Azioni egregie operate in guerra/1664

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1664

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1663 1665


L’Imperatore si portò a Ratisbona. Vi concorsero gli Elettori di Magonza, Treveri, Baviera, Sassonia. Fu deliberato di mettere in campo quaranta mila Fanti, ed otto mila Cavalli, nervo di gente, abile a cacciare i Turchi dall’Ungheria se si congiungeva co’ Cesarei. Ma perché molti si lagnavano, d’essere troppo aggravati, il ribasso calò tanto, che appena arrivò alla terza parte. Molte condizioni furono aggiunte, che diminuivano le maggiori utilità, che potevano ricavarsi dal presente soccorso.

Parecchi Principi concorsero a corroborare la possanza di Cesare. Il Pontefice vi contribuì settecento mila scudi d’oro. Più d’altrettanto si raccolse dalla concessione data dal medesimo sopra i beni Ecclesiastici nelle Provincie Ereditarie. Il Duca di Firenze spedì a Trieste quantità grandissima di polvere, ed assegnò cinquanta mila Fiorini, che aveva nel Regno di Napoli, Il Re Cristianissimo, pregato con ispeciale ambasciata, vi trasmise quattro mila Fanti, e due mila Cavalli sotto i Generali Colignì, e Fogliada. Tanto poi fu il concorso della nobiltà Francese, accinta al viaggio, sicché convenne moderarlo.

D’inverno volle il Conte Sdrino, che si cominciasse la Campagna. Avidissimo di gloria, propose di saccheggiare la Schiavonia, ed occupare la Città delle cinque Chiese. L’espedizione, ventilata nel consiglio di guerra, dispiacque a tutti. Pure convenne contentarlo, perché stesse quieto. Cesare gli concedette sei mila Tedeschi sotto il Conte d’Holac, a cui aggiunse Egli dieci mila Ungheri e Croati. Espugnò la Città di cinque Chiese, non però il Castello. Trascorse al celebre ponte di Esek. Ivi il Dravo, spandendosi dal lati sinistro colle sue inondazioni, vi distende ampie paludi per più miglia. E perché il travalicarle ritardava la marcia degli eserciti, il Gran Solimano col travaglio di venticinque mila guastadori in dieci giorni vi dirizzò un ponte, lungo otto miglia, capace di sostenere il passaggio sicuro d’un’intera armata. Ove le acque sono più profonde, ivi stavano barche concatenate insieme; ma ove eravi solo pantano, o pochissimo fondo, sopra fascine, e tronchi d’alberi ben legati insieme stava disteso il tavolato. Ne’ siti, ne’ quali il terreno era più sodo, ivi s’alzavano piccoli Forti per difesa, come anco all’estremità. Sugli ultimi di Gennajo lo Sdrino superò d’assalto Darda Castello sul confine. Attaccò fuoco, e consumò tutti i materiali del ponte, ed altri apparecchiati, per ristorarlo. Quest’impresa alzò gran strepito; ma recò poco utile. Allora lo Sdrino propose l’assedio di Canissa, Piazza resa fortissima dalle paludi larghe, e profonde, che l’attorniano. Certo Ingegnere Vasberg s’impegnò, di ridurla alla resa in poche settimane. Si sperava nel Governatore, di cui spargevasi, che venuto da discendenza Cristiana, dopo apparente difesa, si sarebbe reso. Consultati i Generali, D. Annibale Gonzaga, e il Montecuccoli, si opposero con forti ragioni. Ciò non ostante volle Cesare soddisfare lo Sdrino. Assegnò sei mila de’ suoi col Conte Pietro Strozzi. L’Holac vi aggiunse tre mila, venuti dall’Imperio. Quattro mila Ungheri vi condusse il Co. Sdrino. L’Holac attaccò a Ponente: lo Strozzi a Levante. Avanzò questi a trenta passi della Piazza. Assistendo a tutto, e vedendo i suoi star addietro per sortita nemica gli fece ritornare al porto, e combattere. A’ venti Maggio fu ferito gravemente nel braccio. L’assedio andò male per più capi, cioè per l’imperizia dell’Ingegnere ne’ lavori da farsi sul terreno paludoso, per le sortite gagliarde de’ Turchi, che bruciavano in pochi momenti i travagli di fascine, e legnami, costrutti in quindici giorni, per le artiglierie capitate al Campo troppo tardi, per il poco numero degli assedianti, per la mancanza di molti attrezzi, che dovevano essere preparati dallo Sdrino, e specialmente di sacchi da empiere di terra. Il Conte Strozzi aveva predetto in avanti l’esito infelice di quell’attacco; e malamente era stato indotto a comandarvi. Vi si consumò un milione di Fiorini, e vi perirono de’ buoni Soldati. A’ primi di Giugno dopo un mese fu sciolto l’assedio. Miglior esito ebbe l’uscita in Campagna del General Susa. A’ primi d’Aprile attaccò Nitria, Città Vescovile. I Turchi si ritirarono nel Castello su un Monte, ove risiede la Cattedrale, e il Palazzo Canonicale. Un mese dopo si rendettero. Di là il Susa passò verso Levenz, dove ebbe l’incontro del Bassà di Buda. tra le angustie de’ Monti si trincierò co’ fianchi coperti dalle eminenze. Poco dopo, mancandogli i viveri, dovette decampare. Sul fiume Grana s’azzuffò co’ Turchi, e dopo un ostinato conflitto li disfece, e costrinse a ritirarsi verso Strigonia. Raccolte le vettovaglie espugnò Levenz, dove avendo inteso, che il Bassà di Buda era stato rinforzato da grosso stuolo di Moldavi, e Valacchi, accampò sul fiume Vago. Quivi ammalò di disenteria, per riaversi dalla quale si trasportò a Nitria. Lo stesso male afflisse una gran parte de’ Soldati di nuova leva. Accresciuto da maggior numero di Soldatesche, si portò al soccorso di Levenz, bravissimamente difeso dal Comandante. Alloggiò sul fiume Grana, ove animate le milizie alla battaglia, dispose l’ordinanza di sette mila Soldati. Al doppio erano i nemici, avidissimi di combattere. La Cavalleria Turcha co’ Valacchi sulla diritta. I Tartari, e i Moldavi sulla sinistra. I Gianizzeri nel centro. Il Conte Enea Caprara con ottocento Corazze, ed altrettanti Ungheri del Cohari incominciò la zuffa. Stette saldo per qualche tempo; ma poi temendo d’essere circondato, ed oppresso dal maggiore stuolo de’ Gianizzeri, e de’ Spay, dovette dar addietro con qualche perdita, e fuga de’ suoi. Il Colonnello Klokio, con un reggimento di Dragoni Brandeburghesi, uscito dal Bosco, attaccati i Gianizzeri, diede comodo al Caprara di rimetter i suoi. Il General Susa accortosi, che a quella parte la mischia era più gagliarda, vi spedì il Reggimento Knins, i Sassoni, e quattro pezzi di Cannoni. Con questo nuovo soccorso il Caprara mise in rotta i Gianizzeri, indi in fuga gli Spay, e Moldavi. Il General Haister, che reggeva la diritta con più facilità disfece i Tartari, e i Moldavi. La strage maggiore fu cagionata dagli Ungheri, che tennero dietro a’ fuggitivi. Il Duca d’Olsazia tagliò a pezzi un Corpo di cinquecento Gianizzeri, ritiratisi in luogo selvoso. Giovò molto il sito preso dal Susa con a’ fianchi un Colle, e un bosco, che impedì a’ nemici l’attorniare i nostri colla moltitudine, e l’urtargli di fianco. Esso Susa alla testa di tutti colla voce, coll’esempio infervorava i Combattenti alla vittoria. Cinquecento mancarono de’ Tedeschi. A sei mila ascese la strage de’ vinti. Il bottino fu grossissimo, e tale Soldato guadagnò il valore di dieci mila Fiorini.

