Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo LIII

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Capitolo LIII

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Mi condannano a morte


Il Comandante della colonna francese era un tal Pontavice, uomo fiero e spietato. Giunto appena nel palazzo del Comune scrisse un decreto di morte contro di me e contro Condulmari, e comandò che venissero smantellate e incendiate la casa mia, quella di Condulmari, e quella di Cagnaroni il quale era un signore di Tolentino che comandava altrove una mano di briganti. Un tale Lantelme Commissario francese che io conoscevo ed aveva ricevuto da me qualche piacere, mi scrisse un biglietto avvertendomi di quelli ordini, e raccomandandomi di stare nascosto finché riuscisse agli amici di calmare la furia del Comandante. Quel biglietto scritto in francese, mi venne recato in campagna. Fortunatamente potei allucinare mia moglie sul contenuto, e tenere a me solo le angustie di quei momenti orribili. Vissi otto ore continue in quello stato di agonia. Non potevo allontanarmi perché la gravidanza di mia moglie non le permettevano di seguirmi, e quell’asilo lungi un mezzo miglio dalla città era mal sicuro assai. La truppa alla quale si era dato ordine di cercarmi poteva scuoprirlo facilmente, e sopratutto era da temersi che i soldati diffusi a saccheggiare le case di campagna giungessero alla nostra. Noi li sentivamo già nei contorni, e se venivano chi avrebbe difesa la moglie mia? Essa per un dono della Providenza, non apprese quel pericolo; mio fratello ed io tenevamo le nostre sciabole nascoste sotto la paglia, ed eravamo in accordo, se i Francesi rispettassero mia moglie dargli quanto avevamo, ma al primo cenno di insulto combattere, uccidere e morire.

Il mio ottimo amico Antici secondato dal francese Lantelme venne fratanto perorando la causa mia, e siccome tutti rendevano ragione alla mia condotta, il decreto della mia morte fu revocato. Giuntomi questo annunzio spedii un servitore alla città perché noleggiasse tre Francesi i quali ci accompagnassero nella strada, non volendo arrischiarmi senza scorta in riguardo a mia moglie. Arrivati coloro ben presto, partimmo, e con noi molti cittadini che in quelle ore si erano adunati attorno di me, quantunque io nol gradissi perché la moltitudine poteva adombrare la truppa che stava sparsa nella campagna. Mia moglie e gli altri volevano che recassimo con noi alquanto bagaglio che avevamo in quella campagna, ma io volli lasciarlo tutto assolutamente. Temevo che l’aspetto di persone cariche di robba tentasse l’ingordigia di qualche pattuglia che potevamo incontrare e non sapevo quanto potessi fidare nella nostra scorta, o quanto gli altri soldati potessero rispettarla, perché la garanzia che quella ci prestava era spontanea, e non autorizzata da verun comando. Bensì quei tre giovanotti mi servirono bene e fedelmente, e si rimisero alla mia discrezione, avendo ricusato di pattuire la loro mercede. Li tenni in casa tre giorni, e quando partirono gli donai cumulativamente cinquanta scudi, e dieci altri scudi da parte a quello che era il capo fra essi. Pochi momenti dopo la nostra partenza la casa del ricovero nostro fu saccheggiata, e la nostra albergatrice sessagenaria non fu rispettata. A questa non seppi che fare, ma il suo buon marito ebbe tanto da me che gli compensò gli incomodi della mia permanenza, e i danni sofferti nel saccheggio. Buona parte della robba lasciatavi da noi andò a male, ma non tutta, e la perdita non fu grande. Allora però atteso lo sbigottimento, non sapevamo quello che avevamo lasciato, ma ce ne siamo accorti in seguito, cercando in casa diverse cosuccie inutilmente. Il villano albergatore nostro, mi disse che i soldati avevano rovesciata una bigoncia di piselli secchi prendendo accuratamente alcuna cosa nascostavi; allora ricordai che vi avevo nascosto un oggetto di valore ma non potei ricordarmi quale fosse. Probabilmente fu un gruppo di denaro perché altramente col tempo mi sarei accorto della mancanza. Per molti giorni stimai perdute duodeci posate e qualche altro utensile di argento ma al tempo della mietitura il buon villano me le riportò avendole ritrovate fra il grano, dove nessuno rammentava di averle nascoste.

