Audizioni Commissione d'inchiesta Federconsorzi/44

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Audizione Pellizzoni

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SENATO DELLA REPUBBLICA CAMERA DEI DEPUTATI

XIII LEGISLATURA


COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SUL DISSESTO DELLA FEDERAZIONE ITALIANA DEI CONSORZI AGRARI



RESOCONTO STENOGRAFICO 44a SEDUTA GIOVEDI’ 9 NOVEMBRE 2000


Presidenza del presidente Melchiorre CIRAMI


I lavori hanno inizio alle ore 14,05.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente)

Presidenza del presidente CIRAMI

Seguito dell’audizione del dottor Silvio Pellizzoni

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito dell’audizione del dottor Silvio Pellizzoni, che è stato già ascoltato dalla Commissione nelle sedute del 20 luglio e del 23 settembre 1999.

Avverto che l’audizione si svolge in forma pubblica, secondo quanto dispone l’articolo 7 della legge n. 33 del 2 marzo 1998 e che è dunque attivato, ai senso dell’articolo 12, comma 2, del Regolamento interno, l’impianto audiovisivo a circuito chiuso. Qualora da parte del dottor Pellizzoni o di colleghi lo si ritenga opportuno in relazione ad argomenti che si vogliono mantenere riservati, disattiverò l’impianto audiovisivo per il tempo necessario.

Ricordo, inoltre, che l’audizione si svolge, ai sensi dell’articolo 15, comma 3, del Regolamento interno in forma libera e che il dottor Pellizzoni ha comunicato che non intende avvalersi della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia.

Preciso infine che dell’audizione odierna è redatto il resoconto stenografico che sarà sottoposto, ai sensi dell’articolo 12, comma 6, del Regolamento, alla persona ascoltata e ai colleghi che interverranno perché provvedano a sottoscriverlo, apportandovi le correzioni di forma che riterranno, in vista della pubblicazione negli atti parlamentari.

Dottor Pellizzoni, la Commissione si sta avviando a concludere i suoi lavori.

Ella potrà fornire un valido ausilio alla nostra ricerca della verità storica e politica se risponderà senza riserve ad alcune domande.

Le faccio la prima domanda in base al contenuto del verbale del Comitato esecutivo della Federconsorzi del 1° febbraio 1991.

In esso si legge la seguente sua affermazione: "Un ulteriore elemento di preoccupazione è dato dalla timorosa attenzione dimostrata dalle banche nei confronti dei Cap e della Federconsorzi. Esse considerano la propria esposizione nei confronti del sistema federconsortile rischiosa, chiedono di analizzare i conti e i programmi ed avvertono il limite della nostra azione costituito dalla assenza di azionisti finanziatori".

Le chiedo, invitandola ancora una volta a parlare chiaro e a dirci tutto quello che sa: a quali banche si riferiva?

PELLIZZONI. Signor Presidente, credo di aver detto anche nelle precedenti audizioni che, alla fine del 1990, furono messi in liquidazione coatta amministrativa circa sei consorzi agrari. Questo avvenne su nostra sollecitazione perché poi, di fatto, era il Ministero che svolgeva questa operazione. Soprattutto vi è da dire che, per la prima volta, la Federconsorzi non si era surrogata ai debiti dei consorzi agrari, soprattutto nei confronti degli agricoltori. Questo fatto fu da noi voluto perché – come ho detto – il tentativo era quello di cercare di attirare una forte attenzione da parte del Ministero sulle nostre vicende.

Lei mi ha chiesto a quali banche mi riferivo: non ricordo esattamente i nomi, comunque ci fu qualche banca che venne a chiederci informazioni sulla situazione dei Cap e della Federconsorzi, ma ancora non si verificò nessun fatto di tipo traumatico.

PRESIDENTE. Di specifico non ci può dire niente?

PELLIZZONI. Di specifico in che senso, signor Presidente?

PRESIDENTE. Intendo dire di quale banca avrebbe potuto trattarsi.

PELLIZZONI. Devo dire che ci furono tre o forse quattro banche che ci vennero a chiedere di analizzare la situazione, però - come ho detto - i contatti avvenivano sempre con la direzione finanza, cioè con il dottor Bambara. A volte, il dottor Bambara mi faceva presente che, diversamente da quello che era avvenuto fino ad allora, le banche chiedevano alcune informazioni e dati, cosa che – ripeto - fino a quel determinato momento, non si era mai verificata.

PRESIDENTE. Ma allora la "timorosa attenzione" di cui lei parla come le era stata espressa?

Quale era stato l’oggetto dei colloqui con le banche?

PELLIZZONI. A parte il fatto che sto parlando di fatti che mi sono stati riferiti, comunque, mentre in precedenza le banche non avevano mai chiesto informazioni (forse qualche volta avevano chiesto di vedere i bilanci, ma molto raramente, giacché si trattava di una realtà che non avevano mai analizzato) in quel determinato momento, dopo la messa in liquidazione coatta amministrativa dei sei consorzi agrari, le banche iniziarono a chiedere notizie. Il dottor Bambara mi informò di quello che stava avvenendo.