La lieta novella della vittoria rallegrò la Città di Vienna, per altro ansiosa non poco, su quanto succedeva di qua del Danubio sul fiume Mura. I Generali erano discordi di parere. Le truppe discoraggite dal mal esito dell’assedio di Canissa, e la lunga assenza di Cesare da Vienna davano da temere. Camminando con languidezza gli affari, l’Imperatore volle, che il General Montecuccoli ripigliasse il comando dell’esercito. I di lui pareri non curati, l’essergli stato preferito il Conte Sdrino nell’oppugnazione di Canissa, la sede della guerra, trasportata in paese paludoso mal provveduto di viveri, e lontano dal Danubio erano ostacoli, che ritiravano il Montecuccoli dall’assumere quell’impegno. L’affezione, e l’ubbidienza, che professava a Cesare, lo determinarono ad andarvi. Quindici giorni dopo la ritirata da Canissa giunse al Campo vicino al nuovo Forte di Sdrino. Quivi ritrovò l’affare in istato peggiore, di quello erasi figurato; poiché il Gran Visir prima di battere il nuovo Forte aveva tentato di occupare cert’Isoletta formata dal fiume Mura, e da altro fiumicello. A mezzo Giugno nel levar del Sole, i Turchi su un monte dirizzarono tre batterie. Il Conte Strozzi, che ivi comandava, dubitò di qualche sorpresa, e però stette in guardia oculata. Fatta notte oscura, s’accorse, che un corpo di Gianizzeri salito su barchette con a fianchi otri pieni di vento, per sostenersi a gala, entravano nell’Isoletta con alcuni Cannoni. Lo Strozzi spedì un Capitano, valentissimo Uffiziale con cento Moschettieri, perché ne cacciasse i nemici. Questi entrato nell’acqua, rimase ferito con molti de’ suoi dalle copiose scariche de’ Turchi, e però diede addietro. Allora lo Strozzi, riflettendo all’importanza di quell’Isoletta, raccolse sopra mille pedoni . Con loro si gettò in mezzo all’acqua, salì sull’Isola, e ne cacciò i Gianizzeri coll’uccisione di più di mille, che già avevano alzati ripari di terra. Le batterie Turchesche fulminavano dall’eminenza prossima, ma non impedirono la strage degl’Infedeli. Chi fu presente al conflitto, soleva dire, che i Cristiani avevano operato più da Eroi, che da uomini, tanto era stata la fortezza, con cui pugnarono. L’allegrezza di quella vittoria fu funestata dall’uccisione casuale del Conte Pietro Strozzi. Nel mentre riceve le congratulazioni degli amici, una palla, uscita dal moschetto, non si sa di chi, lo colse nella tempia, e lo gettò tramortito da Cavallo. Fu creduto, che lo schioppo mal regolato si scaricasse da sé, come talora avviene. Dopo poche ore spirò lo Strozzi con afflizione universale di tutto il Campo. Era egli amatissimo per le egregie doti, che in lui risplendevano; ma sopra tutto per la Carità di lui verso d’ogn’uno, onde era chiamato il Padre de’ Soldati. Ad esso, come a rifugio sicurissimo concorrevano i feriti, i poveri, i miserabili. Altri ristorava col cibo, altri co’ medicamenti, altri con profusione di denaro, e tutti con amorevolissime parole. Si prendeva cura de’ mali altrui, come se fossero suoi. Voleva, che quelli, i quali lo servivano negli uffizj domestici, facessero altrettanto per gli ammalati, e bisognosi. Dispiacque gravemente la di lui morte all’Imperatore, che conosceva la di lui pietà, aveva esperimentata la di lui fedeltà, e udita la di lui veemenza nel persuadere buoni consigli. Il Re di Francia, a cui fu inviato da Cesare, nell’udirlo, ne aveva concepito degna estimazione. Quanto gran Guerriero Egli fosse, può agevolmente comprendersi da altre imprese sue, e dall’ultima qui descritta. Egli medesimo, quasi presago del suo destino, prima di partire di Gratz, annunciò a’ suoi Confidenti, che più non avrebbe riveduta quella Città. Menò Moglie, che gli fu fedelissima dopo morte. Nel fiore dell’età sua rimasta Vedova, spese oltre a cinquanta anni di sopravivenza in esercizj di pietà, per i quali si rese celebratissima.

