Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XLV

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Capitolo XLV

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Mio arresto in Ancona


Vendei alla meglio duecento rubbia di grano, ma crescendo sempre la necessità di vendere l’altro, mi raccomandai al canonico Vincenzi di Ancona, il quale mi propose di venderlo a quel Comune. Con le comunità era un brutto impicciarsi e non volli darlo, ma il canonico suddetto mi offerì di comprarlo in proprio nome. Gliene vendei ottocento rubbia a scudi sette e mezzo fini, ed egli mi sborsò ottocento scudi, promettendo di ricevere il grano dentro novembre, e di pagare allora li scudi cinquemila e duecento residuali. Fratanto il prezzo del grano calò. Venuto il tempo della consegna scrissi per avere il denaro, ma quel canonico mi replicò che non voleva mantenere il contratto. In sostanza il canonico, senza che io lo sapessi, aveva contrattato per il Comune, ignoro con quali patti, e per mala fede del Comune, o perché quei patti non erano chiari, egli, forse involontariamente, mi usava quel tratto vergognoso. Io conoscevo lui solamente, e scrivevo, minacciando di chiamarlo in giudizio, quando eccoti un ordine del generale francese comandante in Ancona diretto al comandante di questa piazza, cui si ingiungeva che mi obbligasse di restituire sul punto li scudi ottocento ricevuti, overo mi spedisse arrestato in quella fortezza. Non esitai un momento e solo domandai di andarvi senza l’accompagno della forza, ciò che questo comandante accordò cortesemente, previa la sicurtà fatta per me pure graziosamente dal Presidente di questa Municipalità, allora Giovanni Tati sartore. Alla mia buona moglie tacqui la causa del mio viaggio per non angustiarla, ed ella si contentò di non so quale pretesto gli addussi ancorché mi vedesse partire con un tempo orribile, e con un ghiaccio nelle strade che faceva paura. In quegli anni giovanili il persuaderla era facile; adesso mi leverebbe le lettere dalle tasche, mi farebbe un processo, metterebbe a rumore tutto il paese se io gli tacessi la causa di un sospiro, e in fine del conto saprebbe quello che le giovava di ignorare.

Giunto in Ancona, mi venne insinuato che un certo avvocato Grassan poteva molto col Generale, e di fatti interessato da me mi distolse dal presentarmi al Forte, e promise che il mio affare saria sbrigato fra due o tre giorni, pagando cinquanta scudi. Tentai più volte di parlare col Generale, ma non mi riuscì, ed un aiutante che stava in anticamera mi diede buone parole, ma volle che me ne andassi sollecitamente. Conobbi che quella clausura del generale era affettata, ma per non guastare di più i fatti miei mi rassegnai a dipendere dall’avvocato. Fra due giorni recatomi a trovarlo mi mostrò un foglio del generale con cui revocato il primo ordine, mi lasciava libertà di vedere le ragioni mie in giudizio. Sborsai li cinquanta scudi e stendendo la mano per prendere il foglio, colui li ritirò dicendo che li cinquanta scudi erano per il generale, e ci volevano tre doppie per lui. Non bastò il promettere; bisognò andare alla locanda a pigliarle, e, consegnate le tre doppie, ebbi il Rescritto. Quel Grassan era un Greco, e mi trattò da Greco.

Lasciai la causa in Ancona in mano di un Procuratore, e venni strapazzato lungamente non so se da lui, dal Tribunale, o da ambedue. Infine quando il prezzo del grano rialzò, e mi conveniva meglio non darlo, si spedì la causa, e due deputati del Comune di Ancona vennero a pigliare il grano e lo pagarono. Avvanzo ancora le spese della lite, e il compenso dei molti danni, ma non mi compliva promuovere un’altra istanza al rischio di incontrare una altra prigionia. A conti fatti quanto mi avrà costato quella speculazione commerciale? Io non lo so, ma senza meno si trattò di qualche migliaro.