PRESIDENTE. Chiesero conti o programmi specifici?

PELLIZZONI. Questo non lo ricordo. Non ricordo che avessero chiesto relazioni.

PRESIDENTE. Ma quest’analisi da parte delle banche che chiedevano di analizzare conti e programmi venne compiuta o meno?

PELLIZZONI. No. Credo che l’unica a svolgere qualche analisi fu la Banca Nazionale del Lavoro che incaricò appositamente un paio di funzionari.

PRESIDENTE. Che cosa verificarono?

PELLIZZONI. Che cosa abbiano verificato non le saprei dire perché il lavoro veniva svolto in uffici che si trovavano ai piani di sopra. Credo, comunque, che abbiano analizzato la situazione. Ci hanno ringraziato della collaborazione e se ne sono andati.

PRESIDENTE. Si deve allora intendere che le banche scoprirono solo nel febbraio 1991 che la Fedit non aveva soci che la finanziavano?

PELLIZZONI. Non credo perché sarebbe troppo ingenuo da parte delle banche. Probabilmente è stata la prima volta nella storia della Federconsorzi che qualche funzionario di banca è venuto a vedere i conti. Credo che questo fosse risaputo da tutti. Però, come ho sempre affermato, la realtà era abbastanza strana e atipica. E’ vero infatti che, da un punto di vista giuridico, i soci della Federconsorzi erano gli stessi consorzi agrari però, dalle voci che circolavano, da quello che le banche percepivano e che noi stessi dirigenti avvertivamo, sembrava che questa fosse una agency dello Stato italiano, con il Ministero dell’agricoltura come organo vigilante e direttivo.

PRESIDENTE. La Coldiretti e la Confagricoltura furono informate delle preoccupazioni che provenivano dalle banche?

PELLIZZONI. I contatti con Coldiretti e Confagricoltura erano tenuti dal presidente, però credo di averli informati anche io in qualche conversazione informale.

PRESIDENTE. Elaborò o fece elaborare un progetto relativo alla trasformazione della Fedit in società per azioni?

PELLIZZONI. Indirettamente sì, perché il documento che ho consegnato e che chiamavamo il piano numero 2 rappresentava il tentativo di trasformare tutto il sistema, a parte i consorzi agrari, problema che non era stato affrontato, in società per azioni, mantenendo la Federconsorzi come una sorta di fondazione, nel senso che esistendo una legge, o si procedeva ad una modifica, oppure la Federconsorzi non poteva diventare società per azioni. Questa operazione fu fatta anche perché alcuni banchieri, che avevano grossi interessi nel supportare la Federazione in questo programma di rinnovamento, richiedevano questa trasformazione come mezzo per ulteriori garanzie. Secondo me la trasformazione di tutte le attività in società per azioni avrebbe permesso di capitalizzare tutto l’avviamento e di poter parlare di determinate cifre piuttosto elevate. In secondo luogo, si poteva introdurre nuova imprenditorialità, un elemento essenziale per accelerare il processo di cambiamento della Federconsorzi e introdurre una serie di valori imprenditivi che in quella realtà mancavano. In terzo luogo si poteva accedere ad un mercato di capitali freschi che potevano permettere il finanziamento della ristrutturazione. Ci fu un banchiere, Mazzotta, presidente della Cariplo, che, non solo mi chiamò, ma disse pubblicamente in un paio di convegni che era disposto ad aiutare la Federconsorzi nel programma di rinnovamento, a condizione che fosse trasformata in società per azioni.

PRESIDENTE. Rispetto alle difficoltà o preoccupazioni delle banche, il ministro Saccomandi fu informato?

PELLIZZONI. Direttamente non so, non ho informazioni, però credo di sì. Vorrei precisare che non si trattava in quel momento di una grandissima preoccupazione, ma di una attenzione che giustamente le banche avevano sulla base di quello che avevamo fatto. Devo dire che come management volevamo creare attenzione sul problema perché tutto il sistema sembrava non avere attenzione, volevamo soprattutto richiamare l’attenzione del Ministero dell’agricoltura che avrebbe dovuto occuparsi di Federconsorzi.

PRESIDENTE. Le banche ebbero qualche assicurazione ed eventualmente di che tipo?

PELLIZZONI. Da parte nostra non ci furono rassicurazioni per quanto ne so. Le banche svolsero il loro lavoro e, se ci furono assicurazioni politiche, non lo so.

PRESIDENTE. Fu chiesto o ipotizzato un consolidamento del debito?