Dopo alquanti giorni il Gran Visir si mosse all’attacco del nuovo Forte di Sdrino. Era questa una fabbrica, lavorata senza buon disegno, e in sito disavvantaggioso. Il Conte Sdrino l’aveva eretto per ricovero a’ suoi Croati, che scorrevano, e depredavano le contrade prossime nemiche. Era angustissimo, malissimo fiancheggiato, e senza fosse. Ma peggio ancora riusciva, l’essere dominato da corona di Colli, attorno de’ quali si scopriva, quanto operavasi dentro il Forte, né dal Forte potevansi praticare sortite addosso gli aprocci, che discendevano di colà quasi tutti. Gl’Ingegneri consigliavano il demolirlo, per non consumarvi gente fuor di proposito. Ma sopra tutto dispiaceva al Montecuccoli, ch’essendo il Forte sul fiume, la sponda, su cui accampavano i Turchi, s’andava alzando, e rimaneva ingombrata da’ boschi, laddove tanto il ponte, quanto la sponda, su cui erano attendati i suoi e per cui s’entrava nel Forte, giaceva in sito basso, e scoperto a’ tiri nemici. Ciò non ostante fu determinato di difenderlo alla meglio, sì in grazia dello Sdrino suo autore, sì per occupare il Visir fin a tanto che fossero arrivati i Francesi, e quelli che mandavano i Principi dell’Imperio. Il Baron Vangurio, eccellente ingegnere Francese, applicò subito a migliorarlo. Fece scavare la fossa, e in essa piantar palizzate acute. Dispose cinque guardie al di fuori, lavorò mine, e contramine. Con fuochi artificiati d’ogni genere andò ritardando gli avvanzamenti Turcheschi. Ferito Esso gravemente, sottentrò alla difesa il Baron Tassi. Ogni giorno si dava la muta al Presidio, a ripartire il travaglio. Perché poi il Visir non osasse, divalicare il fiume Mura all’improvviso, fece il Montecuccoli alzare trincee sulla propria riva dal Dravo sino a Cotariba. Pose sulla diritta i Cesarei. Sulla sinistra gli Ausiliarj. Verso la fine di Giugno gl’Infedeli, aperte gran breccie, s’impadronirono del rivellino, e presero posto nel fosso. Dopo venti giorni di difesa sostenuta dal valore più che da’ ripari, il Baron Tassi scrisse al Montecuccoli il sentimento di tutti gli Ufficiali, che consigliavano l’abbandono del Forte, il quale tutto andava in ruina. Il Montecuccoli col General Spaar passò a visitare il tutto, e sotto gli occhi suoi vide andar in aria per forza di mina nemica la faccia d’un Baluardo. Ordinò per tanto il ritiro del Cannone, e poco dopo della Guarnigione. Ma appena uscito Egli, i Turchi con orribili schiamazzi, e colla scimitarra alla mano, rovesciato un debolissimo riparo, che rimaneva, entrarono nel Forte con incredibile terrore de’ Difenditori, che postisi a fuggire verso il ponte, ritrovarono nell’acque quella morte, che temevano dal ferro ostile. Fraccassatosi il ponte, ottocento annegarono, quattrocento rimasero uccisi, o prigioni. Soli trecento si salvarono, tra’ quali il Tassi, gravemente ferito, mentre alla meglio resisteva. I Partigiani dello Sdrino inveirono contro il Montecuccoli, come avesse mal difeso il di lui Forte. Ma il magnanimo Generale, ammaestrato a non curare le vane dicerie, perché non crescessero le amarezze tra lui, e quel Cavaliere, coll’opera del Conte Pietro Sdrino di lui Fratello, esibì al Conte Niccolò, di accettarlo per Collega nel comando, se veniva al Campo. In oltre scrisse espressioni, capaci di placare il di lui animo. Il Visir, venuto a visitar il Forte, ne ordinò la demolizione. Ne’ giorni seguenti con barche, e con pontoni tentò il passaggio del fiume Mura. Ma sempre ributtato da’ ridotti alti, e da fosse profonde, fatte lavorare in faccia dal Montecuccoli. Mosse per tanto verso Canissa. Il Montecuccoli, lasciati tre reggimenti alla custodia del fiume Mura, si collocò tra questo, e il fiume Rab con ponti su l’uno, e sull’altro, per accorrere prestamente, ove versasse il bisogno. Presidiò la fortezza di Gissinga, inespugnabile per forza. Si congiunse cogli altri Ausiliarj, venuti dall’Imperio sotto il Marchese di Baden, indi co’ Francesi. Parte d’essi, venuti per Saltzburg, per la Stiria, e Rachesburg, fu applaudita da’ popoli con gran lodi, ed acclamazioni di felicità al Re Cristianissimo, la di cui insigne pietà porgeva loro quel generoso sovvenimento. Nel mentre che seguivano affettuosi complimenti tra’ Generali, giunse notizia, che il Gran Visir con quindici mila Cavalli camminava in fretta verso il fiume Rab. Il Montecuccoli, presa seco la Cavalleria, ordinò alla Fanteria di tenergli dietro al coperto de’ boschi, e de’ Monti, sparsi per quelle Campagne. L’importanza dell’affare consisteva nell’impedire a’ Turchi il passaggio di quel fiume. Premise il Baron Kussenio con Dragoni, e Croati. Questi arrivarono in tempo, ad impedire il transito al Visir: Poco dopo il Montecuccoli con somma prestezza piantò corpi di guardia a Kerment, e a Esakan, che ripulsarono bravamente con istrage gl’Infedeli. Arrivò la Fanteria Cristiana, e al Visir giunse il rimanente del suo esercito. Il Turco calò più abbasso, e il Montecuccoli gli tenne dietro. A’ trenta di Luglio le due armate si cannonarono scambievolmente. E perché la battaglia era inevitabile, il Montecuccoli distese in carta gli ordini da osservarsi; tanto più che alla riserva de’ Cesarei, le altre Soldatesche, mai non avevano combattuto contro tal sorta di nemici, quali erano gli Ottomani.

