Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo LXVII

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Capitolo LXVII

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Morte del mio zio Luigi


Un dolore gravissimo seguì quella poca allegria che avevo provata in questi incontri, poiché pochi giorni dopo tornato a casa perdetti il mio zio amatissimo Luigi. Portandosi sanamente, ed avendo rimarcata soltanto qualche difficoltà di respiro nel caminare in salita, inaspettatamente la notte che precedé il giorno ... di Aprile venne assalito da un affanno mortale, che fece subito disperare della sua vita. Dichiaratosi la infermità sua idrope di petto, e sopportatasi da lui con ilarità e coraggio ammirabili per più che sette mesi, quando per lo sgorgo di acque copiosissime dalle gambe, ricuperata la libertà del respiro, e la facoltà di giacere tranquillamente sembrava null’altro mancargli a guarigione intiera senonché il riacquistare le forze, per mancanza appunto di queste morì la sera delli ... Novembre nel 1799, in età di anni ... Il mio dolore fu grande, ma egli commutò senza meno le miserie di questa terra con le allegrezze del cielo perché la vita sua fu un esercizio continuo di virtù maschie, e tanto più commendabili quanto erano da lui meno ostentate. Nato con un naturale aspro e risentito e fattasi una legge di soggiogarlo in tutti gli incontri, scelse per suo modello il mansuetissimo santo Francesco di Sales e tanto seppe imitarlo, che di quella sua scabrosa natura non solo cancellò ogni traccia dai costumi, ma la cancellò ancora dal volto il quale era effigiato serenamente. E come in questo, così in ogni altra passione o affetto studiò sempre di violentarsi, sicché venuta a morte la Madre sua che lo predileggeva fra quindici figli, volle assisterla nell’agonia e raccomandargli l’anima, e volle pure pontificare la Messa, e farne l’esequie presente il cadavere, quantunque questo sforzo gli costasse una ammalatia mortale. Assunto di buon ora il carattere sacerdotale si impegnò assiduamente in esercizii proprii del suo ministero, ascoltando le confessioni, ed assistendo gli infermi, e quantunque di queste opere non avesse altra obbligazione fuori di quanta ne hanno comunemente tutti i sacerdoti, teneva nella sua camera attaccata al muro, una campanella e faceva che una corda legatavi pendesse in tempo di notte sulla strada publica, acciocché ognuno potesse chiamarlo liberamente. Ebbe sempre desiderio di una vita ritirata e regolare, e finalmente lo sodisfece nel 1786 vestendo l’abito di s. Filippo in questa congregazione della quale fu superiore più volte. Temendo i conflitti dell’agonia bramava di morire per un colpo apopletico, e in quell’ultima infermità confortandolo io a sperare dalla intercessione del suo gran protettore San Francesco di Sales il riacquisto della salute, mi rispose che avendolo sempre richiesto di una morte subitanea, e in luogo di questa toccandogli di succhiare a piccoli sorsi il calice della morte, non voleva domandargli altra grazia particolare, e si rimetteva al Santo che meglio conosceva quanto convenisse più alla sua salvezza eterna. Questo desiderio però di morire subitamente richiedeva una perseveranza costante nelle disposizioni che sono necessarie per quel gran passo, e che le sue fossero sempre tali lo dimostrò in quella notte nella quale assalito come dissi da un affanno terribile passò inaspettatamente dalla sanità all’agonia e quasi dal secolo all’eternità. Riavutosi alquanto da quel parosismo mortale, il suo confessore padre Paolo Sala per insinuazione del medico, lo avvertì che l’insulto poteva replicarsi e lo consigliò di ricevere il santo viatico, ed egli aderì prontamente. Mentre si andava a prenderlo nella Chiesa dicendogli il confessore se voleva confessarsi rispose di non averne bisogno, e così comunicatosi, come egli credeva, per l’ultima volta, restò aspettando tranquillamente la morte la quale per altro tardò più di sette mesi. In quella infermità penosissima nella quale non proferì neppure un lamento solo esercitò sempre il suo ministero confessando nella sedia e nel letto, e morì veramente da buon soldato con le Armi alla mano perché amministrò il Sacramento della penitenza fino ad un’ora innanzi al morire. Con un foglio privato mi instituì erede del suo mobiliare, avendo già donati i beni alla primogenitura domestica, e mi raccomandò di perpetuare in famiglia la devozione verso San Francesco di Sales. Io lo raccomando alli figli miei, perché godano la protezione speciale di quel Santo amabilissimo, e perché corrispondano al desiderio di questo mio tanto amato congiunto. Egli fu il terzo che io perdei in quest’anno 1799. Carlo, Paolo, e Luigi.