alcuni paesi ed il latte alla Georgia, cioè, sono stati pagati dalla Federconsorzi?

MANNINO. In parte certamente.

OCCHIONERO. La contropartita dello Stato era forse il risanamento dei debiti o la salvaguardia di qualche specifica funzione?

MANNINO. Quando si governa uno Stato ci sono delle esigenze da affrontare.

OCCHIONERO. Siamo d’accordo; ma in questo caso si chiedevano interventi per la Georgia, di cui non si conosce l’entità.

MANNINO. Non si trattava né di migliaia di miliardi né di centinaia.

OCCHIONERO. L’interdipendenza tra il Governo nazionale e la Federconsorzi permetteva comunque situazioni di questo tipo.

MANNINO. Bisognava, tra l’altro, procedere in modo atipico.

In tutta la fase in cui gli ammassi erano gestiti sotto il vincolo della obbligatorietà, quanti ritiri sono stati fatti che non aveva alcun senso economico fare? Quanti sbocchi sul mercato sono stati dati? Quante volte una parte del prodotto è stato sciupato? (Vedi la conservazione dei cereali non essendovi, soprattutto in quel tempo, le condizioni tecnologiche o altro). Quante volte si è perduto questo prodotto? Quante altre volte sarà stato usato per ragioni politiche generali?

E’ giusto mettere in conto questi aspetti. Ci sono dei morti che non possono venirli a spiegare. Perché non guardare alla propria storia con molta franchezza?

Questo stesso problema si è posto anche per l’AIMA. Mi dispiace che vi siano funzionari che parlino in questo modo perché chiunque sia venuto a riferire per iscritto al Ministro problematiche delicate, ha sempre trovato in me un punto di riferimento valido; uno cioè dei pochi Ministri che resisteva alla Coldiretti nella storia del Ministero dell’agricoltura; privo di pregiudizi, con amicizia e lealtà politica. Ho anche ricordato, d’altronde, che non sempre ero applaudito in casa Coldiretti. Mi è capitato di esserlo maggiormente alla C.I.C. Se fossero venuti funzionari a riferirmi di una situazione grave sarei intervenuto esattamente come dice lei, con decisione, con forza. Ciò, però, non è mai avvenuto. Anzi, sono stato più io a porre il problema, non perché sapessi dell’esistenza di una situazione finanziaria disastrosa ma perché mi chiedevo per quale motivo la Federconsorzi dovesse continuare a gestire residualmente il passato; perchè dovesse fare concorrenza agli assuntori privati dell’ammasso del grano quando ciò non aveva più senso; perché infine la Federconsorzi non dovesse diventare un volano di promozione. Questa era la mia preoccupazione.

OCCHIONERO. Abbiamo avuto l’occasione di sentire l’onorevole Pandolfi. Dal 1984 al 1990 si sono susseguiti circa 12 disegni di legge, di cui uno d’iniziativa governativa, bloccato al Senato dal Presidente della Commissione, espressione della Coldiretti. Il problema quindi della difficoltà della Federconsorzi non doveva essere evidenziato da un funzionario poiché era sulla scena politica da almeno 12 anni.

MANNINO. Non il problema della società finanziaria ma della eventuale compatibilità dei debiti dello Stato.

OCCHIONERO. Pandolfi ci parlò di 1550 miliardi.

MANNINO. La Federconsorzi diceva di avere delle attività economiche remunerative e presentava bilanci. Pandolfi avrebbe allora dovuto dire che i bilanci presentati in sei anni erano in rosso. I bilanci presentati - che ho registrato nella semplice presa d’atto - non presentavano i conti in rosso.

OCCHIONERO. In qualità di Ministro dell’agricoltura per lunghi periodi, oltre che conoscitore della materia, lei ha seguito l’evolversi della storia della Federconsorzi. Quindi, sa che almeno dal ’64 in poi sulla quantificazione dei debiti da parte dello Stato vi è stata una lunga letteratura. Al di là della letteratura, nella legge finanziaria del 1984 presentata al Senato erano stati previsti 1000 miliardi in un capitolo di bilancio che, su intervento dei socialisti ed, in modo particolare, del Ministro Fabbri, fu cancellato.

Premesso il grande progetto di rilancio dell’agricoltura italiana e degli strumenti necessari, era anche a conoscenza del fatto che il Parlamento aveva difficoltà a dare soldi alla Federconsorzi? Se legge gli atti relativi all’audizione del Ministro Pandolfi, constaterà che costui ha parlato di 1.550 miliardi; l’onorevole Andreotti, a lungo Presidente del Consiglio, disse inoltre in quest’Aula che avrebbe rivisto gli atti ma che gli sembrava del tutto fuori luogo ed inopportuno dopo tanti anni intervenire.