A’ trenta le armate s’inoltrarono un miglio sopra S. Gotardo. Nel marciare una squadra di Spay passò il fiume. Ma tagliati alcuni a pezzi, gli altri tornarono a dietro. Piantati gli alloggiamenti, il Montecuccoli comandò, che tutti alzassero ripari d’avanti a’ proprj quartieri, per ben munirsi. La trascuratezza d’un Uffiziale, che non ubbidì, cagionò pericolosissima battaglia. Erano i Turchi sessanta mila buoni Soldati senza i Venturieri, Tartari, e le nuove leve. Accampavano su tre Colli, affine di presentare un’apparenza formidabile. I Cristiani erano trentamila, cioè quindici mila Cesarei, sei mila Francesi, e nove mila Ausiliarj Alemanni. Si distendevano lungo il fiume in ordinanza, assai estesa, per non essere assaliti di fianco. Sulla diritta i Cesarei, sulla sinistra i Francesi con quelli di Magonza, di Treviri, di Luneburg, di Neoburg, e di Svezia. Nel centro gli Ausiliarj di Svevia, di Franconia, di Baviera, di Sassonia, di Vestfalia. Alla Fanteria Cesarea comandava il Principe Pio, alla Cavalleria il Principe Palatino di Sulzbac. A’ Francesi i Signori di Colignì, e della Fogliada. Agli Ausiliarj Alemanni il Marchese Leopoldo di Baden, e il Co. di Valdec. Con saggia prudenza regolò il Montecuccoli, che le più forti, e veterane Milizie, quali erano i Cesarei, e i Francesi, si fermassero su i fianchi, ove i pericoli sono maggiori. Quella dell’Imperio come più debole, perché nove leve, si fermassero nel mezzo. Ordinò, che ogni corpo difendesse il posto assegnatogli; e se l’assalto fosse superiore alle proprie forze, chiedesse ajuto dal corpo vicino, il quale però glielo somministrasse, non già veemente, ma a misura del bisogno, ed in modo che il sito da lui preso non venisse sprovveduto: né tanti accorressero, che ne seguisse confusione, disordine, o gara. Le rive del Rab dalla parte de’ Turchi erano più alte, e il luogo, dove seguì la battaglia, era favorevolissimo a’ medesimi. Colà il fiume Rab, in vece di scorrere diritto, s’inoltrava verso de’ Turchi con giro tortuoso, e semicircolare, formando una come penisola, lunga un grosso miglio, e larga altrettanto. Ove cominciava a piegare sulla diritta Alemanna s’alzava una Terricciuola di circa trenta Case. Sulla sinistra stava un bosco, che copriva la veduta de’ Nemici. Alla difesa di quelle sponde stavano gli Ausiliarj Alemanni con ordine di trincerarsi. Un Capitano, che guardava il terreno più inoltrato, con somma trascuratezza ommise d’alzar terra; il che fu cagione di perdersi Egli, e molti de’ suoi.

La notte avanti i primi d’Agosto i Turchi circondarono la penisola a’ siti opportuni con tredici Cannoni, che battessero di fianco gli Alemanni ; mentre essi assalirebbono di fronte. Il Capitano di guardia su quel terreno, disattento in eccesso, nulla s’avvide del lavoro. All’alba del giorno il Montecuccoli erasi portato su un’altura, per osservare le mosse nemiche. Vide alcuni mila Gianizzeri, e Spay avanzarvi verso la diritta, e ne avvisò il Generale Sporc. Questi passò il Fiume, e diede addosso a molti, che incontrò sparsi qua, e là, col riportarne trecento prigioni, ed altre prede. Tre ore avanti mezzo giorno tre mila Cavalli Ottomanni, presi in groppa i pedoni, passarono il Fiume a certi guadi, e tagliarono a pezzi il Capitano sopradetto co’ suoi. Il Conte di Valdec, che soprastava colà, ordinò al Conte Fugger co’ Tedeschi di Svevia, e con alcuni Bavari, di ripulsare i Nemici. Quelli di Sassonia, e di Franconia a cavallo dovevano sostenerli. il Fugger avanzò troppo presto, sicché lasciò addietro la Cavalleria. I Turchi finsero di fuggire, per condurre i Cristiani sotto i colpi della loro artiglieria, che doveva fulminare di fianco. Quando gli videro concentrati nel sito preteso, il Cannone Turchesco con furiose salve cominciò a battergli da un lato, ed i Gianizzeri, voltata faccia, con orribili clamori gli assalirono di fronte. Colti all’impensata i Tedeschi, e disanimati da orribili terrori, uccisi i Colonnelli, ed altri, che li reggevano, tra’ quali il Conte Fugger, si diedero a fuggire. Ma sopraggiunti dagl’Infedeli, furono in gran parte trucidati. Il Montecuccoli spinse colà il Conte di Nassau con tre reggimenti Cesarei, due di Fanti, e uno di Cavalli. Ma questi pure rincularono, malmenati dagl’Infedeli, e vi rimase ucciso il Colonnello Nassau, lo Smit ferito, e il suo reggimento a cavallo disordinato. Quella mattina una terza parte della Cavalleria Cesarea era andata a foraggio, e benché richiamata co’ soliti avvisi, ritornava lentamente. Lo spavento era cresciuto nel campo a dismisura, massimamente, perché vedevansi passare continuamente nuove schiere avversarie; e già i Gianizzeri eransi impossessati della Terricciuola detta di sopra, ed altri correvano per isvaligiare il bagaglio Cristiano. Tutti però ad alta voce esclamavano: Vittoria, Vittoria . Fuvi tra’ Capi primarj cert’uno, che col ferro alla mano corse verso del Montecuccoli, gridando, che si suonasse la ritirata; altrimenti niuno sarebbe scampato vivo. Il Montecuccoli, postosi placidamente a ridere, rispose: Come dite, che tutto è perduto quando io non ho né meno sfoderata la spada? Andate al vostro posto, e fate il vostro dovere con intrepidezza, e valore; poiché il tutto anderà bene. Esso poi Montecuccoli prese con lui i tre reggimenti a piedi dello Spar, Tassi, e la Cron Cesarei, con due a Cavallo Lorena, e Sneidau. Con questi scagliatosi addosso ai Turchi, con urto precipitoso prima li fermò, poi li ruppe; Con che diede comodo agli altri, di rimettersi in battaglia. Il Principe Carlo di Lorena pugnando alla testa de’ suoi Corazzieri con insuperabile fortezza; sei volte ributtò i Gianizzeri, i quali tentavano di superare un fosso, che teneva d’avanti. Avvertito dal Baron Tassi, che non si esponesse così all’aperto: esser egli non soldato, ma Comandante: rispose, prima che abbandonare il posto, darebbe la vita, spaccato in pezzi. Corse esso un gran pericolo, poiché certo Alfiere Turco gli spinse incontro la Lancia, con cui l’avrebbe trapassato, s’egli non avesse sfuggito il colpo, col piegare il Cavallo. Allora, avventossi addosso al nemico, e gli rapì lo Stendardo. Anche i Corazzieri di Sneidau tredici volte ripulsarono i squadroni avversarj. Tanta resistenza diede tempo al Marchese di Baden, salito a cavallo, quantunque infermo, e a’ Colonnelli Kilmansec, e Smid, di raccogliere, e di riordinare i suoi, di riscuoterli dello spavento, e di condurli a nuova carica. La sinistra degli Ausiliarj Tedeschi non aveva patito, ed erasi mantenuta ferma, e costante. Il Conte d’Holac avanzò i battaglioni, tra’ quali i Bavaresi del Nicolai, e ricuperò la Terricciuola Mekendorf. Convenne però darla alle fiamme; poiché i Gianizzeri, ivi annidati, mai non vollero arrendersi; onde convenne distruggerli col fuoco. Rimessi i fianchi in buona positura, vi rimaneva lo spazio di mezzo, da cui erano fuggiti gl’Ausiliarj dell’Imperio. Il Montecuccoli pregò il Conte di Colignì, a distaccare dal suo corpo alcuni battaglioni, e squadroni, e a spedirli a lui; acciocché tutti uniti ricacciassero di là dal fiume gl’infedeli. Il Colignì rispose, che avrebbe difeso il posto confidatogli, se veniva attaccato. Replicò nuove preghiere il Montecuccoli con grande energia, soggiungendo, questo essere il tempo, in cui il Re Cristianissimo si rendesse benemerito del mondo Cattolico, e la milizia Francese acquistasse gran gloria dopo tante spese, e viaggi fatti, salvando la Cristianità tutta, che con sommi onori farebbe applauso alla loro generosità. Piegato il Colignì, distaccò mille Fanti col Fogliada, e seicento Cavalli col Beavois, i quali con sommo ardore assalirono i Gianizzeri. Ma il Montecuccoli, scorrendo qua, e là come un fulmine, ed accudendo a tutto con somma attenzione e vigilanza, osservò tutti i volontarj Francesi accorsi col Fogliada, per battersi cogl’infedeli con somma generosità; e però trasmise a’ loro fianchi i reggimenti Austriaci del Pio, del Rappac, e dello Spic. Per sei ore si proseguì a combattere, finché la stanchezza persuase il prendere col riposo un poco di vigore. I Turchi però alzavano terra, per trincerarsi nel terreno occupato.

