Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo LVIII

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Capitolo LVIII

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Si propone la difesa di questa città


L’effervescenza popolare si aumentava in tutte le parti, e lo Stato dei Francesi si rendeva ogni giorno più precario. Al comandante Du Guercy ne venne sostituito un altro chiamato De Coquerelle. Costui concepì la strana idea di chiudere la città nostra, e di metterla in istato di difesa, non so se per frenesia, per zelo o per avere un pretesto di far denari. Con quell’intendimento adunò nel Palazzo publico un’assemblea di tutti i principali possidenti della città, non esclusi i Preti più ricchi, e i superiori dei Conventi. Eravamo ottanta all’incirca. Disse il Comandante «che le orde dei Briganti si avvicinavano, e bisognava determinarsi ad un partito. Restare indifesi ci avrebbe esposti ad esserne invasi, alle tirannie loro e alle reazioni successive delle armi republicane. Pensare alla resistenza non si poteva senza il concorso nostro. Egli avrebbe ottenuta una buona mano di truppe ma noi avremmo dovuto chiudere e fortificare esteriormente la città, adunarvi quantità di villani obbedienti e fedeli, armarli, armarci, e tenerci pronti a combattere. Su di ciò volere egli che si deliberasse fra noi». La materia era delicatissima, e il parlare in qualunque modo comprometteva. Accudire alla difesa era delirare, tradire il nostro cuore e la nostra coscienza e dar mano alla rovina nostra. Controdirla era esporsi a venire dichiarato inimico della Republica, e quindi ad una serie di calamità interminabile. Tutti sentivano le angustie di quella situazione, e tutti tacevano. Io pure le sentivo e sentivo di più che mi compromettevo maggiormente per le circostanze passate, ma risolvei di parlare. A me parve di farlo per sola generosità e zelo della patria, ma forse mi lasciai spingere da imprudenza e vivacità giovanili. Comunque fusse parlai così: «So che in questa circostanza il parlare è pericoloso perché lo sono ambedue i partiti fra i quali ci resta la scelta ma il cittadino Comandante ci ha chiamati qui per discutere non per tacere, e nei pericoli della patria bisogna aiutarla col consiglio anche a fronte di qualche rischio. Altronde dicendo il mio parere liberamente faccio onore alla lealtà del comandante che invitandomi a proferirlo non ha inteso di tendermi un aguato. Chi è di noi che non abborrisca l’invasione dei briganti e l’anarchia terribile che la siegue? Chi è di noi che fidi nelle forze loro, e nelle loro promesse? Potremo essere di diversi partiti; potrà alcuno fra noi amare il Governo del Papa o di altro Principe più che quello della Republica, ma l’anarchia, il disordine, le rapine, e le stragi non si amano da alcuno, e tutti, poveri o ricchi, ecclesiastici o laici, aristocratici o democratici preghiamo la providenza di allontanare questo flagello da noi. Possiamo però allontanarlo noi stessi? Con quali forze, con quali mezzi, con quali speranze? La città nostra è aperta da tutte le parti e non ha un palmo di mura. Serrare e munire un ambito di quattro miglia sarà l’opera di un momento, e sarà una spesa comportabile da un popolo estenuato? E se queste mura sorgessero per incantesimo con quali artiglierie potremmo guarnirle? E se anche ci trovassimo forniti inaspettatamente di mura, di cannoni, di armi e di provisioni di ogni sorta, con quali braccia respingeremo l’aggressione degli inimici? Cittadini non ci inganniamo, e non tradiamo noi stessi, e la brava truppa che potrebbe venire a difenderci. Il popolo è attaccato al Governo Pontificio, e si persuade che gli insurgenti vengano a ripristinarlo. Col nostro esempio, con le esortazioni, con l’autorità riusciremo a contenerlo, ma non dobbiamo comprometterci presumendo di farlo combattere contro il suo cuore. I briganti avanzano a nome del Papa, ed hanno le immagini di Maria Vergine e di sant’Antonio sui loro stendardi. Se armeremo il popolo contro di essi, rivolgerà le armi contro di noi, ci chiamerà eretici, e giacobini, e periremo vittime della nostra imprudenza. E se i soldati Francesi, invitati da noi a difendere questa città periranno, la Republica non si chiamerà tradita da noi, e non vorrà vendicarsi del sangue loro? Cittadini, la guerra deve farsi dai soldati, e gli abitanti devono esserne spettatori tranquilli. Se la Republica stima conveniente e provido il difendere questa Città, lo faccia e noi concorreremo ad approvigionare i soldati, e a mantenere la quiete nel popolo. Se per il momento le armate republicane non credono opportuno il resistere, molto meno potremo assumere noi stessi una resistenza vana, incauta e pericolosa. Speriamo che gli insurgenti non verranno sin qua; e se verranno, e se dovremo esserne dominati un’altra volta, sarà pur bene che non vengano irritati contro di noi, e che vi sia chi goda la stima loro e del popolo. Si vide nello scorso mese quale uso venne fatto della benevolenza popolare, e come fu giovevole a molti. Stringiamoci come fratelli. Rendiamoci giovevoli reciprocamente le opinioni in cui siamo presso il popolo, e presso il Governo, salviamoci tutti, e con una risoluzione imprudente non ci esponiamo tutti a perire».

Questo discorso piacque a tutti i cittadini, e molto più perché la causa loro si era trattata ed essi avevano salvate le spalle. Continuando a salvarle restarono in silenzio, e solo un sordo mormorio di approvazione si fece sentire. Il Comandante e i suoi Aiutanti stettero alquanto pensosi ma non si dimostrarono irati. L’Assemblea venne sciolta, e non si parlò più di difesa, né io ebbi molestie per averla dissuasa.