PRESIDENTE. Ricordo, inoltre, che nella legge finanziaria 1997-’98, vi era stato un emendamento di questo tipo subito cassato. A distanza di un anno all’unanimità il Parlamento approva una legge che riprende il contenuto di quell’emendamento.

OCCHIONERO. La finanziaria del 1997-’98 prevedeva 1.500 miliardi da distribuire in tre anni per la restituzione degli ammassi; tale somma è stata cancellata e ridotta a soli 500 miliardi, previsti in un emendamento presentato da alcuni senatori, da utilizzare per uno scopo diverso. Nel 1999 è stata approvata la legge, la cui premessa parla di risarcimento dei debiti dello Stato per gli ammassi della Federconsorzi e la somma è pari a 1.100 miliardi.

Premesso quindi che si parla di 1.550 miliardi nel 1987-’88; lei è Ministro nel 1990; non mi ricordo chi ha parlato di 1.200 miliardi; nel 1999 abbiamo dato solo 1.100 miliardi; per la fortuna di chi rimane in questo Parlamento, le domando se dobbiamo aspettarci che ci richiedano il dovuto nei prossimi anni.

MANNINO. Non sono in condizione di risolvere il problema legale. Il problema del debito del Tesoro nei confronti della Federconsorzi è stato a me presente, ho indicato anche il quadro nel quale potevo collocare la soluzione di questo problema e le esigenze e le pressioni della stessa Banca d’Italia. Per quanto riguarda un numero specifico, non avendo letto l’intervento di Pandolfi in Commissione, il Presidente mi dice che ha indicato 1.500 miliardi, io ho detto di più: così, a occhio e croce, dai ragionamenti che facevo con i funzionari, ragionevolmente questo debito poteva arrivare a 2.000 miliardi.

I motivi per cui non c’è stata un’incalzante iniziativa in questa direzione dipendono dal fatto che in Parlamento non c’era una maggioranza in questo senso: esitazioni c’erano sia nell’opposizione, sia all’interno della maggioranza, il Partito Socialista non era d’accordo, sia dentro la DC, nel gioco dell’indipendenza della dialettica, per cui era inutile che io mi buttassi su questo filone.

OCCHIONERO. Perché non ci si è rivolti alla magistratura ordinaria?

MANNINO. Perché nessuno ha mai posto il problema della drammaticità. I bilanci, come sono stati presentati fuori, non richiedevano iniziative di questo tipo ed è anche comprensibile. Non sto accusando i responsabili di quei bilanci di aver compiuto dei falsi, è che i signori che amministravano la Federconsorzi, compreso Pellizzoni, si sono venuti a trovare in una situazione in cui, anno per anno, il conto interessi squilibrava tutto. Pertanto, quel poco di economia che riuscivano a fare con i disboscamenti iniziati in quel tempo, con le riorganizzazioni dei consorzi agrari provinciali o anche con la riorganizzazione centrale non bastavano a coprire la crescita esponenziale di questo debito presso le banche.

In quel tempo il sistema bancario (il Banco di Roma e il sistema attorno ad esso era il principale finanziatore, ma credo anche la Banca Nazionale del Lavoro in un certo periodo) non aveva messo in allarme, in mora, in sollecitazione. C’era una sorta di tranquillità, di quiescenza per cui l’iniziativa non era caratterizzata dal segno drammatico dell’urgenza, dal segno della necessità politica sì, da me ritenuta - l’ho riconosciuto e me ne prendo la responsabilità - in un quadro che era più grande e diverso e mi sembrava l’unico possibile. Infatti, adesso sento che la legge per sistemare soltanto una parte di questo debito è stata fatta solo nel 1999, sono passati quindi dieci anni da quando ero Ministro dell’agricoltura; mi permetta, onorevole, mi sembra che in questo ci sia già la risposta a tutto.

RUBINO Paolo. Ho sentito parlare prima di protezionismo, vorrei che il Ministro ci spiegasse per quale ragione eravamo costretti, oppure, se si sceglieva, per quale motivo dovevamo servirci solo di alcune imprese. Posso capire che era giusto non servirsi di trattori sovietici…

PRESIDENTE. Le è sfuggito, non per sua colpa, l’inizio dell’audizione in cui l’onorevole Mannino ha spiegato questo aspetto.