Il Montecuccoli, chiamati a consulta il Colignì, il Baden, l’Holac, il Valdec, ed altri, volle udire i loro consigli . Due furono i pareri; L’uno di fortificarsi, ove si ritrovavano, e differire la battaglia al giorno seguente dopo il ristoro di una notte. L’altro, di rinnovare la battaglia subito, per ricacciar i nemici di là dal fiume. Il Montecuccoli si protestò di volere, o vincere ben tosto, o morire. Replicò: Iddio ci ajuterà, e influirà coraggio. Maneggiamo i di lui interessi. Sono sei anni, che in questo giorno Cesare ricevette l’Imperiale Corona; Noi dobbiamo oggi, con gloriosa vittoria, rassodarla sul di lui Capo. Io giudico, che la vittoria sia nelle nostre mani; se tutti unitamente allora medesima congiunti d’animo, e di forze, assaliremo i nemici: chi sa cosa possa succedere in una notte, tempo di pensieri torbidi, di spaventi improvvisi, e di risoluzioni stravaganti. Nel nome del Signore andiamo a combattere. Il Montecuccoli regolò subito l’ordinanza. Appoggiò la diritta, e la sinistra alle piegature del fiume. Dispose il rimanente in figura di mezza Luna. Ordinò, che al tempo medesimo tutti lentamente colle file ben serrate tra lo sparro incessante de’ fucili, contrapponendo a’ schiamazzi degli Ottomani clamori gagliardi, assalissero. Tra lo strepito delle trombe, e de’ tamburi alla prima impressione ben regolata cominciarono a cedere i Turchi, ad abbandonare con gran mortalità il terreno ov’erano fortificati, e a rovesciarsi gli uni addosso agli altri. I più prossimi al fiume si gettarono nelle acque, senza aver tempo da esplorare i guadi per i quali erano passati, e moltissimi rimasero annegati, perché essendo le rive dal canto loro alte, e sdrucciole, difficilmente potevano salirle. Da sei mila rimasero trucidati sul Campo. De’ Cristiani più i feriti, che i morti in questo secondo conflitto. Quasi tutti i Colonnelli Cesarei rilevarono qualche colpo, tanta fu la bravura, e fermezza, con cui combatterono. De’ Francesi la maggior parte de’ Capitani rimasero feriti. Fu fama, che il General Fogliada uccidesse egli solo venti Turchi. Anche le altre truppe Ottomane tentarono il passo più sopra, ove furono rovesciate con grande uccisione da’ Dragoni, e da’ Croati. Non contenti di ciò i Cristiani obbligarono col fuoco de’ Moschettieri i Gianizzeri, ad abbandonare l’artiglieria, piantata di là dal fiume. Indi passando a nuoto, parte ne inchiodarono, parte rovesciarono nella corrente, che fu poscia condotta al Campo Cesareo. Computate tutte le fazioni, succedute per più giorni al fiume Rab, perirono sedici mila Turchi. De’ nostri nel conflitto della mattina mille ottocento quasi tutti Ausiliarj Alemanni. Il Montecuccoli ebbe uccisi quattro cavalli sotto di sé, e solo sul quinto compì la Vittoria. Di essa diede ragguaglio a Cesare con amplissime lodi a tutti i Generali, ed Uffiziali di merito. Solo di sé tacque con ammirabile modestia.

