Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo LXXVI

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Capitolo LXXVI

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Sicurtà


Sento un po’ di vergogna nel ricordare un fatto accadutomi in quest’anno, ma non voglio tacerlo accioché i figli miei, o chiunque altro leggerà queste memorie apprenda a non obbligare mai se stesso per altri, poiché chiunque fa sicurtà vende la propria persona, la sua robba e la sua libertà senza ritirarne il prezzo, e si espone ad una serie innumerabile di dispiaceri. Agli amici doniamo pure liberamente finché si può, ma la sicurtà non deve farsi né agli amici, né ai fratelli, né per rispetto umano, né per alcuna sorte di compassione, essendo della più indubitata certezza che ogni sicurtà è seguita dal pentimento. Il giorno 4 di Maggio di quest’anno 1801 entrato nella mia camera un basso ufficiale di soldati, mi presentò una carta che io lessi, e vidi essere un mandato di arresto contro di me per la somma di duemille e cento scudi. Alcuni anni prima mi ero reso fidejussore del sig. Ugo Luigi Urbani, e non avendo esso pagato il suo debito alla scadenza, il creditore lasciando in pace lui che difficilmente avrebbe potuto pagare, si era rivolto contro di me, e mi faceva la brutta burla di farmi arrestare inaspettatamente. Allora si potevano stipulare certe scritture o polize dette spiritate, con le quali si otteneva il mandato non già citando il debitore personalmente ma attaccando la citazione in Roma alla porta del Tribunale. Di tal sorte era la poliza che io avevo firmata senza conoscerne l’importanza, e non mi rammentavo più neppure di averlo fatto, sicché la intimazione del soldato fu per me un colpo di fulmine. Sbigottito, e quasi disperato per la situazione mia, e per il rammarico conseguente della famiglia, mi raccomandai all’ufficiale, e lo trovai più umano o più accorto di quanto dovessi aspettarmi poiché si contentò di differire la esecuzione due giorni. Egli non avrebbe potuto farlo, e in quel tempo io poteva o ritirarmi in una chiesa, o partire, ma quell’uomo ebbe compassione di me, e forse conobbe bene che per quella somma non avrei compromessa la mia libertà, e molto meno la mia parola. Fratanto dandomi io tutte le premure per accumulare quel denaro, spedii pure al creditore implorandone respiro, ma lo negò crudamente, e già il soldato stretto da nuovi ordini non poteva più differire, quando io accozzata la somma la pagai intieramente alli 6 del mese suddetto. Al soldati diedi alquanti scudi in regalo; egli fu contento di me ed io di lui.

Il sig. Urbani il quale approfittando della inesperienza mia giovanile, mi aveva messo in quel brutto intrico, si condusse da galantuomo successivamente, e si adoperò di buona fede per restituirmi la somma come fece; ma ciò seguì dopo molto tempo, ed io da questo fatto riportai gravissimi danni, senza contare le angustie crudeli di quei due giorni, fra i più crudi della mia vita. Nulladimeno quella sicurtà non fu l’ultima fatta da me, perché il buon cuore e la compassione, viziosi anch’essi quando eccedono, mi strascinarono a farne alcune altre, delle quali pure ho pagata sempre la pena, quantunque non tanto rigorosamente. Anzi nell’anno seguente 1802 lo stesso creditore che aveva ordinato tanto crudamente l’arresto mio, ebbe bisogno di me, ed io conoscendolo appena, mi obbligai per lui nella somma di scudi 500, e poco mancò che non li perdessi. Non so se quel tratto mio fu generosità, orgoglio, o follia; so bensì che il Signore vorrà perdonarmi le offese che ho fatte alla sua maestà, perché io ho perdonato sempre e perdono di cuore le offese che ho ricevute.