PELLIZZONI. Sì, ma fu un discorso interno, non se ne parlò con nessuna banca. Il problema più grosso di Federconsorzi in quel momento era la continua richiesta di rinnovo di effetti da parte dei consorzi agrari che avevano raggiunto somme abbastanza considerevoli e che, anche se eravamo riusciti a tenere la situazione sotto controllo, avevano dimensioni piuttosto elevate. Allora, parlando con i vari consulenti dell’epoca, il professor Capaldo ed altri, volevamo vedere da un punto di vista giuridico che cosa fare. Ci siamo recati da un avvocato commercialista e una delle prospettive ipotizzate fu, sia per Federconsorzi che per i consorzi agrari, il consolidamento del debito. Tutto ciò però faceva parte di un programma molto più ampio, quello di cui ho parlato, relativo alla seconda fase che, a mio modo di vedere, non poteva prescindere da un intervento del Ministero perché, solo questo poteva avere forza politica e determinazione.

PRESIDENTE. Nello stesso verbale del Comitato esecutivo, cui facevo prima riferimento, si legge che il direttore generale informò che, alla domanda dei banchieri sui fattori di successo del piano, aveva risposto indicandone tre: la disponibilità di operatori industriali a porre in essere alleanze strategiche; il sostegno di un pool di banche; la volontà del paese di rivitalizzare la Federconsorzi come strumento di sostegno del settore agricolo. Vorrei che entrasse nel dettaglio delle tre ipotesi di lavoro che erano i fattori che le banche chiedevano come assicurazione.

PELLIZZONI. In particolare si trattava di una richiesta della Cariplo. L’impossibilità di trovare denaro fresco da parte della Federconsorzi come capitale e non come debito, implicava che quasi tutte le attività di Federconsorzi fossero scorporate e trasformate in società per azioni. Poi, era necessario un accordo che non poteva essere solo tale, ma doveva risolversi in partecipazione al capitale di una serie di imprenditori e questa fase era già iniziata. Tutto ciò avrebbe portato una cultura nuova. Il grosso problema di Federconsorzi era rappresentato da una storia di 98 anni di assoluto immobilismo e non c’era nessuna forza nel sistema in grado di farla smuovere. Ogni decisione aveva tempi di tipo politico più che imprenditoriale. Per due anni abbiamo tentato di cambiare qualcosa, ma non ci siamo riusciti. L’unica cosa che mi è venuta in mente è stata di introdurre nel sistema forze nuove in grado di spingere verso un cambiamento. Queste forze nuove non potevano che essere di imprenditori che avrebbero dovuto tirar fuori dei soldi e che avrebbero portato stili di gestione tipici delle società imprenditive e non consortili. Si era già parlato di costituire una società di distribuzione di trattori con la Fiat ed erano stati presi dei contatti per poter scorporare queste attività e farle diventare delle imprese. Federconsorzi sarebbe rimasta una fondazione o qualcosa del genere mantenendo alcuni diritti che la legge permetteva, tra i quali il più importante era il credito agrario.

PRESIDENTE. Su questi punti vorrei maggiori precisazioni. Erano stati individuati operatori industriali come la Fiat ed erano stati presi contatti con altre realtà, per fare che cosa e con quali alleanze strategiche?

PELLIZZONI. Non eravamo arrivati a questo punto perché ad un certo momento, quando si innescò il processo, furono bloccati i contatti con le banche, in particolare con la Cariplo dai presidenti confederali, dicendo che nel giro di pochi mesi o pochi giorni sarebbe stato nominato un Ministro che avrebbe potuto fare le stesse cose in maniera più autorevole di me. Da quel momento mi sono dunque fermato. Però c’erano grossissimi interessi; mi viene in mente una persona (mi dispiace sia morto) che mi chiamò a Milano e mi offrì un bicchiere di vino e un pezzo di salame, dichiarandosi un contadino, e che si chiamava Gardini. Gardini mi disse di essere un agricoltore e di voler salvare l’agricoltura mettendo a disposizione tutte le sue strutture. Mi presentò anche alcuni suoi collaboratori per studiare dei piani insieme.

PRESIDENTE. Gardini significa Ferruzzi?

PELLIZZONI. Si, però poi non se ne fece più nulla perché fui bloccato dopo alcuni incontri e non me ne occupai più.

PRESIDENTE. Fu bloccato da chi?

PELLIZZONI. Come le ho detto, dai presidenti confederali che mi dissero che sarebbe arrivato un Ministro autorevole, più autorevole di me, che avrebbe provveduto a prendere contatti e a stipulare accordi.

PRESIDENTE. Dottor Pellizzoni: sarebbe arrivato "un" Ministro, come l’Angelo Gabriele, o "il" Ministro?

PELLIZZONI. No, a quell’epoca non si era ancora fatto il nome di Goria.

PRESIDENTE. Ma fu fatto il nome di un politico?

PELLIZZONI. No, io non l’ho sentito.

Mi sembra che a quell’epoca ci fu un rimpasto governativo e quando si fece il nome di Goria - le torno a ripetere - eravamo tutti felici e contenti perché sembrava la persona designata apposta per quell’operazione: ex Presidente del Consiglio e due volte Ministro del tesoro, oltretutto ragioniere (nel senso che ne capiva di finanza), era sembrata la persona ideale per risolvere il problema.