Al patrocinio speciale della Vergine Santissima professò egli dovuta la felicità dell’impresa. L’Imperatore ordinò, che in tutte le Chiese di Vienna se ne rendessero grazie solenni all’Altissimo, come si fece nel Campo all’Onnipotente Signore, e alla Beatissima Madre. Al Montecuccoli conferì la dignità primaria tra le militari col titolo di Tenente Generale. A’ Conti di Colignì, Holac, Baden, Valdec compartì regali nobilissimi. A’ Colonnelli Colanne d’oro. Furono promossi a carica maggiore D. Giberto Pio, e lo Sneidau. Oltre una paga di più a’ soldati, che conseguirono grossi bottini in denaro, ritrovato addosso a’ nemici, e in suppellettili preziose, e in armi guernite d’oro, e di gemme. I vincitori acquistarono cento, e venti tra bandiere, e Stendardi, vent’otto de’ quali caddero in mano de’ Francesi, guadagnate da loro. Molti impedimenti trattennero dal progredire a maggiori vantaggi. Pioggie foltissime empirono il fiume a tale altezza, che traboccò fuori delle rive, e inondò gran parte del piano colle trincee de’ Cristiani. Mancò la polvere. Scarseggiarono le vettovaglie. Quanto male fosse servito Cesare da’ Commissarj deputati per le provvisioni da bocca, e da guerra, sembrerebbe incredibile, se gl’Istorici nazionali non ne facessero fede indubitata, e se tutte le Corti de’ Principi, alle quali le querele delle milizie Ausiliarie furono trasmesse, non le avessero pubblicate con istupore, che non fossero castigati gravemente i prevaricatori in faccende tanto importanti. Lo stesso Montecuccoli dovette ascoltare rimproveri amarissimi assai frequenti, e aperte minaccie, intimate da’ Capi delle soldatesche straniere di andarsene. Esclamavano, essersi portati colà per combattere, non mai per morire di fame. Il Montecuccoli, armatosi di generosa sofferenza, andava tollerando; né mai tra tanti tediosi, ed importuni lamenti, uscì in parole, o fatti, che riuscissero molesti ad alcuno. Colla destrezza, tratti manierosi, e prudenza s’industriò di tenerli ben affetti a sé, ed uniti in buona corrispondenza di volontà tra di loro. Sei giorni dopo il Visir marciò verso Kement. Aveva ancora trenta mila Cavalli, non entrati in battaglia. Di là passò verso Alba Reale. Il Montecuccoli disegnava di passare il Rab, e attaccare la retroguardia. Reclamarono gli altri Generali, e dissero, che conveniva in avanti ristorare le truppe stanche col riposo, ed attendere quattro mila uomini col Principe Uldarico di Virtemberg. Sulla fine del mese l’esercito accampò tra Sopronio detto ancora Odenburg, e Guntz. Il Gran Visir accresciuto da nuove genti, passò il Danubio a Strigonia, e venne a Nayasel. Il General Susa erasi col suo corpo trincerato in vicinanza di Comorra. L’esercito Cristiano, accelerando, i passi tragittò il Danubio a Possonio, e si collocò dietro il fiume Vago, su cui gettò un ponte con disegno di portarsi a Nitria, e dar battaglia. A tal effetto raccolse tutte le truppe. Ma qui pure mancò la provianda con isdegno sommo di tutte le soldatesche, che non sapevano capire, come in mezzo alle piazze amiche con le condotte del Danubio non fosse apparecchiato, e pronto, il con che sostentarsi.

Ma già la pace era fatta, e il Montecuccoli ne ricevette l’avviso. Nel Campo del Visir dimorava l’inviato Cesareo Renninger con piena autorità, di conchiudere quello che la prudenza gli avrebbe dettato all’occorrenza. Dopo la battaglia il Visir mandò alcuni Turcimani, per intendere, s’esso voleva parlar di pace; giacché prima l’aveva proposta tante volte. Inteso che sì, a’ dieci d’Agosto si convenne a Vasvarino sul Rab in faccia a Kement con questi patti: che la tregua da stabilirsi durasse vent’anni. Si ritirassero le milizie d’ambe le parti dalla Transilvania, e continuasse l’antico stile di eleggersi il Principe da que’ Stati. Fosse smantellato Zeccheleida. Cesare rimanesse Padrone de’ due Comitati di Zatmar e Zabolc. Potesse stabilire Presidj in Onod Collou, ed altre Piazze, come anco la libertà di fabbricare sul Vago una nuova Fortezza. Con solenne ambasciata alle due Corti, e con sontuosi regali si celebrasse la concordia, e si aggiungesse fermezza a’ trattati.

Questo è il costume de’ Turchi, guerre grosse, ma corte. Arrivare addosso a’ Cristiani, prima d’essere attesi. Ma quando gli vedono ben in armi, o stabilire Alleanza, parlano di pace, e contentansi dell’acquistato.

