Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo LXXV

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Capitolo LXXV

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Abolizione delle Annone


In questo tempo il sommo Pontefice Pio VII emanò la sua legge o Moto proprio, con cui abolite le Amministrazioni annonarie, e tutte le antiche restrizioni commerciali, ordinò che ognuno potesse fabricare o vendere il pane a suo talento, ma in proporzione al prezzo del grano senza rimessa veruna delle Comuni. Il cardinale Consalvi ha indubitatamente rovinato lo Stato nostro sottoponendolo ad una moltitudine di instituzioni inutili e dispendiosissime, popolandolo di una folla di ufficiali che divorano senza prò le sostanze publiche, e rendendo familiari fra noi tanti generi esotici di imposizioni che formano la nostra attuale infelicità, e che probabilmente non verranno più dimenticati. Nulladimeno se egli fu, come credo, l’autore di quella legge che abolì le Annone, e revocò il preteso diritto del popolo di essere mantenuto dalle Comuni, egli ha pareggiato le partite, e tutti i debiti che egli ha contratti contro la prosperità economica dello Stato rimangono saldati. Il publico doveva mantenere il popolo non solamente di pane, ma di vino, di olio e di carni, e questo abuso era la desolazione delle città, e il terrore dei magistrati; e le immense somme che si ingojavano dalle annone ad altro non servivano che ad alimentare il monopolio, a rendere audace e infingarda la plebe, e a corrompere il costume in molti modi. Una sola parola pronunciata saggiamente dal Sovrano bastò a distruggere questo disordine per sempre. Alcuni esclamarono contro questa providenza della quale non conoscevano il valore; altri tenevano per certo che il popolo si sarebbe sollevato nella abolizione di un uso che appariva il garante della sua sussistenza, ma, perché alle nuove raccolte naturalmente il prezzo dei generi scemò alquanto, e perché il Governo usò un po’ di fermezza, tutto procedé con tranquillità somma, e delle annone non si è parlato più. Beati noi e beato il cardinale Consalvi se quella legge fosse stata l’unica operazione del suo ministero.