PRESIDENTE. Ci furono altri contatti con privati per quanto riguarda questa operazione di "preparazione"?

PELLIZZONI. Se non ricordo male, credo di aver contattato qualcuno che si occupava di mangimi visto che in Italia vi era tutta una serie di fabbriche di mangimi di proprietà dei consorzi agrari. Mi sembra di aver incontrato Petrini ed altri rappresentanti di mangimifici nel tentativo di creare un mangimificio unico e razionalizzare il sistema.

In altre parole, il mio obiettivo era quello di allacciare delle alleanze con gli imprenditori, perché altrimenti da questa situazione non se ne sarebbe usciti. Infatti, la cultura, la mentalità, le dimensioni ed i condizionamenti erano talmente tanti che avrei potuto lavorare 24 ore al giorno senza riuscire a risolvere la situazione.

PRESIDENTE. Per quanto riguarda il secondo punto da lei indicato, ossia il sostegno del pool di banche, cosa ci può dire?

PELLIZZONI. Chiaramente è quello che poi Goria non ha fatto. Ne parlai anche con il professor Capaldo e con i consulenti del momento. Il progetto era quello di contattare una serie di banche, indicando anche quelle cosiddette di area (cioè di sostegno, di questo determinato mondo) tra le quali vi era la Cariplo, di studiare un programma di azione ben preciso, di farlo approvare dalle stesse banche e di darne attuazione. Poi, in funzione di quello che avrebbero chiesto le banche, avremmo parlato di commissariamento, di amministrazione controllata e di quello che giuridicamente poteva sembrare la soluzione migliore. Ma il tutto sarebbe dovuto passare attraverso l’accordo con un gruppo di banche che, sostenendo il sistema quell’anno o due, gli avrebbero consentito di compiere una grande virata.

PRESIDENTE. Le banche che cosa avrebbero dovuto fare esattamente?

PELLIZZONI. Le banche avrebbero dovuto innanzitutto consolidare il debito per ridurre drasticamente gli oneri finanziari e, in secondo luogo, garantire i finanziamenti per circa un paio d’anni, il tempo necessario per incidere veramente sul sistema.

Del resto è quello che si fa normalmente in tutti i casi in cui bisogna affrontare una situazione di ristrutturazione.

PRESIDENTE. Se questo era il progetto, chi ne era l’ideatore?


PELLIZZONI. L’ideatore in parte sono stato io, consultandomi con il professor Capaldo.

PRESIDENTE. Praticamente si pensava a qualcosa di analogo al commissariamento di una banca in crisi?

PELLIZZONI. Ma sì.

Vorrei spiegare il senso della parola commissariamento: nel linguaggio utilizzato nell’ambito della Federconsorzi e dei consorzi agrari, quando c’era una situazione in cui bisognava guadagnare tempo e togliere tutti i lacci e lacciuoli legati ad una certa situazione si parlava di commissariamento. In seguito si è scoperto che vi erano anche altre formule giuridiche per farlo.

Comunque, quando ho parlato di commissariamento intendevo dire che il Ministero doveva intervenire e che si doveva trovare una formula giuridica (che poteva essere anche il commissariamento) per svolgere velocemente tutta una serie di azioni.

PRESIDENTE. Perché alla fine non se ne fece nulla?

PELLIZZONI. Le ripeto, sono trascorsi nove anni e ancora mi sveglio di notte per cercare di comprendere il motivo per cui non se ne fece più nulla.

Può anche darsi che avessimo ipotizzato delle cose totalmente sbagliate (siamo tutti uomini e quindi possiamo sbagliare), ma quello che non ho capito e non ho apprezzato è il fatto che il ministro Goria non ci abbia ascoltati prima, non ci ha abbia chiamato per chiederci che piano avevamo in mente e magari per dirci che stavamo sbagliando tutto.

PRESIDENTE. In merito a questo progetto di sostegno del pool di banche, aveva l’approvazione del presidente Lobianco?

PELLIZZONI. Credo di sì, visto che non ricordo assolutamente nessun momento in cui egli abbia manifestato la sua contrarietà.

PRESIDENTE. Ed i politici di allora, tanto per fare nomi e cognomi, De Mita, Craxi?

PELLIZZONI. Mai sentiti.

Come le ho detto, signor Presidente, il fatto di non aver mai avuto conoscenze politiche, forse, in quella situazione, ha rappresentato proprio il mio limite.

Sono un tecnico che è si è trovato all’interno di questa vicenda.

A parte tutti i miei consulenti, ho avuto due referenti: il professor Capaldo, sul piano tecnico, e il presidente Lobianco in quelle occasioni in cui la sera mi recavo a chiedergli consigli o a scambiare alcune opinioni anche perché, di fatto, quest’ultimo non faceva parte del consiglio o dei comitati esecutivi.