RUBINO Paolo. Ho capito, ma non mi convince la logica protezionistica, ci sono altre ragioni e quali, era impedito e per quale motivo?

Poiché quando un cittadino fa un’opera buona è bene ricordarlo perché il Paese deve essergli grato, vorrei capire chi è questo benefattore, in modo tale che lo ricordiamo come un cittadino emerito che ha tolto la fame.

MANNINO. Non ha bisogno di benemerenze, vale anche nella nuova Repubblica visto che conta.

RUBINO Paolo. Gradirei sapere il nome.

MANNINO. La politica economica di tipo protezionistico è la politica che il Paese ha condotto durante il fascismo ma anche subito dopo la guerra, almeno fino a quando, nel 1958, fu firmato il trattato di Roma, che però ha cominciato a svolgere i suoi effetti almeno dieci anni dopo, direi dal 1975 in poi. Era naturale allora che, nell’Italia degli anni tra il 1945 e il ’47, si dicesse che la Federconsorzi raccoglieva il grano che veniva prodotto assicurandone il prezzo politico, senza tener conto del mercato e, meno che mai, del mercato mondiale, poi dava agli agricoltori e ai coltivatori diretti, indipendentemente dal colore politico, i fertilizzanti, le sementi e il trattore. I fertilizzanti erano solo quelli prodotti da due realtà: la Montecatini e l’ANIC (a partire dalla fine degli anni ’50). La Federconsorzi diventa il canale delle industrie italiane.

Dopo il 1975, nel settore delle macchine agricole, c’è un’esplosione di produttori italiani ed è stata una cosa importante per l’economia industriale italiana ma anche per l’agricoltura. Chi va al salone annuale della meccanizzazione agricola di Bologna constata che sforzo d’intelligenza e di interpretazione dei bisogni hanno fatto alcuni produttori. Ormai ci sono aziende in Italia che fanno fatturati elevatissimi. Se aveva senso che la Fedit fosse il distributore unico ed esclusivo, fosse la rete sul territorio dei fertilizzanti Montedison o delle macchine agricole della Fiat fino al 1975, non lo aveva più dopo.

Questa era una delle cose che dicevo agli amministratori della Federconsorzi e alle parti politiche, che non potevano lasciar fuori ormai gli altri produttori di macchine agricole oppure dovevano dismettere quel servizio, ma questo servizio era prestato dalla Federconsorzi anche con meccanismi di finanziamento agevolato e quindi, ancora una volta, c’era un vincolo protezionistico, interventi delle regioni con cui si davano contributi per l’acquisto delle macchine agricole. La Federconsorzi era la più organizzata a prendere il rapporto con tutte le regioni, non solo quelle bianche, anche le altre.

Occorre tener conto che la politica economica italiana è andata cambiando in una direzione di liberismo progressivo, oggi è una scelta molto giusta, ma allora se ne faceva un’altra, credo non si potesse fare diversamente. Cosa avrebbe potuto fare la Federconsorzi? Alla fine degli anni ’80 capire che stava cambiando il tempo e mettersi in linea, così ritorniamo al mio ragionamento.

Non ho dati perché, se avessi potuto dire che mi hanno portato una lettera nel 1990 in cui si diceva che il bilancio della Federconsorzi nascondeva delle perdite, occultava qualcosa, sarei intervenuto e lo avrei riconosciuto: a me questo non è capitato. Ho avuto dei dubbi, non nei confronti del bilancio in quanto tale, ma del momento gestionale della Federconsorzi e li ho espressi nella forma di approvazione del bilancio. Quando ho chiesto al direttore generale se, rispetto a quel bilancio, eravamo nelle condizioni, per esempio, di disporre un’analisi attraverso le società di revisione mi fu risposto di no, chiesi allora per quale motivo dovevo approvarlo: ne ho preso atto, mi hanno mandato il bilancio, sono loro che dicono che i numeri sono quelli, non ho strumenti per controllare, per cui mi limito. Questo mi darà forza per fare il ragionamento propositivo.

PRESIDENTE. Ringrazio l’onorevole Mannino per il contributo fornito ai lavori della Commissione e dichiaro conclusa l’audizione.

Avverto che l’Ufficio di Presidenza, integrato dai rappresentanti dei Gruppi, sarà convocato nella giornata di mercoledì 14 giugno 2000, per definire il calendario delle prossime audizioni.

I lavori terminano alle ore 14,20.