Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XLI

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Capitolo XLI

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Repubblica Romana


Nei primi giorni successivi a questa invasione ogni paese si regolò a modo suo, perché il Governo pontificio era abolito, e il nuovo non subentrava, né sapevamo cosa volesse farsi di noi. Bensì restando in ogni città un comandante francese, e predicandosi per tutto libertà, eguaglianza, democrazia, ogni paese dové dichiararsi Republica, e si ebbero momentaneamente tante Republiche quanti sono i Comuni della Marca. A chi non è vissuto in quei tempi farà meraviglia il sentire che moltissimi, e fra questi uomini anche saggi e buoni, credessero stabile quell’ordine di cose mostruoso, e si agitassero sul sodo per organizzare questo sciame di Potenze Republicane. I Curii, i Cincinnati, i Camilli nascevano come i funghi, e la moltitudine dei Proclami, delle costituzioni, e fino delle Monete Municipali era una scena. La città nostra restò fra le più saggie, ma anch’essa ebbe i suoi pazzi che non serve cavare dall’obblio che li cuopre. Io vissi ritirato in un cantone, e mai presi parte a governo veruno che non fosse quello del Papa. Ben presto però tutti quei mattezzi finirono al proclamarsi la Republica Romana la quale abbracciò la Marca e tutte le altre Provincie che erano restate alla Chiesa. In Recanati come in ogni altro luogo si organizzò una Municipalità, e quantunque per lo più ne facesse parte qualche uomo onesto, vi ebbero luogo, e preponderanza soggetti cattivi sicché anche alla nostra patria toccò la sua parte di guai. Il primo suo comandante fu un capitano Gillet uomo rapace e fiero che si disse averci rubati quattromila scudi in quindici giorni. Costui volendo una carrozza la chiese al Comune in dono, e ottenuto dalla Municipalità un invito diretto a me perché gliene consegnassi una mia, a notte tarda mentre stavo cenando, andò alla mia rimessa e senza complimenti con le proprie mani ne trasportò un legno che mi costava cinquecento scudi, e che non ebbi più. Il marchese Carlo Antici si rese benemerito della Patria poiché recatosi espressamente in Ancona ottenne la pronta remozione di quel malvaggio.

Il Governo francese aveva usurpato queste provincie con l’intento principale di spolparle e non mancò al suo scopo, poiché non ci è genere di depredazione che non venisse esercitato in quel tempo con la più sfacciata impudenza. Non ho volontà e memoria per descrivere tutto quello che ci toccò di soffrire, ma alcuni tratti di generosità republicana serviranno a dare un’idea di quel regime che si intitolava rigeneratore. Il Papa costretto nell’anno precedente a pagare tanta somma aveva domandati gli argenti delle chiese e dei privati, constituendone un credito contro lo Stato, ma i privati fecero quello che vollero, e le chiese vennero trattate con somma discretezza, sicché consegnarono solamente qualche superfluità. Questo risparmio però si fece per la Republica francese la quale nei primi giorni del suo dominio spogliò tutte le chiese dello Stato di qualsivoglia preziosità, e minacciandone i Rettori di morte, rubbarono tutto lasciando solamente a qualche chiesa un calice e una piside. Le cose le più sacre e i lavori più ricercati si pestavano con le mazze, e posti in grandi cassoni si trasportavano a satollare la rapacità della Republica madre, e dei cittadini commissarii suoi figli. La nostra chiesa catedrale, che niente aveva consegnato al Papa, perdé una ricchezza, e soprattutto fu lagrimevole la perdita di un altare amplissimo di argento e metallo indorato, che donatogli pochi anni prima dal vescovo nostro Mons. Ciriaco Vecchioni, formava il decoro della città, e la meraviglia dei forastieri. Il solo espositorio era alto sedici palmi e mezzo, e costava seimila scudi. Il bottino raccolto dai Francesi con questo mezzo in tutto lo stato, fu immenso.

Quasi allo stesso tempo venne un tale Haller, commissario generale delle contribuzioni, e tassò tutti i paesi senza pietà. Che titolo avesse quella contribuzione straordinaria e irregolare si ignorò, ma non era tempo di discussioni, e Recanati fu tassato per ottantamila scudi di argento. L’enormità di questa somma, e in un momento in cui non ci era moneta affatto, ci sbalordì, e non si ebbe altra risorsa che lo spedire deputati a Roma per ottenerne una diminuzione vistosa. Venimmo destinati a questa missione il Marchese Carlo Antici ed io, ma non volli assumerla per quanto me ne pregassero accaloratamente il mio suddetto cognato e mia moglie, i quali speravano potersi con quella ambasciata minorare alquanto il male umore che le autorità republicane mostravano contro di me come Aristocratico dichiarato. Io ero determinato di non rappresentare alcuna parte nel Governo usurpatore, e quantunque io sia piuttosto pieghevole nelle circostanze isolate, sono stato sempre tenacissimo nell’osservare i proponimenti che ho fatti per massima, e riconosciuto un principio non ho mai operato contro di quello. Antici partì dunque senza di me e fratanto la Municipalità nostra, dovendo prepararsi al pagamento ordinato, procurò denaro con varii mezzi, ed ottenne in prestito dal conte Antonio Carradori diecimila e cinquecento scudi effettivi. Parte però per le diminuzioni ottenute da Antici che in quell’incontro come sempre, si mostrò ottimo cittadino, e parte per altre circostanze che non mi sovvengono, si pagarono alli commissarii francesi quattromila scudi solamente, e il resto della somma presa in imprestito servì probabilmente per i minuti piaceri dei nostri Municipali.

Voglio raccontare l’esito del prestito Carradori perché si veda quanto possano al mondo destrezza o fortuna. Nel 1801 tornato già il Governo pontificio, per ordine governativo si eresse in ogni paese una deputazione la quale liquidò separatamente le somministrazioni fatte dai privati sotto il Governo francese, e quelle fatte sotto il Governo provvisorio austriaco. Il Governo nostro riconobbe e compensò le seconde, e delle prime non fece conto veruno, ma per astuzia o per azzardo il prestito Carradori passò come fatto in tempo austriaco, e il Governo del Papa lo pagò. Anzi, quando accadde quel prestito, lo scudo di argento, per momentanea disposizione del Governo, valeva forzatamente nei pagamenti tredici paoli, e però li scudi 10500 di Carradori vennero scritti scudi 13650. In seguito scordatosi quell’aumento nominale e momentaneo, la casa Carradori venne riconosciuta creditrice di scudi 13650 effettivi, e mentre tanti altri sovventori ebbero niente, quella Famiglia ottenne in saldo alcuni belli poderi nel territorio di Monte Alboddo. Quella fortuna però non gli stette male, perché, se il conte Antonio non fu soggiogato dalla paura, ebbe certo molto patriottismo somministrando tanta somma.