PRESIDENTE. Per quanto riguarda la volontà del Paese di rivitalizzare la Fedit, quale sarebbero state le iniziative politiche che avrebbero dovuto tradurre questa volontà?

PELLIZZONI .Quando ho parlato della volontà del Paese di rivitalizzare la Fedit ho usato un eufemismo. Intendo dire una volontà politica seria di farlo. Quello che mi ha impressionato in tutta la vicenda Federconsorzi era il totale disinteresse. A parte la Coldiretti e il presidente Lobianco che erano un po’ preoccupati, sembrava quasi che si trattasse di un "bubbone" di cui nessuno voleva assolutamente occuparsi. Anche durante un discorso pubblico a Verona dissi che era arrivato il momento in cui lo Stato italiano – intendendo con questo il sistema politico e i cittadini - doveva decidere se questa era una realtà utile al Paese, intervenendo di conseguenza, oppure se ne sarebbero dovute trarre altre conclusioni. Trascorrevano i mesi e vi era - ripeto - un totale disinteresse per la vicenda. Ogni tanto come manager lanciavamo dei "siluri", come il fatto di aver messo in liquidazione coatta sei consorzi agrari o il fatto di non aver surrogato i debiti, o ancora alcuni discorsi fatti e alcuni incontri avuti con alcuni banchieri importanti. A questo proposito mi torna alla mente una colazione di lavoro avuta a Roma con l’allora presidente dell’Istituto San Paolo di Torino, dottor Zandano. Durante questo incontro gli presentai il progetto ed egli si rese disponibile.

Quindi, ve ne erano di banche di area disposte a sedersi attorno ad un tavolo, se così vogliamo definirle.

PRESIDENTE. Quindi, quello che la colpì fu il disinteresse.

PELLIZZONI. Signor Presidente, se dovessi rivedere questo caso non in qualità di Silvio Pellizzoni, ma di semplice lettore di Internet, dovrei dire che quello che mi impressiona è il fatto che nessuno sapeva niente, nessuno si ricorda nulla. Vi era un disinteresse estremo, addirittura da parte dei Presidenti del Consiglio. In quel momento vi erano priorità maggiori. Forse questa realtà non interessava veramente più a nessuno, o ad alcuni dava fastidio e ad altri non interessava più perché dava più grane che benefici.

PRESIDENTE. O forse aveva cessato di dare benefici.

PELLIZZONI. Non dava più benefici.

PRESIDENTE. In merito a questo suo modo di operare aveva l’approvazione del presidente Lobianco o registrava la contrarietà del vice presidente Gioia?

PELLIZZONI. Nessuna contrarietà, tranne un caso abbastanza banale. Devo rispondere così malgrado quello che ho letto sui resoconti stenografici delle audizioni di qualche commissario. Il mio lavoro era sempre apprezzato, nel senso che mi ero dato da fare, avevo cercato di portare un vento nuovo, ogni tanto incontravo persone che mi dicevano che stavo facendo un ottimo lavoro e lo stesso ministro Mannino, che incontrai una volta, mi disse che stavo facendo un ottimo lavoro e che era un peccato che ero arrivato così tardi. L’unica perplessità che vi era, soprattutto di Confagricoltura, riguardava la vendita della BNA e in generale delle banche, perché di fondo c’era la speranza di un intervento pubblico. Ancora oggi mi rendo conto che di fondo vi era l’attesa di un aiuto pubblico che frenava qualunque spinta al cambiamento e che implicava una sorta di disinteresse generale.


PRESIDENTE. La sua idea di commissariare la Federconsorzi era funzionale ad un progetto che garantisse, attraverso, la trasformazione del sistema, gli stessi assetti di potere oppure è un mio errore?

PELLIZZONI. E’ un suo errore. Non è stato voluto proprio per questo, perché sarebbe cambiato tutto, perché nel Consiglio di amministrazione non avrebbero più avuto un peso determinante tutti i presidenti dei consorzi. Era un sistema strano, in tutte le società e in tutte le attività c’erano sempre i direttori generali, i presidenti, i vice presidenti dei consorzi agrari. Vi sarebbe stata una trasformazione in senso aziendale in cui sarebbero entrati azionisti di minoranza o di maggioranza e quindi tutto il cambiamento avrebbe comportato la necessità di fare un mestiere nuovo e diverso e questo avrebbe modificato tutto l’assetto del potere.

PRESIDENTE. Chi appoggiava questo progetto?

PELLIZZONI. Quando entrai in Federconsorzi ebbi un po’ di sospetti da parte di Coldiretti, poi il presidente Lobianco, che deve aver visto che ero una brava persona e mi occupavo di fatti tecnici e di gestione, mi assicurò un valido supporto e fino a un certo punto mi esortò ad andare avanti. PRESIDENTE. Senza toccare niente?