Giustissime ragioni mossero l’Imperatore a sottoscrivere la tregua. L’importanza di menar Moglie, e stabilire la discendenza; al che pareva più propria, e quasi necessaria la quiete. L’impotenza di resister Egli solo alla forza Turchesca, quattro volte più possente di lui in ampiezza di Stati, fondo di denari, e copia di milizie, massime di Cavalleria. Dagli Ausiliarj poco di stabile, e di sicuro potersi promettere. Ad ogn’ora potevano mancare. Venivano mal volontieri in numero inferiore al progettato. Difficilmente si sarebbono accordati nell’impresa medesima. Le condizioni della tregua erano di qualche rilievo. Si perdeva in vero Nayasel, ma con piccolissimo territorio. Si acquistavano due Comitati assai ampj colla fortissima Piazza di Zatmar. Si otteneva il fine primario della guerra: cioè, che la Transilvania non cadesse in potere de’ Turchi, ma continuasse nel possesso, di farsi il proprio Principe. Queste erano le ragioni, che si esponevano in vista dell’Imperatore. Altre non mancavano. I torbidi dell’Ungheria. Le fazioni della Germania. I grandi armamenti della Francia con l’autorità sempre maggiore, che acquistava appresso molti Principi d’Alemagna. In somma le ragioni erano in tanto numero, oltre le già dette; onde non fu da stupirsi, se Leopoldo, che le comprendeva tutte, amasse di spedirsi presto dalla presente guerra. L’Imperatore ammirò sopra tutto la saviezza, e la prudenza del General Montecuccoli, nel comporre le grandi discordie, puntigli, competenze, discrepanze della volontà di tanti Capi Generali, e corpi di varie dipendenze, religioni, interessi. Ogn’uno aveva le sue opinioni, ed istruzioni. Ogn’uno voleva valere, e potere qualche cosa. Chi ordinato di praticare una strada, ne teneva un’altra a suo talento. Chi ritirò le guardie da’ posti comandati, e confidati con evidente pericolo degli altri. L’Imperatore, informato di queste, ed altre brighe consimili, capaci di stravolgere il cervello, a chiunque non aveva una testa ben ferma, e vigorosa, con lettere benignissime di suo pugno consolò più volte, e confortò lo spirito del Montecuccoli, confermandogli la soddisfazione piena, e il gradimento sommo di tutto ciò, ch’Esso Generale andava operando alla giornata. Confidava a lui liberamente la condotta d’ogni affare. Il che servì, a tenergli l’animo in calma, e ad infervorarlo nel buon servigio della Maestà sua Imperiale. Stabilita la pace, il Montecuccoli s’industriò di persuadere all’Augusto Monarca, il conservare in piedi le Soldatesche, che formassero un perpetuo esercito, pronto, e disposto ad accorrere, dove lo richiedessero le urgenza dell’Austriaca famiglia. Con forti ragioni Egli stesso compose scrittura di questo tenore, che produsse più volte alle occorrenze, le quali sorgevano, quantunque non sortisse il bramato effetto per le opposizioni fatte da altri Consiglieri. Diceva, che le Milizie in buon numero, sempre apparecchiate, ed esercitate nelle armi, costituivano un tesoro di somma estimazione a benefizio de’ Sovrano, a’ quali conciliavano autorità, e venerazione. Facevano ancora a’ sudditi animo, per applicarsi alle arti, alle negoziazioni, e ad accumulare ricchezze sulla sicurezza d’essere ben difesi, e protetti. La stessa pace rendesi più facile, e più sicura ad un Principe armato, il quale provveduto di fulmine, poteva ad ogni momento scagliarlo, prima di muover rumore, ed o a prevenire il nemico, o a ributtarlo, o a soccorrere i Confederati, o ad impedire le ribellioni, o per qualunque altra occorrenza, che si presentasse. L’esito dubbioso, che prendette nell’ultima recente guerra, aver insegnato bastantemente quello, che si potesse aspettare da milizie, radunate tumultuariamente, le quali spesso sono state genti, la feccia delle Città. I Soldati di nuova leva, quand’anche avessero un Marte per Condottiere, non erano valevoli né ad intraprendere, né a perfezionare imprese illustri. Quando vi siano reggimenti in piedi, si possono reclutare con uomini sceltissimi, e robustissimi, i quali mescolati co’ veterani, e ben ammaestrati nelle palestre, a ciò destinate, vengono prestamente disciplinati, ed accostumati al travaglio. Qualunque altr’arte s’apprende più presto della militare, la di cui somma consiste nell’esporre la vita, e nello spogliarsi del timore di perderla. Lo che più s’insegna coll’uso, e colle vittorie, e meno co’ precetti. I Romani, per aver interrotto l’esercizio della guerra, furono vinti da’ Cartaginesi, e da’ Numidi. Quante Monarchie erano durate, e fiorite sin allora, lo dovevano ad aver avuto tanti Soldati, quanti Cittadini. La Casa d’Austria volesse, o non volesse, sempre avuto avrebbe da guerreggiare, se non altro in difesa del proprio. Aver Essa a’ fianchi l’Imperio Turchesco da una parte, dall’altra il Regno di Francia, potentissimi, formidabili, e amanti di guerra. Chi si ricorderà, quanto è avvenuto negli anni, ne’ quali visse, si rammemorerà, come sempre vi fu o guerra in piedi, o guerra da temere. Un esercito in piedi non può cagionare invidia alla Casa d’Austria, mentre a tutta l’Europa ha sempre dati saggi di modestia, e di equità. Niuno mette fuori cavilli, perché l’Inghilterra, o l’Ollanda tengono continuamente molti Vascelli armati. La Svezia ha regolato, che chi possiede beni, stia sempre apparecchiato ad uscire in Campo. Né verun Nobile ottiene dignità, se prima non ha fatto molte Campagne. La Francia, oltre a’ reggimenti Svizzeri al di lei soldo, e le legioni comandate dalla Nobiltà di secondo rango, tiene altre milizie continuamente in procinto a muoversi. Questo essere il principale fondamento, e segreto della grandezza Francese, per cui tanti procurano la di lei amicizia, e da tanti altri è temuta. Con quanta maggiore giustizia potrebbe farlo Cesare, che vive sempre a fronte del Comune Nemico l’Ottomano? Si dovrebbe richiamare in uso la pratica antica, che quando il Sovrano esce in Campo, lo accompagnassero armati, quanti possedono beni. Fu cosa vergognosa allorché l’Imperatore Ferdinando terzo marciò ad Egra, che poca Nobiltà gli tenesse dietro; e mentre l’Augusto travagliava, e pativa sotto i Padiglioni, questa se la passasse tra le delizie della Patria. Abbondano le Città di Cavalieri, e Baroni. Doversi introdurre le Primogeniture, acciocché i Cadetti fossero in necessità di procacciarsi stipendj, co’ quali vivere decorosamente in guerra. Dirà taluno, che le Provincie non potranno sopportare il peso. Rispondo, che a pesi peggiori hanno dovuto soggiacere cogli armamenti, replicati bene spesso. Si calcoli l’avvenuto nel presente secolo decimo settimo di nostra Salute. Pochissimo anni sono trascorsi senza armi. Si guerreggiò co’ Turchi sino al sesto anno. Nel decimo si levò un esercito per il timore, suscitato da Enrico quarto Re di Francia a cagione di Juliers, e Cleves: Nell’undecimo per le discordie tra’ due Fratelli Rodolfo, e Mattia: Nel diciottesimo per la ribellione di Boemia. Né fuvvi pace, se non dopo trent’anni. Nel cinquantesimo quinto si dovette mandare un grosso corpo nel Milanese. Dal cinquanta sette sino al sessanta cinque sono suscitate le guerre contro lo Sveco, la Transilvania, la Turchia; dal che si deduce, che pochissimo tempo è trascorso senza guerra, o apprensioni gagliarde di guerra. Nel licenziare poi i Reggimenti, e nel tornare di nuovo a rimetterli in piedi, quanto denaro si è speso, e pure le Provincie ne hanno tollerato l’esborso. La sola temenza, di non essere da’ Nemici colti all’improvviso disarmati, dovrebbe ricomperarsi con qualunque grande spesa. L’estesa de’ dominj Austriaci esser capace di sostentar facilissimamente quaranta mila Soldati a cagione della sua fertilità, e comodi. Questo però, se si bilanciasse, troverassi meno pesante di tante gabelle, dovute imporsi in occasione di nuove guerre; e se ne può conoscere la verità da’ libri pubblici. Ad esempio del Grand’Ottaviano Augusto doversi stabilire una Cassa di guerra, separata dalle altre, in cui colassero molti fondi d’entrate; e perché fusse sicura dalla rapacità de’ custodi, doversi vegliare sopra d’essa con pene severe sopra de’ delinquenti. Di questo tenore procedeva la scrittura, compilata dal Montecuccoli, che poi anche fu da lui spiegata con molte aggiunte rimarchevoli. Con tutto ciò non ottenne da Cesare, che fosse messa in pratica. Solo conseguì, che i reggimenti veterani non fossero sciolti affatto; Tanto più che i rumori di guerra persistevano a fare strepito.

