Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XVIII

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Capitolo XVIII

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Le prime idee dei giovani devono venire osservate e dirette



Quelli però che ho narrati furono i più piccoli mali recatimi dalla dimora in Pesaro la quale mi cagionò altro danno gravissimo e incalcolabile che nessuno conobbe e che io ho avvertito solamente dopo venti anni. Il marchese Mosca mio zio educato nella Corte di Parma pareva che volesse imitarla, e quasi emularla in casa sua dandosi un trattamento più da principe che da privato. Numero grande di cavalli di carrozze, e di servitù; appartamenti splendidi; ricevimenti e trattamenti continui; villa nobilissima e villeggiature numerose; e tuono, e tratto di signor grande. Egli aveva senza meno più sostanze di me, ma riputandosi le famiglie nostre di grado eguale, e l’ambizione mia naturale, e l’inesperienza giovanile non permettendomi di fare le distinzioni opportune, mi andetti imbevendo di quelle idee, e presi l’abitudine di giudicare che quello né più né meno dovesse essere il tuono e l’impianto di un galantuomo. Il marchese Mosca, ancorché ricco assai, disestò e quasi rovinò la sua famiglia; io datomi poco appresso a ricopiarlo retrocedei fra non molto, e potei conservarmi in piedi, ma con le gambe peste talmente che ne risentirò il dolore e la debolezza per tutta la vita. Calcolare le situazioni nelle quali si mette la gioventù, osservare le impressioni che ne riceve, e proporgli destramente le riflessioni opportune, è anch’esso un ufficio di quelli che la presiedono. Se alcuno allora leggendo nell’animo mio, ciò che non doveva essere troppo difficile, mi avesse detto doversi ognuno misurare con le sue forze; essere io meno ricco del zio e però non doverlo proporre a modello del mio contegno; potersi bensì vivere da galantuomo e da signore con qualche cavallo, e con qualche servitore di meno, ma non essere né da galantuomo né da signore né da saggio il disestarsi senza bisogno preparando a sé medesimo e alli figli proprî un avvenire infausto, forse avrei sentito quel discorso acerbamente, ma meditandolo poi mi sarei astenuto da qualche errore che ha servito ad amareggiare tutto il rimanente dei giorni miei. In età più tenera avendo sentite alcune parole da bettola proferite da chi non era bettoliere, ne ripetei una alla presenza di molti senza saperne il significato e solamente per darmi tuono di uomo. Il conte Broglio, buon amico di casa, me ne riprese in privato con molto garbo, e quella riprensione che mi accese di rossore, mi allontanò per sempre dal pericolo di sentirla replicata. Tanto può nei giovani la correzione quando vien fatta opportunamente, e quando si sa dimostrargli che la hanno meritata.

Tornato alla casa paterna nel gennaio del 1793 ripresi il metodo primiero di vita, di studio, e di occupazioni, ma già i trastulli puerili non erano più di gusto mio, e già anelavo con ansietà a quel momento in cui avessi potuto disporre liberamente di me, e delle sostanze mie. Veramente avevo sedici anni e mezzo, e non più, e quell’età vuol essere ancora tollerante della disciplina, ma le circostanze, l’educazione o forse il fervore della natura avevano fatto correre le idee mie più che gli anni. Privo di Padre prima di terminare un lustro, e fin d’allora considerato e chiamato padrone solo di casa, il desiderio di esercitare questo dominio mi si era familiarizzato da molto tempo, e persuaso vantaggiosamente assai della mia capacità, e da nessuno illuminato in proposito, mi stimavo capacissimo di qualsivoglia gestione, e mi pareva che tale dovessero stimarmi tutti. Ricordo che appunto nel giorno 16 Agosto, in cui terminai l’anno quattordicesimo esaminai le Instituzioni di Giustiniano e il testamento di mio Padre per conoscere se già mi competeva l’amministrazione dei beni miei. Della legge non fui scontento, ma la disposizione Paterna uccise le speranze, perché quell’uomo saggio aveva ordinato non doversi amministrare da me il patrimonio fino all’età di venticinque anni compiuti. Non devo però dipingermi peggiore di quel che fui lasciando credere che senza quel vincolo testamentario sarei corso a pigliare il regime delle mie cose strappandole di mano a chi le amministrava per me. Al contrario, avevo tanto rispetto per mia Madre e per li miei congiunti che prima di scompiacerli sarei rimasto sottomesso alla podestà loro per tutta la vita; ma andavo contentandomi con quei pensieri, e poi contavo sommamente sulla loro condiscendenza. Questa era grandissima per verità, e ne risentivo ogni soddisfazione onesta, ma il danaro mi mancava sempre, e mi mancava oltre il giusto, perché nella profusione di tutto, non avevo mai alla mia disposizione due paoli di contante. Questa mancanza sul confine della gioventù riusciva insopportabile estremamente e me ne redensi con ogni mezzo possibile. Al mio ottimo Prozio, amministratore del patrimonio, rubbai del mio o del suo non so, tutto quello che potei, e credo che in più volte e in più anni, io e mio fratello con cui andavo di accordo perfettamente, gli avremo rubbati circa scudi trecento. Agli altri congiunti non ho toccato un soldo, e facendolo avrei stimato di rendermi infame: con quello però non avevo scrupolo, o perché supponevo mio il denaro presogli, come credo accadesse ordinariamente, o perché la sua cordialità grandissima e sviscerata mi attribuiva quel coraggio. Venti scudi mi imprestò Tomassa Caporalini antica donna di servizio che mi aveva custodito bambino e mi amava pazzamente, e quaranta scudi mi imprestò Luigi Tiberi decano fra i servitori di casa. Con questi ajuti, che dividevo sempre cordialmente con mio fratello, pervenni alla gioventù della quale mi accingo a trattare, lasciando un po’ di carta bianca per quelle cose che posso avere dimenticate riferibili ad epoche precedenti.