PELLIZZONI. No, cercando di toccare, ma senza riuscirci. Fra le altre cose - e l’ho già detto nei Comitati esecutivi di Coldiretti e di Confagricoltura - eravamo in una situazione in cui quelli che dovevano fare i cattivi, cioè le due confederazioni, non potevano farlo e quando parlavo della necessità di un commissario era perché io stesso non potevo essere cattivo, non potevo ridurre i costi, era necessaria una autorità per ridurli, altrimenti sarebbe successo quello che poi è avvenuto. Per questo ho chiesto una persona esterna che prendesse eventualmente tutti gli insulti e le eventuali decisioni impopolari: nei verbali è riportato tutto questo argomento. L’opera di convincimento non era assolutamente sufficiente perché si trattava di un sistema vecchio di un secolo che ancora attendeva un aiuto pubblico e non c’era nessuno che aveva la volontà di cambiare. Per questo ritenevo che un commissario esterno avrebbe potuto farlo.

PRESIDENTE. Quando è stato nominato Goria, è stato informato del progetto?

PELLIZZONI. No, lo davo per scontato, non credo di averglielo chiesto. Comunque, inviavo al Ministero tutti i progetti. Inoltre, il presidente del Collegio sindacale era un uomo del Ministero dell’agricoltura, quindi, era a conoscenza di tutto e poteva informare su tutto.

PRESIDENTE. Lei pensava di essere nominato commissario?

PELLIZZONI. No, non ho le competenze e le capacità, non ho una base giuridico-legale, ho imparato a fare il manager. Avrei voluto continuare a fare il direttore generale per vedere realizzato un progetto al quale avevo dedicato più di due anni di vita. Senza voler fare retorica, quando ho accettato l’incarico alla Federconsorzi, a parte le gratificazioni professionali, avevo voglia di fare qualcosa di importante e gratificante per il paese.

PRESIDENTE. Ci può confermare se fu la Coldiretti a pensare al ministro Goria per realizzare quel progetto?

PELLZZONI. Nessuno mi ha mai parlato di Coldiretti. Posso dedurlo dalle frasi dette dopo il commissariamento, cioè dalla sensazione che fosse arrivato il Ministro giusto. Da ciò posso pensare che Coldiretti abbia influito, però è una mia deduzione, nessuno me lo ha detto.

PRESIDENTE. Dal punto di vista politico, può dirci quali erano le posizioni della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista, visto che ha parlato di disinteresse dei due partiti maggiori al Governo?

PELLIZZONI. Una delle accuse che mi sono state mosse è che sono stato troppo nella mia stanza e poco in giro ad incontrare le persone. Forse hanno ragione, non essendo nato come politico, avevo lasciato quegli aspetti a due politici, ai presidenti di Coldiretti e di Confagricoltura, in particolare al primo. Si tratta di cose che sono rimbalzate nei corridoi durante conversazioni, soprattutto, dopo il commissariamento, è stato detto che forse c’era stato quello che Lobianco definì " patto scellerato". Sembrava vi fossero accordi per la spartizione del potere, che Federconsorzi poteva dare fastidio, ma di tutto questo ne abbiamo letto sui giornali.

MAGNALBO’. Dottor Pellizzoni, stiamo navigando in una vicenda che ha un po’ dello straordinario nel senso che lei stesso si è trovato ad operare in qualità di manager qualificato in un ambiente in cui era addirittura incomprensibile l’evolversi degli avvenimenti. Lei ha parlato anche di un certo disinteresse politico nei confronti di quella che, invece, rappresenta una delle vicende più inquietanti di questo periodo. Ora, chi opera nel mondo della politica sa che disinteresse significa massimo interesse. E’ esattamente il contrario; l’ho imparato in qualità di senatore.

Partendo da questo presupposto, mi sembra che vi fosse il massimo interesse perché questa organizzazione che veniva da lontano, dal dopoguerra, dovesse cessare di esistere.

A suo avviso, il ministro Goria - che si vorrebbe far passare per uno sprovveduto che ha preso una decisione senza controllo, senza consultarsi con i referenti - non aveva un mandato da compiere? In altre parole, mi chiedo se, attraverso questa concertazione tra Coldiretti e menti ad un livello ancora superiore, si cercasse un personaggio adatto per compiere queste operazioni.

Mi chiedo, inoltre, se non sia inquietante il fatto che Goria fosse stato trasferito dal Ministero del tesoro. Tutto questo andrebbe collegato anche alla funzione che il presidente Lobianco e gli altri hanno avuto in tutta l’operazione. Ma forse c’è qualcosa di più. Vorrei sapere se il collegamento tra il ministro Goria e il presidente Lobianco si estenda, in qualche modo, a tutto il sistema bancario. Lei è un manager e quindi è abituato a trattare con le banche e con gli istituti di credito, ma vorrei sapere da chi erano garantite in realtà queste banche. Non posso pensare che il ragionier Geronzi avesse fiducia in Dio quando dava i soldi alla Federconsorzi e che fosse talmente sprovveduto. Lo conosciamo tutti, è un uomo di ingegno che sa fare il suo mestiere e non posso pensare che agisse in questa maniera, senza rendersi conto che vi erano 36 miliardi di copertura garantita e 5 mila miliardi di esposizione. Chi garantiva Geronzi e tutto il sistema bancario? Perché, ad un certo momento, è mancata questa garanzia? Cosa è venuto a mancare?