Ne’ sette anni susseguenti visse in pace l’Imperator Leopoldo, senza frammischiarsi nelle guerre, che in questo intervallo di tempo si accesero tra’ Principi Cristiani. E però non ebbe bisogno d’impiegare in azioni Militari il General Montecuccoli. Bensì lo decorò con nuovi onori, e dignità. Quando finì di vivere D. Annibale Gonzaga, lo dichiarò in suo luogo Presidente di guerra. D. Annibale era asceso tant’alto, dopo d’aver per tutti i gradi della Milizia Cesarea fatti molti passi, adorni di segnalate virtù guerriere. Professò fedeltà sviscerata all’Austriaca Casa. Operò sempre con giustizia, temperata da equità. Non risparmiò mai ne’ conflitti il proprio corpo, in cui contava rilevate undici ferite, ed una d’esse, non potuta ben saldarsi, gli diede morte. Essendosi stabilito in Ispagna il matrimonio tra Cesare, e l’Infanta Margherita seconda genita di Filippo quarto, fu destinato il Montecuccoli da Cesare a complimentarla sulle spiaggie di Genova. Adempì Egli l’Uffizio ingiontogli con decoro, e con isplendidezza di comparsa. Allorché Leopoldo attendeva a godere i frutti, a lui graditissimi, della pace, per cui era propensissimo, vide sollecitarsi dalla Sorella Regina di Spagna, a spinger le armi proprie ne’ Paesi Bassi Cattolici, i quali versavano in prossimo pericolo di perdersi, ed essere soggettati dal Re Cristianissimo alla di lui dominazione. Poco dopo la morte di Filippo quarto, il Monarca Francese con più eserciti aveva assalite quelle Provincie, e trovatele sprovvedute di Soldatesche, aveva conquistate in pochi mesi più Piazze della Fiandra, alcune delle quali fortissime, e doviziose per traffichi. L’Imperatore per allora non volle prender partito, sì per non mostrarsi men grato al Re Luigi, che l’aveva sovvenute contra del Turco, sì perché vedeva la Spagna in istato abbattutissimo, e pure essere tuttavia impicciata nella guerra contra Portogallo. Egli aveva dissuasa la Corte di Madrid dal proseguirla dopo la pace de’ Pirenei. Con poderose ragioni aveva corroborato il suo parere. Ma l’impegno d’uno, o al più pochi Consiglieri di quella Reggia erano prevalsi in contrario. La Casa d’Austria, dacché cominciò a regnare in Castiglia, non aveva mai continuata guerra peggio inopportuna a’ suoi veri interessi, quanto questa. Previde Cesare tutto ciò, che poi avvenne, e lo suggerì in Ispagna. Rappresentò, che vi si sarebbero consumati gli eserciti, e quel residuo di buone truppe, che ancora sopravanzavano, senza ottener nulla. Soggiunse, che la Monarchia Spagnuola aveva, dopo la pace de’ Pirenei, necessità di riposo, per rimettersi dalle disgrazie sofferte, per ricuperare l’entrate vendute a particolari, per accumulare tesori, co’ quali si rimettesse in istato di sostenere nuove guerre, le quali non avrebbero mancate. Manifestò, come sapeva di certo, che la Francia con gagliardi soccorsi avrebbe impedito, che i Portoghesi non fossero debellati. Ricordò l’avvenuto ne’ Paesi bassi per ottanta anni, ne’ quali gli Eserciti Cattolici mai poterono ridurre all’ubbidienza gli Ollandesi; perché continuamente erano provveduti di denaro in copia grande, e di soldatesche da’ Principi confinanti; Lo stesso sarebbe accaduto presentemente in Portogallo. Quanto allora presagì l’Imperatore, tutto minutamente succedette di poi.

Leggo nella Vita del Maresciallo di Turena, stampata pochi anni fa in Parigi, come esso fu quello, che persuase il Re Luigi, a somministrare Generali, Ufficiali, e truppe alla Corte di Lisbona. Ecco le parole d’essa vita tradotte dal Francese. Temette il Turena, che la riunione del Portogallo alla Corona di Spagna augumentasse la possanza d’un Nemico, che doveva temersi continuamente. E però essendo capitato a Parigi D. Giovanni d’Acosta, tenne molte conferenze con lui, per informarsi appieno delle forze di quel Regno, dello stato di quelle milizie, e Città, come anco della disposizione tanto del popolo, quanto de’ ministri del governo. Instruito profondamente di tutto, conchiuse un trattato, in cui il Re di Francia prometteva d’inviare truppe, denari, e un Generale in soccorso del Portogallo. Il Comandante eletto fu il Conte di Scomberg. Questi andò con ottanta Ufficiali, e con più di quattrocento di Cavalleria, milizia veterana, abili a formarne degli altri nuovi, e a dirigerli. Lo Scomberg, arrivato in quel Regno, stabilì un’esatta disciplina nell’esercito Portoghese. Insegnò a’ soldati l’ordinanza da tenersi nelle marcie, e l’arte di accampare con vantaggio. Il Re Luigi somministrò ducento mila scudi al Re d’Inghilterra, perché levasse tre mila Fanti, e mille Cavalli da spedirsi in Portogallo; e la somma medesima sborsò ogn’anno per il soldo della Soldatesca, comandata dallo Scomberg. Promise la leva di mille pedoni Francesi, e di stipendiarli. Inviò il Marchese di Ruaigni a Londra, il quale impegnò Carlo Re della Gran Bretagna, a somministrare vascelli, e milizie a’ Portoghesi. Il Re di Francia trasmise del denaro. Con i soccorsi, spediti dall’uno, e dall’altro Monarca, il Conte di Scomberg disfece in due battaglie due eserciti Spagnuoli, e finì di distruggere quasi affatto quel residuo di buone milizie veterane, che dopo tante disgrazie, avvenute nelle guerre antecedenti, erano sopravanzate alla Corona di Spagna. In tal modo quanto l’Imperatore aveva presagito, e premostrato, tutto accadette, e anche di peggio. Di questa guerra toccherò qualche cosa alla sfuggita, per non ommettere, quanto in essa si segnalarono i Generali, e le milizie Italiane. Negli assedj di Garumena, e di altre piazze gl’Italiani avanzarono i loro approcci: alloggiarono ne’ ripari esteriori, e piantarono i minatori con prestezza; pari a quelli delle altre nazioni, che colà militavano. Nel.