Ben Hur/Libro Quarto/Capitolo XIV

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Capitolo XIV

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CAPITOLO XIV


Se il lettore vorrà ricorrere col pensiero alla cena dei tre saggi al loro primo incontro nel deserto, potrà farsi un’idea del pasto che si preparava sotto alla tenda di Ilderim. La differenza consisteva più nella perfezione del servizio che nella qualità dei cibi. Tre coperte vennero distese sopra il tappeto in prossimità del divano; vicino a questo fu collocato un tavolo alto non più di un piede, coperto da una tovaglia. In un angolo della tenda v’era un forno portatile, sotto la cura di una ancella che attendeva a rifornire gli ospiti di pane fresco, o piuttosto di una specie di focaccia calda che teneva luogo di quello.

Frattanto Balthasar fu condotto al divano dove Ben Hur ed Ilderim lo ricevettero in piedi. Un ampio mantello nero avvolgeva il magro suo corpo; il passo era debole, ogni movimento cauto e lento. Un bastone lo sorreggeva da un lato, un servitore dall’altro.

— «Pace sia con te» — disse Ilderim rispettosamente. — «Pace e salute.» — L’Egiziano alzò la testa: — «Ed a te, buon sceicco ed ai tuoi, la pace e la benedizione dell’unico Dio.» —

Il modo era cortese e devoto, e fece una profonda [p. 246 modifica]impressione su Ben Hur. Inoltre la benedizione era stata in parte rivolta a lui, e mentre parlava il vecchio, lo fissava coi grandi occhi luminosi, destandogli in petto un’emozione nuova e misteriosa. Più volte nel corso della cena Ben Hur guardò furtivamente quel volto scarno e rugoso, e sempre vi scorse un’espressione blanda, placida, fiduciosa come quella di un bambino.

— «Questo giovine, o Balthasar» — disse Ilderim, ponendo la mano sul braccio di Ben Hur, spezzerà oggi il suo pane con noi:» —

L’Egiziano guardò nuovamente il giovine ed un’espressione di dubbio e di sorpresa apparve sopra il suo volto. Lo sceicco spiegò: — «Io ho promesso di dargli in prova i miei cavalli domani; e se tutto va bene egli li guiderà nelle corse del Circo.» —

Balthasar continuava ad osservarlo.

— «Egli mi è stato ben raccomandato,» — continuò Ilderim, imbarazzato da quell’esame. — «Sappi ch’egli è figlio di Arrio, illustre ammiraglio romano, quantunque,» — lo sceicco esitò, poi rise — «egli si dichiari Israelita della tribù di Giuda; e, per lo splendore di Dio, io gli credo.» —

Balthasar non potè trattenere più oltre la spiegazione.

— «Oggi, o generoso sceicco, la mia vita corse pericolo, e sarebbe stata perduta, se un giovine, in tutto rassomigliante a questo, non fosse intervenuto, e mentre gli altri fuggivano, non mi avesse salvato.» — Poi indirizzandosi direttamente a Ben Hur — «Non fosti tu?» —

— «Io non posso affermarlo in questi termini» — rispose modestamente Ben Hur. — «Io ho fermato semplicemente i cavalli dell’insolente Romano quando correvano addosso al tuo cammello presso la Fontana dì Castalia. Tua figlia mi lasciò una coppa d’argento.» —

Dal seno della sua tunica estrasse la coppa e la porse a Balthasar. Il volto dell’Egiziano si illuminò.

— «Iddio ti ha mandato in mio aiuto oggi presso la fontana» — egli disse con voce tremante, tendendo la mano a Ben Hur, — «ed ora ti manda nuovamente a me. Io lo ringrazio, e ringrazialo tu pure, perchè il favore di cui Egli mi colma mi permette di darti una larga ricompensa. — La coppa è tua, tienila.» —

Ben Hur riprese il dono, e Balthasar, leggendo un’interrogazione sul viso dello sceicco, raccontò quanto era accaduto alla fontana.

— «Perchè non me ne hai fatto parola?» — disse [p. 247 modifica]Ilderim a Ben Hur. — «Non avresti potuto trovare una migliore raccomandazione. Non sono io Arabo e sceicco della mia tribù? E non mi è un’ospite sacro, e la sua protezione non è mio dovere? Ciò che tu hai fatto per lui, hai fatto per me, e da me deve venire la ricompensa.» —

La sua voce s’era fatta acuta e stridula per l’emozione.

— «Perdonami, buon sceicco, ti prego. Io non cerco ricompensa di sorta. Il servizio ch’io resi a quest’uomo eccellente, avrei reso al tuo più umile schiavo.» —

— «Ma egli è mio amico e mio ospite, non mio servo; non disprezzar la fortuna.» — Poi volgendosi a Balthasar:

— «Ah, per lo splendore di Dio, ti ripeto: egli non è Romano.» —

Poi si allontanò per sorvegliare i domestici che avevano quasi terminati i preparativi della cena.

L’Egiziano fece un passo verso Ben Hur e gli parlò con la sua blanda voce infantile:

— «Come disse lo sceicco che io debbo chiamarti? Hai un nome Romano se non erro.» —

— «Arrio, figlio di Arrio.» —

— «Ma tu non sei Romano.» —

— «Tutta la mia famiglia fu Ebrea.» —

— «Fu, dici? Non sono essi in vita?» —

La domanda era indagatrice nella sua semplicità; ma Ilderim risparmiò a Ben Hur la risposta.

— «Venite» — disse — «la cena è pronta.» —

Ben Hur offrì il braccio a Balthasar, e lo condusse vicino al tavolo, intorno al quale i tre si sedettero, incrociando le gambe alla foggia orientale. I servitori portarono ciotole piene d’acqua, e quando tutti si furono lavate le mani, a un cenno dello sceicco si fece profondo silenzio, e la voce dell’Egiziano sorse tremula e solenne:

— «Padre di tutti, Dio! Ciò che possediamo è tuo; accetta i nostri ringraziamenti, e concedici la tua benedizione, affinchè possiamo continuare a fare la tua volontà.» —

Era la preghiera che il buon uomo aveva innalzata al cielo con Gaspare il Greco, e Melchiorre, l’Indiano, sotto la tenda del deserto. Le medesime parole dette contemporaneamente in tre lingue diverse avevano attestato il miracolo della presenza Divina.

La cena a cui ora rivolsero la loro attenzione era ricca di tutti i prelibati cibi d’Oriente: focaccie fresche uscite dal forno, legumi, carni semplici e pasticci, latte, miele e burro: tutto questo senza l’apparato moderno di piatti, [p. 248 modifica]forchette, coltelli e cucchiai. Durante il pasto si parlò poco. Ma quando furono nuovamente portate le ciotole per lavarsi le mani e incominciò la seconda parte del pasto, il dessert, gli animi si disposero ad ascoltare e parlare.

In una tale compagnia — un Arabo, un Ebreo, un Egiziano, tutte e tre credenti in un unico Dio — non vi poteva essere in quell’epoca che un solo tema di conversazione; e dei tre, chi doveva essere l’oratore se non colui al quale la Divinità si era rivelata? di che cosa doveva parlare se non di quanto egli era stato chiamato a testimoniare?