PELLIZZONI. Cercherò di risponderle, però vorrei dirle che sono la persona meno adatta anche se allora ho ricoperto una posizione importante nel sistema.

Mi riallaccio a quanto affermato precedentemente. Il sistema è sempre stato importante per tutto il mondo politico fino a quando, nel 1988, ha cominciato a "battere in testa". Si è verificato, inoltre, un importante evento rappresentato dalla caduta del muro di Berlino del 1989. Io non sono un politico e quindi posso commettere degli errori, ma posso dire che da quella data in poi il sistema non ha più avuto grossi supporti. Il presidente Lobianco si dava da fare perché capiva che, bene o male, la sua carriera politica era legata a questa vicenda, ma gli altri non hanno mai fatto riunioni al riguardo.

Per quanto riguarda le garanzie al sistema bancario, probabilmente le banche fino ad un certo momento percepivano che le forze politiche di comando del Paese in fondo ci tenevano ad avere Federconsorzi viva e vegeta. In seguito ad alcuni fatti, a mio modo di vedere, è iniziato il disinteresse. Probabilmente ad un certo momento vi è stata anche una convenienza dettata da patti tra correnti, personaggi di partito e via dicendo. Anch’io non credo che il ministro Goria fosse uno sprovveduto. L’unica cosa che potrei dire è che si fidava troppo della sua autorevolezza con le banche. Credo, comunque, che almeno un paio di banche per telefono, magari il giorno prima, avrebbe dovuto sentirle. Sono quei fatti che turbano anche me. Vi ho dedicato due anni di vita e ne pago ancora le conseguenze. Sarebbe importante per me riuscire a capire cosa è successo.

MAGNALBO’. A suo giudizio, Goria aveva in mente altri imprenditori per la soluzione del problema oppure rimaneva in disparte sotto questo profilo?

PELLIZZONI. Le sembrerà strano, ma ho parlato con Goria una sola volta.

Come ho già detto in precedenza, la cosa che mi è dispiaciuta di più è che Goria non ci abbia chiamati per farsi illustrare il piano e per dirci - al limite - che era tutto sbagliato e che ne aveva in mente un altro, cosa, del resto, del tutto legittima.

Ho visto Goria solo il giorno in cui il dottor Cigliana mi disse che la mia posizione nella Federconsorzi non aveva più ragione di esistere e che quindi saremmo dovuti arrivare ad un accordo per la mia uscita dall’organizzazione. A quel punto chiesi di parlare con il Ministro. Egli mi ricevette e mi disse che effettivamente nella storia ogni tanto ci sono dei capri espiatori, che aveva apprezzato il lavoro svolto e che mi avrebbe proposto una soluzione alternativa. Questa soluzione venne in seguito individuata con la nomina ad assistente. Non l’accettai per via di tutte quelle querele che ci furono in seguito al commissariamento fatto in questo strano modo; non volevo dare adito al mondo agricolo di dire che ero d’accordo con Goria sul commissariamento per chissà quali disegni. Non mi presentai, loro non mi chiamarono e la cosa finì. Ma - ripeto - l’ho visto solo in quella occasione.

MAGNALBO’. Lei dice di avere una cultura più manageriale che giuridica però vorrei chiederle come ha vissuto la vicenda dell’atto-quadro e come l’ha analizzata.

PELLIZZONI. Ero già fuori.

MAGNALBO’. Ma che cosa ne pensa personalmente di questo atto-quadro ?

PELLIZZONI. Forse perché sono portato a vedere le bottiglie mezze piene, quello del professor Capaldo era un tentativo per risolvere un grave problema del Paese. Se poi obiettivamente i 2.150 miliardi fossero equi o meno non ho avuto modo di riscontrarlo.

MAGNALBO’. Quindi lei ritiene che il professor Capaldo fece tutto questo in buona fede giuridica?

PELLIZZONI. Il professor Capaldo che ho conosciuto io devo dire di sì perché era sempre teso a cercare di risolvere i problemi. Era, per esempio, un uomo che si occupava di volontariato. Questo è il professor Capaldo che ho conosciuto io, poi cos’è avvenuto dopo non lo so.

PRESIDENTE. Lei ha parlato di patti con il Partito Comunista e il Partito Socialista. Che tipo di patti erano?

PELLIZZONI. Signor Presidente, mi dispiace deluderla. Abbiamo letto tutti, dopo, sui giornali - per lo meno io li ho letti per un anno di fila, dopo - che l’interpretazione che veniva data era di patti strani tra Democrazia Cristiana, socialisti e via dicendo, però non ne ho sentito in prima persona. Ho quella cultura, quella conoscenza che il cittadino che si voleva occupare di queste vicende poteva avere, nel senso che ho letto i giornali. Anch’io sono rimasto impressionato da alcune cose, come il "patto scellerato": mi piacerebbe sapere che cosa era.

