Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo LXXVII

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Capitolo LXXVII

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Conto dell’amministrazione annonaria


Durante la mia amministrazione della Annona frumentaria tutti i proprietarii di terre ebbero ordine di vendere al Comune l’intiero raccolto rispettivo, trattane solamente la quantità necessaria al consumo delle famiglie loro ma non tutti obbedirono perché pagandosi dal comune i generi ad un prezzo molto minore del prezzo commerciale, ognuno procurò di darne il meno che poteva, ed altri assegnarono il raccolto minore del vero, altri accusarono un consumo maggiore del giusto, ed altri infine ricusarono apertamente di consegnare tutta la quantità annunziata. Io feci quanto potei accioché il peso venisse ripartito egualmente, ma il turbine delle circostanze era troppo impetuoso perché si potesse accudire a tutti i dettagli, e le leggi istesse erano vacillanti. Si venne dunque provedendo alla meglio, come si fa nel naufragio in cui chi si può salvare si salva, e mi contentai di tenere i conti assai chiari onde in momenti più riposati si potessero riassumere quelle indagini alle quali non si aveva potuto accudire nel tempo di quel gran disordine. Alcuni cittadini, per altro, credendo di avere contribuito all’annona più di alcuni altri, e temendo che questi andassero immuni di qualunque emenda, avanzarono ricorso al Governo della Provincia, contro di essi e probabilmente contro di me. Io avevo già dati tutti i miei conti al Comune, e sospettai di qualche nuovità, vedendo che i sindacatori tardavano di approvarli. Feci un po’ di strepito perché si censurassero se lo meritavano, o si approvassero, se non dovevano condannarsi, e tutti i Deputati sindacatori pronunziarono unanimente la sentenza in piena lode della mia gestione. Per altro pochi momenti dopo sottoscritta quella sentenza arrivò un ordine del Governo della Provincia il quale comandava, che sospesa qualsivoglia operazione relativa all’annona si spedissero colà due Deputati, e con essi i conti annonarj per addottarsi in proposito le disposizioni opportune. Il Magistrato incaricò di questa missione il marchese Roberti e me stesso.

Era Governatore della Marca Monsignore Testaferrata, adesso Cardinale, il quale abbenché saggio, e buono, aveva concepita una opinione svantaggiosa di questa Amministrazione e forse di me. Io non lo conoscevo. Presentandomi a lui in Macerata ed esibendogli i conti richiesti, egli tutt’altro immaginando fuori che di parlare con l’amministratore dell’annona, ricevé quelle carte quasi schernendole, e disse che verrebbero bene scrutinate. Quella trista accoglienza che si faceva al risultato delle mie povere fatiche mi riscaldò, e risposi con fermezza che Monsignore potrebbe scrutinare quei conti quanto volesse, ma infine avrebbe la bontà di lasciarli come stavano, perché erano l’opera di un galantuomo, e non abborrivano la luce né temevano la censura. Il Prelato conobbe allora l’impudenza sua, e replicò brevemente che si farebbe giustizia, ma forse conservò un po’ di sentimento per il troppo fuoco adoperato da me, e desiderò di trovare qualche difetto nei conti per potermene punire. Deputò egli in Macerata una congregazione incaricata di esaminare la gestione di tutte le Annone di Provincia, e rimessisi a quella i miei conti parve che quei signori, adulando il desiderio del superiore, volessero ritrovare a qualunque costo una strada di molestarmi. Serbarono silenzio più mesi, ancorché di qua si scrivesse continuamente per ottenere una definizione senza la quale non si potevano effettuare i comparti della rimessa, e pagare i creditori del publico. Finalmente nel principio di Novembre venne qua il computista della congregazione deputata, e mi presentò otto o dieci quesiti domandandomi la soluzione di quelle difficoltà vere o supposte. Mi propose ancora di compilare il conto in altro modo, presentando i risultati medesimi con un giro diverso, ma ributtai sdegnosamente quella proposizione, volendo che il mio conto si approvasse come era, e feci bene perché altrimenti molti avrebbero giudicato che il primo conto fosse stato infedele. Operai ancora prudentemente volendo sciogliere le difficoltà, propostemi in presenza del magistrato, perché le mie risposte, e le ragioni mie non venissero travisate. Il computista rimase appagato intieramente, riconobbe che la mia amministrazione era stata attenta ed onorata in tutti i punti, e dichiarò che la sua relazione sarebbe stata favorevole a me intieramente. Il briccone fece tutto il contrario, e sull’appoggio appunto della relazione di lui spontanea, o suggerita, due giorni dopo ritornarono i conti con la sentenza della congregazione Maceratese, la quale mi condannava a pagare quasi ottomila scudi.