Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XL

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Capitolo XL

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Seconda invasione dei Francesi


Tornando agli avvenimenti del tempo, i Francesi, sbrigate forse le cose loro in Lombardia, o per altri motivi che adesso non mi importa di cercare, agognavano la usurpazione definitiva di Roma e dello Stato pontificio che pochi mesi avanti gli era piaciuto di risparmiare. Non so se la Republica francese conservasse un resto di pudore, o se circostanze politiche le suggerissero di simulare, ma il fatto sta che i primi passi ostili si diedero dalla Republica cisalpina, creatura e ligia di quella, e dalle truppe sue, con pretesti ridicoli, si invasero San Leo e altre terre in quelle parti, e si minacciò una invasione totale. Si era nello Stato nostro così poveri di esperienza, e tanto ricchi di semplicità, che dalle sopraffazioni dei Cisalpini si reclamava alle autorità francesi, e se ne imploravano giustizia e difesa. Il Generale De Sollez comandante di Ancona dava buone parole a tutti, e fratanto gli inimici avanzavano tranquillamente. Quel militare ebbe fama di uomo onorato, e probabilmente soffrì nel rendersi lo strumento di quei raggiri vergognosi. Si adoperavano pure altri mezzi e nelle singole città nostre si riscaldavano gli amatori di nuovità, e si intimorivano gli abitanti tranquilli, esagerando la cattiveria dei Cisalpini, e suggerendo come unico rifugio il domandare guarnigione francese. Diversi Comuni vennero sedotti, e fra questi la città di Macerata, la quale domandò presidio al generale comandante di Ancona, e l’ottenne sui primi di gennajo del 1798. Le autorità pontificie che non poterono impedire quell’invito incauto si ritirarono in Tolentino, e la città nostra, restando fedele al Papa, corrispose col Preside della Provincia col mezzo di espressi spediti nascostamente. La simulazione dei Francesi fu tale in quei momenti, che le truppe recandosi a Macerata batterono strade traverse, e non passarono di qua perché noi non le avevamo chiamate. Il passo improvvido dato dai Maceratesi si attribuì ai suggerimenti del sig. Giovanni Lauri.

Poco tempo prima di questi fatti un tal Gambara Mercante o sensale di Ancona, noto per le sue opinioni rivoluzionarie, venne a trattare con me di non so quali affari, e lasciò cadere il discorso sulle opinioni, e sugli avvenimenti del tempo. Io non conobbi che volesse scandagliarmi o sedurmi, ma mi regolai cautamente, e risposi che avrei saputo vivere e condurmi in tutti i governi. Non pensai più a quest’uomo, quando una sera, stando già i Francesi in Macerata, Ermete figlio di Giuseppe Antonio Vincenzoni mi fermò nell’atrio di casa Roberti, e mi consegnò alcune stampe. Erano esemplari di un proclama incendiario diretto ai Recanatesi, pieno di invettive contro il Governo pontificio, e firmato «Monaldo Leopardi presidente, e Giuseppe Vincenzoni segretario della Municipalità».Questa superchieria mi punse nel più vivo dell’anima non già per timore di esserne compromesso ché in quei giorni il Governo nostro spirante si poteva offendere impunemente ma perché quel proclama indegno, ignorato affatto da me, urtava le mie massime, e denigrava in faccia di tutto il mondo il mio onore, e il mio nome. In quella gioventù e nella successiva virilità, non ho mai concepito un pensiero che disdicesse a un cristiano e ad un suddito fedele, e mai ho fatto torto alla mia Religione e al mio Sovrano. Ho conosciuti e conosco i molti errori del Governo; me ne sono dolsuto, e me ne dolgo francamente, e vorrei vederli corretti; ma il prestigio della nuovità non mi ha sedotto, le lusinghe della rivoluzione mi hanno lasciato inconcusso, non ho sieduto nel concistoro degli empi, e non ho alzata la voce dalla catedra della pestilenza. Ho vissuto libero sotto l’impero delle leggi, non mi sono avvilito a sorte veruna di adulazione, ho parlato e ho scritto francamente come uno Scita, ma ho conservate inviolate la Fede, e la Fedeltà dei Padri miei, e le lascerò ai miei figli eredità preziosa. Si può esser libero anzi deve esserlo chi non è vile, ma le basi e i confini della vera libertà sono la Fede di Gesù Cristo, e la fedeltà al Sovrano legittimo. Fuori di questi limiti non si vive liberi, ma dissoluti. Sdegnato dunque sommamente di quel proclama lo spedii a Monsignor Arezzo governatore della Marca e gli acclusi le minute di un manifesto che intendevo di publicare in difesa del mio onore, e di una lettera che volevo scrivere al generale De Sollez reclamando contro quella sopraffazione. L’ottimo prelato il quale mi accordava molta amicizia, mi persuase di tacere, perché gli scritti, che avevo immaginati nel bollore del risentimento, mi avrebbero compromesso senza profitto. Credo che autore di questo intrigo fosse quel Gambara, perché dopo l’invasione francese tornato qua come Commissario della Republica per organizzare la nuova amministrazione del Municipio parlandoglisi di me, rispose che mi aveva scandagliato, ed io non ero amico di quel governo.

Finalmente i Francesi o stanchi di quelle pantomime o meglio assicurati dalle circostanze militari o politiche, risolverono di occupare lo Stato nostro lasciandosi cadere dal volto a poco a poco quella maschera goffa con cui procuravano di cuoprirlo. Nella notte precedente alli 8 di febraio del 1798, si conobbero alcune mosse dirette ad occupare Recanati, e Loreto, e presto scapparono per la via degli abruzzi Monsignor Celano governatore di Loreto, e qualche compagnia di soldati pontificii acquartierati nell’una, e nell’altra città. Effettivamente la matina degli 8 vennero qui due colonne di truppe Francesi provenienti da Macerata e da Ancona, e si conobbero determinate a sorprendere la poca guarnigione nostra poiché arrivarono di soppiatto, e battendo strade traverse. Visto fallito il colpo spedirono alla truppa papalina tre messi un dopo l’altro assicurandola essere qui essi di passaggio e in atteggiamento amichevole, e invitandola a ritornare. Il capitano Bonfigli che la comandava, trattenne i messi, e proseguì il suo camino. Nei giorni seguenti passarono alquanti corpi di Armata comandati in capo dal Generale Berthier, e marciarono a Roma facendo sempre la smorfia di essere in amicizia col Papa, e mal velando queste ostilità aperte con pretesti ridicoli. Come poi invadessero la capitale, rendessero prigioniero il Pontefice strascinandolo in Francia, ed erigessero un Fantasma di Republica Romana, appartiene alla storia di Italia e della Chiesa, non alle Memorie di Recanati, o di me.