Arrivati in casa spedii una scorta a condurre mia Madre col resto della Famiglia, e mentre ci assidevamo a tavola per pigliare un po’ di ristoro, ecco un biglietto del mio cognato Antici il quale mi inculca di uscire di casa al momento e andare in casa sua provisoriamente. Col cuore nuovamente stretto andiamo, e sento che per non so quale equivoco si trattava di nuovo di incendiare la casa mia, e Antici stava nel palazzo del Comune a perorare per me. Dopo alquanto tempo tornò a cose placate, e la casa non fu abbruciata. Nemmeno lo furono le case Condulmari e Cagnaroni, colpite dalla condanna istessa, ma quelle due vennero saccheggiate, smantellate e devastate spietatamente. Condulmari salvò la vita, e Cagnaroni pure la salvò ma per morire fucilato dieci anni dopo sotto il governo di Napoleone, non avendo imparato quanto deve tenersi lontano dalle cospirazioni l’uomo prudente. La casa mia niente soffrì. Nel primo momento Antici vi aveva collocata una guardia, ma rimossane subito per ordine superiore la casa restò aperta in tutte le ore del saccheggio, e nessuno vi entrò per dono della Providenza, pietosa verso una famiglia guidata da un ragazzo, e che non faceva male ad alcuno. Il saccheggio mi costò le poche cose perdute in campagna, alquante camicie rubbate alla lavandaja e un cavallo che ricomprai per cinque scudi.

Il suono delle campane a martello era abborrito, ed anche temuto assai dai Francesi. Vennero tutte abbassate, e molte spezzate, e vendute a prezzo vilissimo. Questa mala sorte toccò alle quattro campane della torre nostra comunale, le quali formavano il concerto più armonico della provincia. Nel giorno istesso il comandante Pontavice colpì la città nostra con una imposizione di guerra di molti cavalli e buoi e di quattordici mila scudi pagabili nel termine di 24 ore. Io venni tassato per mille scudi. Quella giornata però era stata così burrascosa, e si erano corsi tanti pericoli, che io trovandomi oramai sicuro della vita, non volli affligermi per questa nuova calamità, e rimisi al domani il pensarci. Ho sempre ritenuto che ad ogni giorno basta la sua malizia, e però cenai, e dormii tranquillamente.

Nel giorno seguente, 26 di giugno, quelli che dovevamo pagare parzialmente li scudi 14 mila prendemmo un po’ di concerto, e si concluse di pagare a piccole somme, stentatamente, e più tardi che si potesse. Il danaro mancava naturalmente, e poi ritenevamo che per debito si imprigiona ma non si ammazza. Io però avevo una spina nel cuore che mi inquietava. Gli insurgenti entrando in Macerata vi avevano eletto Governatore il sig. Giulio Conventati, uomo provetto, e riputato saggio generalmente. Nella sera in cui gli insurgenti vennero qui e mi fecero Governatore, millantando essi di avere in Macerata Artiglieria e Truppa regolata, scrissi a quel segnore per ottenere notizie e lumi, e siccome la lettera poteva cadere in mano dei briganti, la scrissi con qualche espressione analoga al momento. Conventati mi rispose che in Macerata le cose andavano in confusione come qua, e non ci fu altro fra noi, ma quella lettera mia restata colà poteva compromettermi, e mi teneva agitato. Inoltre come io avevo scritto a lui, egli poteva scrivere a me, e la lettera cadendo in mano dei Francesi poteva rovinarmi. Un povero giovane di qui, di cognome Balletto, accusato da malevoli, di avere recata una lettera sospetta, non so dove o di chi, venne preso e archibugiato senz’altra formalità in questo giorno medesimo. Questo fatto sparse una costernazione generale.