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Biografie dei consiglieri comunali di Roma/Giacomo Lovatelli

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Giacomo Lovatelli

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Augusto Lorenzini Remigio Manassei

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LOVATELLI CONTE GIACOMO


Consigliere Municipale




NN
iun’altra cosa è più utile ad ispirare virtù nell’animo della gioventù e ad incamminare sulle orme della vita onorata là crescente generazione, quanto porre in rilievo le doti, sì della mente che del cuore, di quei cittadini, che risplendono per se stessi di luce bellissima, e che, alcuno officio sostenendo, pongono semprepiù in splendido aspetto le loro più elette qualità. — E noi che in mezzo alla luce di Roma, in mezzo agli splendori dell’Italia nostra, andiamo in queste nostre pubblicazioni dimostrando quegli uomini, che sedendo al Consiglio del Comune o della Romana Provincia onorano non solo sè stessi, ma il proprio paese, ci è grata cosa con la nostra libera penna particolarmente scriver di queglino, che alle più distinte doti dell’animo e al sapere congiungono altezza d’ingegno e nome onorando, e di questi è l’egregio cittadino conte Giacomo Lovatelli, di cui oggi prendiamo a esporre in breve quadro la vita. —

Sortiva egli i natali in Ravenna da nobile ed antica famiglia. — Suo padre Francesco fu uomo di integro carattere, di sensi altamente liberali, e martire della sua fede politica. — E di vero prese parte attivissima nel 1831 ai moti politici della Romagna e fu nominato Capo Battaglione della Guardia Nazionale Mobile. — Occupata dagli austriaci Bologna, si ritirò in Ancona, ove si era portata la sede del Governo Provvisorio. — Dopo la capitolazione di Ancona, emigrò a Corfù in Grecia con la schiera eletta dei primi emigrati italiani. — Ed essendo esso congiunto in matrimonio con una Principessa Chigi-Albani di Roma, correndo meno difficili i tempi del governo pontificio, era ritornato in patria da alcun tempo, quando ricercato di nuovo dall’odio del [p. 132 modifica]governo, dovette parimenti neil’8 agosto 1843 per sottrarsi alla persecuzione papale emigrare con Carlo Luigi Farini e suoi numerosi amici. — Allora si riparò in Toscana, ma poiché quel governo cedeva alla pressione pontificia ed austriaca, fu obbligato a lasciare Firenze, ove consegnava all’illustre Raffaele Lambruschini, morto senatore del Regno italiano, la educazione di un suo fanciullo, che è appunto quello, di cui oggi noi tessiamo la biografica memoria. — Recatosi a Parigi il Conte Francesco Lovatelli, ebbe colà più intime relazioni cogli emigrati eminenti italiani e con gli uomini di lettere francesi. — Poscia dovendo preferire terreno più libero, si recò nel Belgio, da dove nell’autunno 1845 si condusse in Africa e stabilì la sua dimora in Algeri, ove il suo nome già cognito ebbe accoglienza benevola, e fu nominato Vice-Presidente dell’Istituto d’Africa. —

Nel giugno del 1846, chiamato nominativamente dall’amnistia di Pio IX, venne in patria, e poco dopo, essendo egli l’idolo di tutto il suo paese fu nominato Comandante la Guardia civica. — Indi fu eletto Deputato, e il giorno stesso, in cui accadea la sua elezione, gli giunse la nomina di Senatore. — Alla improvvisa partenza del Card. Ferretti Legato di Ravenna fu nominato Pro-Legato di quella città e Provincia. — Durante quel tempo o sia circa l’aprile 1848 ebbe dal ministero secolare straordinarie missioni. — Nel luglio 1848 fu traslocato Pro-Legato in Ferrara, e molto fu ivi amato da quei cittadini por la sua equità, per il suo molto ingegno e per la energica condotta tenuta davanti alla burbanza austriaca, quando quelle orde invasero la città. — La gratitudine dei Ferraresi per lui non fu di quelle, che presto sì scordano, giaccchè nel 1870 affidavano al suo figlio, di cui oggi discorriamo la vita, il mandato cittadino di loro deputato al Parlamento. — Nel 17 agosto 1847 ebbe nomina sovrana del Pio IX riformatore, che lo chiamava al portafoglio delle Armi, al quale onore rinunciò. —

La fuga del papa da Roma, la caduta del Ministero, il giuramento dato al governo costituzionale, gli fecero lasciare Ferrara, credendo di non potersi uniformare alla opinione repubblicana. — Fallite le speranze della restaurazione costituzionale si ritirò in Toscana, ove dimorò alcun tempo e dove lasciò il proprio figlio Giacomo a formarsi negli studi universitari — Ritornato a vita domestica volle essere estraneo ad ogni partito. — Un velo misterioso copre gli ultimi giorni della sua vita, la quale fu spenta la notte del 29 novembre 1850 da una mano omicida. —

Pertanto la prima gioventù di Giacomo Lovatelli fu quella dell’emigrato, e crebbe negli anni all’amore degli studi, e rivelò bellezza d’ingegno, e gentilezza di cuore. —

