Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XIX

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Capitolo XIX

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Deve rispettarsi la volontà dei defunti


Il mio prozìo canonico Carlo aveva compiti ottanta anni, e tanta età gli rendeva grave il peso di tutta la amministrazione domestica. Inoltre egli era generosissimo del suo denaro, ma procurando di economizzare il mio saggiamente, alcuni tratti di questa economia non piacevano, e venivano malamente attribuiti ad imbecillità senile. Mia madre e li miei zii non ambivano di ingerirsi nella gestione patrimoniale, ed io smaniavo di diventare effettivamente il padrone di casa. Tutto dunque congiurava a farmi ottenere il mio intento per disgrazia mia, e non sorse una mano generosa e saggia che allontanasse dalle mie labbra quel calice che ingojato come nettare soavissimo, doveva amareggiarmi tutta la vita. Coll’accordo dunque di tutta la famiglia si supplicò il Papa di derogare alla disposizione paterna autorizzandomi ad amministrare il mio patrimonio nella sola età di diciotto anni, e si fecero panegirici dei miei talenti e della mia condotta, che per verità né questa era cattiva né mi mancavano quelli, ma mi mancavano il giudizio e l’esperienza che non si acquistano se non con l’età. Non ci era però bisogno di tanto essendo oramai triviale, almeno in questo Stato, che i vivi non rispettino e non osservino le disposizioni dei morti. Che qualche volta con ragioni preponderanti, e calcolate severamente si prescinda dagli ordini dei testatori sta bene, perché anch’essi vivendo avrebbero cambiati gli ordini loro in vista di quelle ragioni, ma che il Principe supremo tenga bottega aperta di deroghe, e che con cinque scudi si compri da ognuno liberamente l’annullamento inconsulto delle disposizioni testamentarie più saggie e provide è un abuso di potere, una superchieria pratticata con tutto il genere umano defonto, ed un sovvertimento dell’ordine sociale. Se le leggi umane dalle quali soltanto emana il diritto di testare, vogliono moderarlo, lo facciano alla buon’ora, e dicano che tali e tali disposizioni non verranno riconosciute. Ma se le volontà dei trapassati si vogliono sacre in diritto, lo siano ancora in fatto, e cessi il prurito scandaloso di accordare tante dispense sconsigliate. Una riforma di idee in questo punto ed una osservanza di rispetto costante per le disposizioni dei maggiori conforterebbero la fiducia dei maggiori, conforterebbero la fiducia dei viventi nei loro posteri, inviterebbero tante utili instituzioni che più non si fanno per tema ragionevole di vederle violate, e sottrarrebbero quantità di famiglie dalla rovina alla quale vengono condotte per la intemperanza attuale di deroghe. Inoltre il rispetto alla volontà dei morti consoliderebbe la nostra fede insegnanteci che essi vivono e formano tuttora una Chiesa e una famiglia con noi, laddove calpestandone ogni giorno i comandi più religiosi e più saggi mostriamo o di credere che mai più dovremo rivederli, overo mostriamo di avere perduto ogni sentimento di umanità per essi. Figli miei, che leggerete forse queste memorie, rispettate le giuste volontà dei vostri maggiori. Rispettatele perché la età li aveva resi più saggi di voi, perché la natura gli dava il diritto di consigliarvi, perché la giustizia o l’equità gli accordava il potere di disporre delle cose loro, e perché le disposizioni di essi non poterono avere altro scopo che il bene vostro. Rispettatele perché dovrete rivedere i padri vostri in quella carne istessa alla di cui caducità avete pianto, e non vi piacerà di comparirgli in faccia come trasgressori dei loro comandi estremi. E voi padre mio saggio e amorosissimo perdonate la mia inobbedienza e compatite i trascorsi di quella età. Se voi foste vissuto fino a questo giorno, che pure lo potevate in vecchiezza non rara, io vi avrei amato, rispettato, temuto e obbedito sicuramente come vi obbedii nel primo matino della vita ma la vostra morte immatura mi lasciò come polledro senza freno, e come barca senza nocchiero. Errai per imbecillità e per orgoglio, ma l’offesa della vostra potestà paterna è stata vendicata perché di quell’errore ho portata pena gravissima, e la porterò finché non sarò congiunto con voi nel sepolcro.

Ottenutosi dunque il rescritto sovrano che derogava alla volontà di mio padre io nel giorno 4 di settembre del 1794 assunsi la amministrazione del patrimonio, e il regime assoluto della Famiglia, avendo diciotto anni, e diciannove giorni di età. Ho avuti parecchi figli ed ho avvicinati e scandagliati molti giovani, ma ho da vederne ancora uno solo al quale nella età di diciotto anni si potesse affidare il maneggio di un solo affare importante. Pertanto o io ero allora la fenice fra tutti gli uomini, o lo fui dopo fermandomi nel precipizio, e riparando alla meglio li spropositi innumerabili che dovevo fare, e feci pur troppo, trovandomi in quella età padrone assoluto delle mie sostanze, e di me. Bensì per esserlo interamente mi mancava un passo, e rimasi di gelo quando mia Madre mi annunziò che con tutto il rescritto dovevo uscire in compagnia del pedante, non essendo bene che un giovane uscisse solo in tanto poca età. Questa intimazione fu un colpo di fulmine perché aspettavo la mia libertà impazientissimamente, e non potevo persuadermi che un capo di casa dovesse andare a spasso col prete. Non so se tutti i giovani sentano quella voglia con tanta ardenza, ma so che oggi Padre già di duodeci figli fra morti, e vivi, magistrato nel mio paese, consumato negli affari e correndo nell’anno quarantottesimo sento tuttora grandissima compiacenza vedendomi nelle strade solo e senza il pedante al fianco. Nulladimeno obbedii mia madre senza replicare, ma vergognandomi di essere veduto come fanciullo, restavo comunemente in casa col pretesto degli affari o dello studio. Dovevo fra pochi giorni prendere stallo nel Consiglio o Reggimento della città, e le convenienze e gli interessi della famiglia esigevano non di rado il mio intervento personale, sicché per verità quel ritegno era fuori di luogo, ed io me ne vergognavo tanto maggiormente quantoché tutti vedendomi padrone della robba mi supponevano ancora libero nella persona. Una matina del gennaio seguente, e credo nel giorno di sant’Antonio, uscii di casa col permesso di mia Madre per fare alcune spese nella fiera, e mi accompagnò il ministro di casa in luogo del pedante. Al ritorno entrai nella Chiesa di sant’Agostino per ascoltarvi la Messa e il ministro anch’esso ci entrò, ma siccome mi riconosceva padrone e non si immaginava che essendolo di lui non lo fossi di me, disse qualche orazione, e partì lasciandomi solo. Tornai dunque a casa solo per necessità, e stetti qualche giorno indagando scaltramente se mia madre aveva saputo questo mio ritorno solitario, e se le era dispiaciuto, ma accortomi da non so quale discorso suo che mi supponeva già libero feci un salto di allegrezza sterminatissima, presi il cappello, e: «Addio pedante mio caro, tu non mi aggranfi mai più».