Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XLIV

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Capitolo XLIV

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Speculazione mal riuscita


In quest’anno 1798 mi venne la idea pazza di speculare come viene a tutti quelli che si trovano disestati, i quali sentendosi incapaci di riequilibrarsi coi mezzi che possiedono, immaginano di poterlo fare con quelli che non hanno, e comunemente cadono in rovina maggiore. Bisogna correre con le gambe proprie, e chi non può farlo, correrà sempre meno con quelle degli altri. Oltre di ciò il commercio e le speculazioni fanno per quelli che vi sono educati nell’infanzia, e che hanno acquistate quelle direzioni, quella prattica, quel colpo d’occhio, quella frugalità e quella tolleranza che costituiscono un commerciante. Un signore che vuole diventare mercante tutto in un tratto è come un medico o un teologo il quale voglia essere al momento generale di armata. Guai a quel proprietario cui viene il prurito di speculare. Uno spazzino con due paoli di capitale nella sua cassetta potrà negoziando diventare millionario, ma un signore con centomila scudi in fondi, mettendosi a negoziare, se non lascerà presto il negozio, si ridurrà miserabile. Mi ha toccato di imparare anche questa verità a spese mie. Con un po’ di denaro della dote comprai duecento rubbia di grano, ed altre due o trecento rubbia le comprai in debito, pagando l’uno e l’altro circa dieci scudi ogni rubbio. Unito questo al mio ne avevo mille rubbj, e con mille rubbj di grano a mia disposizione credevo di fare gran cose. I castelli in aria si succedevano nella mente mia come le onde nel mare tempestoso. Il grano saria cresciuto di prezzo, e lo avrei venduto almeno quindici scudi. Questo prodotto cambiato in cedole doveva darmi sessanta o settanta mila scudi. Con una porzione di questa somma avrei pagati tutti i miei debiti, con l’altra avrei comprate terre, o acquistati censi fruttiferi, o fatti altri rinvestimenti. La riuscita di questi progetti era infallibile, ma fratanto il prezzo del grano calò, ed anzi per un cero monopolio del Governo non ci era chi lo comprasse, e bisognava cadere sotto una certa compagnia Terziani che lo acquistava per l’Annona di Roma a sette scudi e mezzo fini ogni rubbio. Era agente di questa compagnia il sig. Giacomo Borghi di Loreto il quale però non dava denaro ma soltanto cambiali pagabili fra due mesi, garantite bensì dal principe Doria e da altri nomi rispettabili di Roma. Il bisogno era arrivato, i miei castelli in aria avevano precipitato, e convenne risolversi a vendere come si poteva. Scrissi in Roma per sapere se quelle cambiali erano sicure e mi venne risposto che si pagavano puntualissimamente. Combinai dunque il contratto col Borghi, ma nella matina istessa in cui egli mi spedì le cambiali per scudi 7500 ricevetti altra lettera da Roma in cui ritrattata la prima asserzione, mi si avvertì che il credito di quelle cambiali incominciava a vacillare assai. Rimandai dunque le cambiali al sig. Borghi dicendogli che non volevo saperne altro, ed egli tacque o per discretezza, o perché lo strepito che avrei fatto non iscreditasse la sua moneta maggiormente.