[p. 133 modifica] Dallo studio delle leggi, su cui lungamente meditò, e dalla paterna origine, era trasfuso nell’anima di lui l’amore di patria, cui ha consacrato l’ingegno e l’opera. — Nel 1850 egli escì dal collegio essendo già Italia in piena restaurazione, e si laureò per amore di studi in due diverse università italiane. — La morte violenta del proprio genitore gli fecero abbandonare il paese nativo, non già i propri principi liberali, cui restò sempre immutabilmente fedele. — E a provare la fermezza de’ suoi principi, giovi notare, com’egli essendo stretto in parentela al Duca Sermoneta per avere condotta in isposa la di lui figlia, giovane ornata di bello ingegno e di forti studi, onde è nota nella repubblica letteraria, avvenne che resosi vacante il posto di Colonnello dei Vigili per la rinuncia del Duca medesimo, fu a lui proposto succedervi, e chiamato dinanzi al pontefice, questi gli fece intendere, che ad occupare quella carica era necessario si fosse pronunciato nella sua religione politica. — Il Lovatelli accomiatatosi dal papa si fece sollecito emettere dichiarazione di non potere accettare l’offertogli ufficio, perochè non avrebbe rinnegato giammai la fede e i principi del padre suo, i suoi sentimenti liberali. — E di fatti noi lo vediamo in ogni istante della sua vita operare sempre da sincero patriota, da cittadino integerrimo, da uomo onestissimo, ed acquistarsi universalmente stima ed affetto, e il suo nome essere circondato di luce limpidamente serena. —

E il suo nome acquistò sempre più rinomanza quando Roma fu congiunta ai destini d’Italia, essendo tosto chiamato dai suffragi popolari a Colonnello della Guardia Nazionale, quindi deputato al Parlamento della città di Ferrara, poscia Consigliere Comunale in Roma con 4864 voti, il che per vero non poteva avvenire che a favore di chi era antico commilitone del partito della libertà. — E in fatti quando si fece da tutti i Circoli romani la primitiva nota dei 60 Consiglieri Comunali, che dovevano sedere per primi nelle aule capitoline, la nota unica, in cui si fusero tutti i Circoli romani, propose alla Roma redenta 61 nomi invece di 60, volendo lasciar libero al suffragio popolare la scelta fra il nome di Sermoneta e Lovatelli, non potendo a un tempo siedere suocero e genero nel comunale consiglio. —

E quando il Circolo Cavour giungeva all’ultima fase della sua politica esistenza, una commissione di distinti cittadini rivolse il pensiero al nome illibato del nostro deputato al Parlamento, per invitarlo ad assumere la presidenza del Circolo medesimo. — E di fatti quantunque egli fosse uno dei soci, che mai aveva in quel circolo insino allora posto piede, nondimeno accettò, e la bandiera che egli tenne alzata fu quella dell’uomo di forte concordia, di schietto patriotta, del cittadino di carattere nobilissimo, e fermo. — Ma in [p. 134 modifica]breve il Circolo dissolvevasi, chè sembrava il medesimo non poter corrispondere alla missione, che si era assunta, di mantener vive lo idee liberali, curare il bene comune, e sostenere le istituzioni costituzionali. —

Il Lovatelli ama Roma come la sua vera e nuova patria — in essa se non ebbe i natali, vi trascorse tutta la sua vita virile — figlio di una romana, marito di una romana e stretto consanguineo in questa città a numerosi parenti, in essa si stabiliva per censo, perocché qui una parte delle sue proprietà terrene ed urbane possiede; — in essa un domicilio lungo e non interrotto da gran tempo gli accordava quei diritti civili, che gli confermava il voto capitolino, che diede la cittadinanza romana ai deputati, i quali votarono l’annessione di Roma all’Italia; e gl’incarichi pubblici, che da questa cittadinanza ricevette, lo confermarono rappresentante di Roma. —

Ma dove egli di presente occupa tutta la potenza del suo ingegno, tutta la sua sollecitudine, tutte le sue cure, è nell’Ospizio di S. Michele, di cui è meritamente Presidente. — E di vero egli intende, insieme ad una Commissione, di cui uguali e concordi sono gl’intenti ed il valore dell’opera, ad una nuova e più perfetta organizzazione dell’Ospizio medesimo, allo scopo che da esso escano cittadini non solo negli studi professionali largamente istruiti, ma principalmonte nelle arti. Epperò questa Commissione da lui presieduta, è riuscita a sciogliere l’arduo problema di coordinare le due cose suddette, per guisa che i giovani orfani reclusi, nel mentre si danno agli studi elementari, si esercitano eziandio nelle officine delle arti, dappoiché se un tempo fiorì il S. Michele nelle arti, però allora fu per studi abbietto, e nei tempi recenti essendosi in esso voluto ristabilire gli studi, ne furono quasi ridotte al silenzio le armoniose officine dell’operaio.

Una scuola dunque professionale per le arti belle di 2.ª classe e per la arti meccaniche esiste finalmente oggi nell’ospizio di S. Michele, unica in Italia e con lustro non indegno al certo dell’eterna città di Roma. Noi pertanto segnalando queste opere del conte Giacomo Lovatelli crediamo avere adempiuto al debito dello scrittore, presentando in questa istorica memoria un cittadino già noto per i suoi fatti, per i suoi fermi principi e non per vane o compre parole. —




Roma — Gennaro 1875