Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo LIV

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Capitolo LIV

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Vengo arrestato e poi rilasciato


Sulle ore venti una pattuglia venne ad arrestarmi, senza palesarne il motivo. Non dirò come stasse il mio cuore, e quali fossero il pianto di mia moglie e l’agitazione della famiglia. Arrivato fra le Guardie al Palazzo Comunale mi confortai sentendo essere causa di quell’arresto il pagamento ritardato della Contribuzione, e trovando colà diversi altri arrestati per la ragione istessa. Si tenne duro quanto si poté, ma venne usato ogni mezzo per atterrirci e obbligarci a pagare, e mi parve che qualche cittadino, subornato probabilmente dal Comandante, si dasse moto per indurci a sollecitare il pagamento. Si dichiarò che ci terrebbero là senza letto e senza cibo, e si minacciò di chiuderci nelle carceri publiche, ma non ci arrendemmo per questo. Sostenevamo di non avere denaro, e pretendevamo che essendosi trovata la città nostra aperta, disarmata e pacifica non si potesse sottoporla ad una contribuzione di guerra. Probabilmente era così, e si sollecitava per non darci tempo di ricorrere alle autorità maggiori. Io volevo parlare col Comandante, ma ne venni distolto narrandomisi che in Ascoli quegli cui toccò la sorte mia di essere Governatore in un momento di insurgenza, volle presentarsi a questo Pontavice, il quale senza dargli luogo a discorsi gli cacciò la spada nel ventre e l’uccise. Non so se tanta atrocità fusse vera, ma non conveniva esporsi al pericolo di rimanere sventrato, e quel crudo aveva sempre la spada nuda in mano, e quando aveva da scrivere la teneva coi denti. Il timore giunse a tanto che alcuni degli arrestati preparandosi a morire si confessarono ad un sacerdote arrestato con noi. Si venne a dirci che pagando una somma a conto avremmo ottenuti sei giorni di tempo a pagare il resto, ma resistendo noi tuttora, e credendosi forse che l’esempio mio influisse nella fermezza degli altri si mandò un distaccamento di venti soldati a stare in casa mia e tenervi arrestate in una camera, mia Moglie e mia Madre. Vedendo però che neppur questo bastava venne loro insinuato destramente che procurassero di farmi tornare a casa al più presto, giacché si parlava malamente di me per l’uffizio di Governatore e per la lettera trovatasi al Balletto, e non conveniva tenermi in più lungo pericolo di essere avvertito dal Comandante. Era tutto impostura ma quelle povere donne furono prese da tanto spavento che mi mandarono argenti ed altri oggetti bastanti al valore di mille scudi, scongiurandomi di pagare e uscire di là senza ritardo. Bisognò dunque risolversi. Avevo un po’ di denaro, e senza consegnare le cose suddette pagai 507 scudi, firmai per gli altri scudi 493 una cambiale pagabile fra sei giorni, e rimasi libero. Anche gli altri vennero liberati ai patti medesimi pagando chi più chi meno in tutti un po’ più di settemila scudi. Si intende in moneta fina curta. Un Cittadino nostro andò in Ancona, ed ottenne dal Generale la condonazione del resto e la restituzione delle cambiali. Io null’altro pagai, ma quel Cittadino non dimenticando sé stesso fece con quelle cambiali un certo pasticcio, e per lo mano si compensò della contribuzione pagata da lui. Il più di questo compenso andò a carico del convento di s. Agostino. Questa soverchieria mi vieta di ricordarlo come benemerito della patria. Qualunque altro avrebbe ottenuto lo stesso e avrebbe proceduto con lealtà maggiore.

Quattro o cinque giorni dopo il saccheggio sofferto da noi una colonna di qualche centinaro di Francesi si recò sopra Macerata insorta anch’essa e occupata dai briganti, ma quella città si tenne con le porte serrate, e fece un po’ di strepito sulle mura, sicché i Francesi non fidandosi di assalirla retrocederono, pieni però di sdegno e giurando vendetta e sterminio. Io vivevo sempre inquieto temendo che al Governatore di Macerata venisse il capriccio di scrivermi, e temevo inoltre che avanzando nuovamente gli insurgenti e ritirandosi i Francesi in Ancona, prendessero ostaggi da Recanati nel qual caso era certo che non mi avrebbero preferito. Non potendo allontanarmi assai perché mia Moglie era vicino al parto andai a Loreto con essa e vi stetti quattro o cinque giorni. Quella dimora era meno esposta per me, e sopratutto mi allontanava da tanti oggetti i quali mi ricordavano i terrori sofferti. Bisogna fuggire quell’aria in cui si cadde infermo, e molto più nelle ammalatie dello spirito giova allontanarsi dal luogo in cui nacquero e incrudelirono. Quella breve permanenza in Loreto fu per me un balsamo salutare, e ne tornai ristorato. In quei giorni i Francesi furono nuovamente sopra Macerata, ed essendone stati respinti come la prima volta si prepararono ad assalirla con forze capaci, e a darne un esempio memorabile.