Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XXXIX

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Capitolo XXXIX

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Matrimonio mio



Nella matina delli 27 settembre 1797 sposai nella cappella di casa Antici, intervenendovi il mio caro Prozìo, il quale volle darmi anche quell’attestato di amore, quantunque alla sua età decrepita riuscisse incomodissimo levarsi, e sortire a quell’ora. Le carrozze erano già attaccate ai cavalli, e si stava già sul partire, allorché presa la sposa per mano gli dissi, andiamo a baciare la mano a mia Madre. Tutti restarono sorpresi, perché ignoravano questo proponimento, ma veruno si oppose. Arrivato ben presto alla casa mia, che sta molto vicina, salii alle camere di mia Madre. Il cuore riprese il suo luogo e lasciò poco campo alla voce. La mia ottima Madre abbracciò la sposa, ci benedisse ambedue, e ci pregò istantissimamente di ritornare al più presto da Pesaro, eccitandomi a prometterle di farlo nel termine di otto giorni. Io non lo promisi, né lo ricusai, e preso congedo da Lei passammo all’appartamento del zio Ettore. Egli ci venne incontro frettoloso e in aspetto alquanto agitato, sicché conoscendo la vivacità del suo naturale tememmo, non so di che. Dove andate, mi disse, e risposi, veniamo ad usarvi un atto di rispetto e baciarvi la mano. Dove andate, soggiunse, partendo di qui?, e replicai che partivamo per Pesaro. Oibò, replicò egli, non sarà così; la vostra sposa appartiene ora alla nostra famiglia, e voi non ce la toglierete. Andiamo dal Decano il quale sarà di un sentimento eguale. Si scese con lui alle camere del zio Pietro, e questo carissimo uomo cominciò a piangere di tenerezza, ci fece mille carezze, e condannando le opposizioni precedute, disse lacrimando, il «diavolo mi aveva preso per i capelli, anzi per la perucca giacché di capelli non ne ho più». Fratanto la sposa mi stringeva il braccio fortemente per indurmi a cedere e restare, ma io credendo che quel suo stringere indicasse il contrario, stavo forte sul partire. In questi contrasti il zio Ettore uscì di casa e se ne andò in casa Antici.

La strada era piena di Popolo, e i congiunti e gli amici intervenuti alle nozze stavano tutti alla fenestra, aspettando l’esito della nostra visita. Vedendo il mio zio quasi correre a quella volta senza cappello in abito quasi domestico, e conoscendolo assai risoluto e vivo temerono di qualche scena, ma egli salito, con molto spirito dichiarò che la pace era fatta e ordinato che si smontassero i legni, condusse tutta la brigata in casa nostra. Io avevo in questo mentre conosciuto il desiderio della mia sposa, tantoché acconsentii di restare, e tutti i tumulti preceduti finirono in allegria e pace. Nello stesso giorno venne a visitarci il zio Luigi allora Filippino, il quale si era unito ai Fratelli nella opposizione, e da quel giorno, sono ventisei anni compiti, non si è mai detta in famiglia una parola sola in memoria dei disgusti precedenti. La riconciliazione fu vera piena e perfetta quale non poteva essere con altre anime che con quelle dei miei cari congiunti. Mia moglie è vissuta sempre con essi, amandoli ed essendone amata sinceramente, come appunto se fosse nata nella nostra Famiglia. Non deve credersi però che il cambiamento inaspettato di mia Madre e delli miei zii e la accoglienza fatta da essi alla mia sposa, provenissero da incostanza o da stupidità. Forse quella tanta opposizione era eccessiva, e l’ottimo loro cuore li spingeva grandemente alla pace, ma le cose erano spinte tanto oltre che non poterono ritrarsene senza molta virtù. Messi in un puntiglio già noto non solamente alla città ma all’intiera provincia, il rinunziarlo senza apparenza di corrispettività, e in quel momento in cui dovevano essere più esacerbati, fu atto generoso, e virtuoso sommamente, tanto più raro quanto che il loro amor proprio non si velava di alcun pretesto e appariva sconfitto completamente. Ne abbiano compenso e gloria in cielo, come ne hanno sempre avuto da me riconoscenza affettuosa.

Eccomi dunque marito. Iddio nell’ampiezza della sua misericordia non poteva accordarmi una compagna più saggia, affettuosa e pia di questa mia buona moglie. Ventisei anni già compiti di matrimonio non hanno smentita un momento solo la sua condotta irreprensibile e ammirata da tutti, e questa donna forte, intenta solo ai doveri e alle cure del suo stato, non ha mai conosciuto altra volontà, piaceri, o interessi se non quelli della Famiglia e di Dio. Le obbligazioni che io le professo sono innumerabili come è illimitato l’affetto che sento per Lei, e il suo ingresso nella mia Famiglia è stato una vera benedizione. Dunque avrò io potuto sottrarmi avventuratamente a quella mano che castiga visibilmente tutti quei figli i quali disgustano i propri Genitori, e si maritano senza consenso loro? No, no. Io restai inesorabile al pianto che la mia cara Madre versò ai miei piedi, e ne sono punito terribilmente. Gli arsenali delle vendette divine sono inesausti, e tremino quei figli che ardiscono di provocarle. Il naturale e il carattere di mia moglie, e il naturale e carattere miei sono diversi, quanto sono distanti fra loro il cielo e la terra. Chi ha moglie conosce il valore di questa circostanza, e chi non l’ha non si curi di sperimentarlo.