Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XVI

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Capitolo XVI

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Miei primi affetti



Due anni appresso stando io sul finire l’anno sedicesimo, mia madre mi condusse in Pesaro a rivedere la sorella e i congiunti e per una ammalatia sopravvenutale si restò colà otto mesi all’incirca. Credo che prima di quell’epoca l’aspetto di qualche donna mi avesse ricercato alquanto il cuore, ma quelle impressioni passaggere non mi avevano né turbato né occupato lungamente. In Pesaro sentii per la prima volta i palpiti dell’amore e là pagai il primo tributo di ambascie e di lagrime a quel sentimento soavissimo, che l’onnipotenza creatrice infuse nella natura per delizia dell’uomo, e che le colpe dell’uomo convertono in sorgente inesausta di pianto, e di sventure. Non tacerò il nome della donna che amai perché amori più semplici e più innocenti mai vennero nudriti, e niente in seguito ha ottenebrato il candore di quelle Fiamme. Sono già ventotto anni che non la vedo, e forse non dovrò più vederla; forse in tanto tempo non avrà più sentito o ricordato il mio nome, ma se sapesse che adesso scrivo di lei potrebbe sorridere senza rimorso alla memoria della nostra corrispondenza. La contessa Teresa Ondedei Zongo superstite ed erede unica della sua famiglia viveva sola in casa con la compagnia di una educatrice; ma raccomandata dal Padre defunto alla Marchesa Mosca mia Ava era con essa frequentemente, e singolarmente alla conversazione della sera. Eguali di condizione e di età, spesso vicini al passeggio al tavolino e al circolo, io mi innamorai perdutamente di lei, e credo che essa non restasse indifferente. Tutti conoscevano il nostro Amore e tutti ne parlavano, ma noi comunicandocelo collo sguardo solo, non ebbimo il coraggio di palesarcelo con la voce, e si osservò costantemente un silenzio lungo singolare e inopportuno. Il romperlo non era la sua parte, ed io che lo risolvei mille volte fra me stesso, e che non temevo di vedere sprezzate le mie dichiarazioni, ero poi nell’atto tanto lontano da quell’ardire, quanto lo sarei adesso dal recarmi sulla strada pubblica ad assassinare i passaggieri. Il pudore della gioventù e della innocenza corroborato da una educazione squisitissima in questo punto, opponeva alla mia passione un ostacolo insormontabile; e morendo di pena continuamente, sarei morto mille volte di ferro piuttostoché superare la mia vergogna. Questo pudore, e non ridano coloro che hanno creduto di vedermi o sperimentarmi ardito assai in cose di altra natura, questo pudore mi ha scortato in tutta la vita, e sotto questi rapporti sono stato sempre un fanciullo. La mia buona Nonna che conobbe l’amore reciproco perfettamente, poteva secondarlo e preparare una unione da stringersi fra un paio di anni con piena convenienza di tutte le parti, ma temé troppo il mormorio di chi potesse chiamarla parziale per avere maritata ad un suo nipote la giovane ereditiera che dipendeva da lei in qualche modo. La madre mia carissima dipendeva dalla madre sua, e poi non era tagliata al maneggio degli affari. Altri che potevano con una parola formare forse la felicità di due creature, senza ledere le convenienze e lo stato delle Famiglie, non seppero, o non vollero farlo per fini secondari, e si cercò piuttosto di rendere difficoltoso lo stringimento di un nodo che sembrava suggerito da tutte le circostanze. Nulladimeno si sarebbe stretto certissimamente senza la mia vergogna e la mia inesperienza. Una sera un cavaliere probo e gioviale sedendo vicino alla Damina mi chiamò e mi disse alla sua presenza «Poiché tutti lo sanno confessami qui che tu fai all’amore colla contessina Teresa». Io con le brace nel volto dissi, «Non è vero», e fuggii; la giovane se ne offese, e quel momento che poteva legarci per sempre fu la tomba della nostra corrispondenza. La damina cominciò a non curarmi, io di lì a poco venni ricondotto alla Patria, e tutti i miei sospiri, i miei pianti, i pensieri, le veglie, li sguardi, le lusinghe e i delirî amorosi andarono a collocarsi nel mondo delle follìe. La Providenza non aveva decretata la nostra unione e ciò fu senza meno per il nostro meglio, ma mi compiaccio di potere rammentare quei tempi senza rimorso.