Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XII

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Capitolo XII

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La lingua latina deve studiarsi



Se al tempo nostro non fosse contrario al buon gusto e al buon tuono il parlare di Religione e specialmente di quella di Gesù Cristo direi che la lingua latina, se non per altro, dovrebbe venire apprezzata sommamente, e coltivata diligentemente perché è la lingua della Chiesa Cattolica. Di fatti non solo è dignitoso e conveniente assai che si conservi una lingua destinata espressamente a parlare con Dio ed a trattare delle cose divine, ma la conservazione di questa lingua nella sua purità e nella intelligenza di molti fedeli è indispensabile, perché la usarono i primi padri e i Canoni della Chiesa, perché alcune questioni e materie non sarebbero decentemente trattate in una lingua intesa dal volgo, perché nelle versioni dei sacri libri fatte in lingua latina trasfuse la provvidenza quella forza e quelle dolcezze che sarebbe vano di ricercare nelle versioni fatte in alcuna delle lingue volgari, e finalmente perché essendo la Religione Cattolica presieduta da un capo solo, e diffusa in tutte le Nazioni del mondo deve avere per necessità una lingua universale intesa in tutte le parti, altrimenti le basi della Fede, le opere dei Padri, le dichiarazioni e gli ordini del Sacerdote Supremo tradotti successivamente dall’uno all’altro idioma, rimarrebbero corrotti ben presto e non si manterrebbero in quella unità e purità nella quale appunto li conserva, parlando umanamente, l’unità della Lingua di cui si serve la Chiesa. Ma per non disgustare la letteratura del secolo, facciamo conto di non essere Cristiani e parliamo come parlerebbe un Cinese, un Turco, un Filosofo dei nostri giorni. La lingua latina deve impararsi perché contiene una quantità di bellezze tutte sue proprie che non si trovano e non si troveranno mai in veruna delle lingue viventi e chi non è al caso di gustarlo è privo e sarà sempre privo di una fonte abondantissima di diletti. La lingua latina deve studiarsi per essere al caso di leggere nel proprio originale le opere stupende di ogni genere che in quella lingua vennero scritte e che mai verranno gustate nelle traduzioni, poiché un’opera tradotta è lo stesso che un abito rivoltato. La lingua latina deve studiarsi perché le regole grammaticali che servono ad apprenderla servono anche successivamente ad apprendere ogni altra lingua, perché nella grammatica si include molta logica e si va con essa aprendo la mente dei fanciulli, e perché la disposizione, le frasi, e i modi bellissimi della lingua latina servono con molta utilità a formarsi il gusto e lo stile nelle altre lingue, e segnatamente nella lingua italiana. Finalmente e principalmente la lingua latina deve studiarsi perché serve alla comunicazione dei lumi delle idee, degli avvenimenti, e degli affari fra le persone alcun poco colte in qualunque nazione del mondo. Coloro che hanno cercato di screditare lo studio della lingua latina o per voglia rabbiosa di novità, o perché intendevano di recare astutissimamente larga ferita alla religione cristiana, hanno sentito il vuoto che lasciavano in tutto l’ordine sociale, ed hanno pensato al compenso fantasticando da più anni intorno al progetto di una lingua universale. La cosa come ognun vede riuscirà facilissimamente, essendo impresa da nulla il concordare mille milioni di uomini che stanno sopra la terra e il persuaderli a consumare il tempo e l’ingegno per imparare quattro sberlazzi inventati da un Filosofo Pulcinella di Italia di Germania, o di Francia. E dopoché questo Pulcinella Filosofo avrà composto il suo alfabeto geroglifico, e trovate nei campi della luna le radici della nuova lingua, immaginati i nomi i verbi e tutte le altre parti della orazione, stese le regole e i precetti grammaticali, compilato il dizionario di tutte le parole cavate dal suo cervello, istituite centomila stamperie perché riempiano il mondo dei nuovi scritti; dopoché in una ventina di secoli futuri i Ciceroni, gli Orazi, i Sallusti della nuova lingua ne avranno proposti i modelli nei campi d’opera rispettivi, e tutte le biblioteche saranno piene di libri scritti in questa lingua astratta, e tutti i fanciulli dell’universo in luogo di annoiarsi con il, lo, la, si annoieranno con le nuove Filosofiche Tiritere, quale sarà il risultato di tutto questo travaglio chimico, e veramente pulcinellesco? Forse verrà smentito il decreto di Dio che confuse la favella degli uomini per umiliare la superbia loro e per altri fini imperscrutabili della sua sapientissima provvidenza? No Signor Filosofo mio, no; il decreto di Dio resterà in vigore, con vostra buona licenza; gli uomini intenderanno e parleranno soltanto la lingua della propria nazione; e se vorranno intendere e parlare altre lingue dovranno travagliare a studiarle, perché al mondo chi non fatica non mangia, e molto meno si acquista verun genere di dottrina. Se dunque per imparare la nuova lingua, volere o non volere, bisognerà studiarla e passare a marcio dispetto per le strette grammaticali, siamo là dove ci tiene adesso la lingua latina, e il distruggere questa lingua che oggi è universale, che moltissimi sanno, che ha venticinque secoli di anzianità, che vanta tanti modelli di perfezione e nella quale sono scritti tanti milioni e milioni di libri, per correre dietro ad un’altra lingua universale che ancora non è inventata, che però nessuno conosce, e che non ha né un modello né un libro buono o cattivo, sarebbe un accesso maniaco come quello di chi avendo un palazzo vasto bello, ben fabricato e fornito di mobili e di ogni comodità, abbrugiasse tutto per fabricarne un altro simile senza avere una piccola pietra con cui cominciare il nuovo edifizio.