PRESIDENTE. Dottor Pellizzoni, quando lei è stato interrogato in data 19 ottobre 1993, in qualità di indagato, dal pubblico ministero di Roma, tra le altre cose dichiarò (cito testualmente): "Dopo essere entrato nella Federconsorzi, appresi che Capaldo aveva ricevuto incarico dai Presidenti confederali e, a quanto mi disse lo stesso Capaldo, dall’allora Presidente del Consiglio De Mita, di analizzare la situazione economica della Federconsorzi e dei consorzi agrari. Da quanto ho saputo l’incarico si svolse tra la fine del ’88 e l’inizio del ’89, non so dire se in esito a questa attività del professor Capaldo sia stata prodotta una relazione organica: sicuramente esistono degli studi scritti su argomenti specifici (sicuramente sui consorzi agrari)".

Lo conferma?

PELLIZZONI. Sì, signor Presidente, credo di averlo detto in altra occasione anche a questa Commissione. Ho trovato molto materiale, che era il frutto di quel lavoro; non ho trovato un documento firmato Pellegrino Capaldo, però molto materiale sì, l’ho trovato.

PRESIDENTE. Ma che fosse riferibile a Capaldo?

PELLIZZONI. Al gruppo di lavoro, nel senso che era coordinato da Capaldo.

PRESIDENTE. Quindi, questa crisi della Fedit, dei consorzi, era già di tale rilievo negli anni 1988-1989?

PELLIZZONI. Su questo ho una mia visione abbastanza precisa. Per anni i consorzi agrari hanno fatto delle rivalutazioni di bilancio (lecite o non lecite che fossero, non entro ora in questo argomento) attraverso le quali hanno coperto le perdite di esercizio. Ad un certo punto le rivalutazioni sono state fatte a livelli elevati, per cui – teniamo presente che nei consorzi agrari c’erano tre sindaci, uno espressione del Ministero dell’agricoltura, uno espressione del Ministero del lavoro e uno espressione del Ministero del tesoro – quando i sindaci hanno cominciato a dire che tali rivalutazioni (ad esempio, nel caso degli immobili) erano andate al di là dei valori di mercato, non è stato più possibile ricorrere a questo strumento. In quel momento i consorzi agrari hanno cominciato a presentare i bilanci in passivo, e credo che la situazione abbia cominciato a preoccupare nel 1988 i presidenti confederali, i quali hanno chiesto al professor Capaldo di fare una prima diagnosi. Siccome nello stesso periodo in cui il professor Capaldo stava facendo la diagnosi per la Federconsorzi io stavo facendo la stessa diagnosi per la Fedital, dove ho trovato perdite, con bilanci in pareggio, per centinaia di miliardi (abbiamo chiuso il primo bilancio con 129 miliardi di perdite) e il professor Capaldo concluse la sua relazione, presentata in una riunione con tutti i presidenti, dichiarando che le analisi fatte erano preliminari e successivamente andavano approfondite, credo sia stato quello il motivo per cui mi hanno chiamato in Federconsorzi: per fare una diagnosi approfondita di tutto il sistema, cosa che credo di aver fatto nei due anni in cui vi sono stato.

PRESIDENTE. Lei ha dichiarato: "Il nome del professor Capaldo compare più volte nei verbali dei Comitati esecutivi: se sorgeva qualche problema veniva sentito il parere del professor Capaldo così come quello di altri consulenti come Sabino Cassese, Agostino Gambino ed altri".

Tra i consulenti della Fedit vi sarebbe stato, quindi, anche il professor Gambino che avrebbe poi assunto la veste di commissario governativo. La domanda che le voglio fare è: quali consulenze fece il professor Gambino per la Fedit prima di essere nominato commissario governativo?

PELLIZZONI. L’incarico al professor Gambino fu dato prima del mio arrivo in Federconsorzi, però consegnò al presidente e a me il suo rapporto. Lo scopo era di vedere come Federconsorzi poteva aiutare i consorzi agrari, comprando eventualmente immobili o altri beni, quando questi consorzi erano in situazioni particolari. C’erano infatti alcuni consorzi che avevano un patrimonio netto negativo e allora c’erano alcune modalità che erano possibili e altre modalità che non lo erano. Comunque, signor Presidente, io ho la relazione del professor Gambino e se vuole posso fargliela avere.

PRESIDENTE. Certamente.

A questo punto, ringrazio il dottor Pellizzoni per il contributo offerto ai nostri lavori e dichiaro conclusa l’audizione.

PELLIZZONI. Sono io che ringrazio il Presidente e la Commissione e rimango a vostra disposizione per qualsiasi chiarimento di cui possiate avere bisogno.

PRESIDENTE. Rinvio il seguito dell’indagine ad altra seduta.

I lavori terminano alle ore 14, 55.