Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XX

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Capitolo XX

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Cenni sul mio carattere


In questo modo entrai nel mondo e incominciai a vivere a conto mio, giacché sino a quel momento ero vissuto sotto la direzione e responsabilità di quelli che mi avevano educato; ma prima di descrivere la mia nuova vita voglio richiamare un poco quale era allora il mio carattere, e quali erano le circostanze che valevano a determinarlo. Avevo senza meno un capitale amplissimo di massime oneste, e di educazione pulita frutto delle instituzioni del mio ottimo maestro, dell’esempio dei miei congiunti e del conversare con essi. Devo dire per onore della verità che i principî di religione e di onore, e i modi nobili e generosi erano ereditarî nella mia famiglia, tantoché i congiunti miei li trasfusero in me senza avvedersene, ed io mi trovai possessore senza fatica di tutto quello che occorre per costituire un galantuomo. Avevo ancora un cuore ottimo e grande quanto una piazza, e questo cuore è rimasto sempre così ad onta dell’abuso che altri ne hanno fatto, e dei danni che la sua troppa espansione mi ha recati. Avevo pure molta docilità alla forza della ragione, e se alcune volte sono apparso ostinato è stato perché si volle soverchiarmi con l’autorità, e non si seppe dimostrarmi che avevo il torto. Il mio impegno di operare ragionevolmente andava agli estremi, e non mi determinavo ad una operazione quantunque triviale se non mi ero persuaso che quella cosa era giusta e doveva farsi così. Probabilmente avrò adulate le mie passioni talora, ma non di rado mi sono privato di qualche sodisfazione innocente perché non mi sembrò ragionevole. Ricordo fra le altre cose come sentendo trasporto di possedere un anello di valore, perché mi sembrava che una gemma nel dito desse idea signorile a chi la portava; pure mi astenni sempre dall’acquistarlo perché l’anello era un ornamento superfluo, e stava fralli principî miei potersi usar lo sfarzo nei mobili e negli arredi necessari, ma disdire all’uomo il caricarsi di ornamenti vani come si fa coi cavalli. Viceversa queste buone qualità venivano bilanciate da un orgoglio smisurate che le troppe lodi datemi nella adolescenza avevano fomentato, e che mi rendeva ambizioso di superare tutti in tutto. Non ero già altiero e superbo volendo anzi nome e vanto di mansueto e popolare, perché la superbia ripugnava alla mia ragione; perché la natura mia che allora non conoscevo era mite, perché i miei congiunti mi avevano dato sempre esempio di mansuetudine, e infine per avere sentito da essi che la famiglia nostra fu sempre popolare, e amica del popolo e amata da lui. Queste idee e quelli esempi mi furono di utile grande perché fino d’allora ne contrassi abitudine di trattare con tutti amichevolmente, di prevenire gli eguali col saluto e di renderlo agli inferiori generosamente, di mai arrogarmi la preminenza cedendo anzi il posto e la mano a chiunque, e di fare che qualunque parlasse con me ne rimanesse contento. Con questi modi che mi erano o mi si resero naturali ottenni appunto la benevolenza costante del popolo e il rispetto suo inalterabile, tantoché in varie occasioni potei dirigerlo e dominarlo con vantaggio suo e del paese. Negli anni della rivoluzione, quando i legami dell’ordine sociale erano tutti spezzati, e la plebe e i poveri sedotti dal nome di libertà e di uguaglianza insorgevano contro i nobili e contro i ricchi, io ragazzo tuttora di vent’anni, mi cacciavo in mezzo al popolo sollevato, e gli levavo le armi, e gli imponevo di ritirarsi tranquillo ai suoi focolari. Mai ebbi dal popolo un insulto, o un disprezzo, ed oggi in ogni migliaio di cittadini ne saranno due che non mi amano per invidia o per altro riguardo privato, ma se alzassi la voce tutti i recanatesi verrebbero dietro di me, e seguirebbero il mio volere ciecamente. Nulladimeno ho detto che nell’esordio della mia gioventù ero dominato dall’orgoglio, e lo ero effettivamente e lo sono tuttora, quantunque gli anni, l’esperienza e le avversità mi abbiano insegnato a dominare, e forse a nascondere solamente questa passione. Come si leghino nell’animo mio, orgoglio e mansuetudine, io non lo so, ma so che non sono altiero, non sono collerico, amo tutti, non cerco vendette, faccio bene a chi mi fa male, e tuttavia sono orgoglioso. Il cuore dell’uomo è un abbisso ed anche lo sguardo proprio è di rado puro abbastanza per penetrare nel fondo di quella oscurità. Forse l’orgoglio mio è più fino di tutti e si compiace nel vanto di quella mansuetudine, di quella calma, di quella longanimità, che in questo caso non sono più virtù ma satelliti dell’ambizione.