C'era una volta... Fiabe/Il soldo bucato

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Il soldo bucato

../Serpentina ../Testa-di-rospo IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Fiabe

Serpentina Testa-di-rospo

C’era una volta una povera donna rimasta vedova con un figliolino al petto. Era di cattiva salute, e con quel bimbo da allattare poteva lavorare pochino. Faceva dei piccoli servigi alle vicine, e così lei e la sua creatura non morivano di fame.

Quel figliolino era bello come il sole; e la sua mamma, ogni mattina, dopo averlo rifasciato, lavato e pettinato, un po’ per buon augurio, un po’ per chiasso, soleva dirgli:

- Bimbo mio, tu sarai barone!

Bimbo mio, tu sarai duca!

Bimbo mio, tu sarai principe!

Bimbo mio, tu sarai Re!

E ogni volta che lei gli diceva: tu sarai Re, il bimbo accennava di sì colla testina, come se avesse capito.

Un giorno si trovò a passare proprio il Re, e sentito: Bimbo mio, tu sarai Re, la prese in mala parte, perché non aveva avuto ancora figliuoli e ne era accorato assai.

- Comarina, - le disse - non vi arrischiate più a dire così, o guai a voi!

La povera donna, dalla paura, non disse più nulla. Però quel figliolino, ora che la sua mamma stava zitta, ogni mattina, appena rifasciato, lavato e pettinato, si metteva a piangere e strillare.

Lei gli ripeteva:

- Bimbo mio, tu sarai barone!... Tu sarai duca!... Tu sarai principe!...

Ma il bimbo non si chetava. Talché una volta, per prova, tornò a dirgli sottovoce:

- Bimbo mio, tu sarai Re!

Il bimbo accennò di sì colla testina, come se avesse capito, e non strillò più.

Allora la povera donna si persuase che quel figliolino doveva avere una gran fortuna; e temendo la collera del Re, già pensava di mutar paese.

Intanto, poiché il figliuolo era spoppato, quando le capitava di fare qualche servizio, pregava una vicina:

- Comare, tenetemi d’occhio il bambino; vado e torno in due minuti.

Un giorno le accadde di tardare. La vicina era seccata di tenere in braccio quel cattivello che piangeva perché voleva la mamma. In quel punto comparve un cenciaiolo:

- Cenci, donnine, cenci!

- Lo volete questo cencio qui?

- Se ci si combina, lo prendo.

- Ve lo do per un soldo.

Il cenciaiuolo le tolse il bimbo di braccio e le mise in mano un soldo bucato.

A quella scena lei e le altre vicine presenti ridevano: il cenciaiuolo in questo mentre svoltava la cantonata e spariva. Corri, cerca, chiama... L’avete più visto?

Figuriamoci che pianto, quella povera mamma, quando apprese la sua disgrazia!

Corse subito dal Re:

- Giustizia, Maestà!... Mi han rapito il bambino!

- Bimbo mio, tu sarai Re! - le rispose il Re facendole il verso, per canzonarla.

E la mandò via, tutto contento che quel malaugurio per la sua discendenza fosse sparito.

Gli occhi della povera donna parevano un fiume. Andava attorno tutta la giornata, fermando la gente:

- Buona gente, incontraste per caso il cenciaiuolo che mi ha rubato il mio bambino?

Le persone, che non ne sapevano nulla, la prendevano per matta e le ridevano in viso.

Quel giorno della disgrazia, la vicina le aveva dato il soldo bucato messole in mano dal cenciaiuolo; ma la povera donna, dalla gran rabbia che aveva, lo buttò via.

La mattina dopo, apre un cassetto... il soldo bucato era lì.

- Soldaccio maledetto! Non ti voglio neppur vedere!

E lo buttò nuovamente via dalla finestra.

Ma la mattina dopo, torna ad aprire quel cassetto e che vede? Il soldo bucato.

Richiuse il cassetto con stizza.

- Fossero almeno dieci lire...! Mi comprerei uno straccio di veste!

Non avea finito di dirlo, che sentì lì dentro un suono di soldi rimescolati. Stupita, riapre. Pareva che il soldo avesse figliato. Oltre a quello, c’erano lì tanti soldi, da fare giusto dieci lire.

Da allora in poi, quando avea bisogno di denaro, le bastava che dicesse:

- Soldino mio, vo’ cento lire, vo’ mille lire!

Le cento lire, le mille lire erano subito lì.

La buona donna non si teneva questa fortuna per sé sola; faceva spesso la carità a tutte le persone bisognose al par di lei, ed era già diventata una benedizione del cielo.

Ma quel bene lei lo faceva sempre col pensiero al figliolino perduto:

- Che le importava di tanta fortuna, senza il suo figliolino? E sperava sempre che, un giorno o l’altro, il cielo l’avrebbe consolata.

In quel tempo il Re ebbe il capriccio di comprarsi un magnifico cavallo. Conchiuso il negozio, andò per prendere il denaro dallo scrigno ove solea tenerlo riposto, e si accorse che mancava una bella somma.

Appostò lì due guardie per acchiappare il ladro; e, passati alquanti giorni, tornò a guardare: mancava un’altra bella somma!

Si mise in agguato lui stesso; cominciava a sospettare dei suoi Ministri.

Una mattina, ecco una voce nell’aria, lontana, lontana:

- Soldino mio, vo’ mille lire!

E, subito, un rimescolìo nello scrigno, come se qualcuno vi prendesse quattrini a manate.

Apre in fretta in fretta... Le mille lire mancavano, ma lì dentro non c’era nessuno!

- Come andava questa faccenda?

Il Re ci perdeva la testa.

Però, benché fosse un po’ avaro, gli dispiaceva di più dover morire senza figliuoli. Se la prendeva colla Regina, come se la colpa fosse stata di lei, e la maltrattava:

- Non era buona a fargli un figliuolo, neppure di terra cotta!

La Regina, indispettita, gli fece colle sue mani un bel puttino di terra cotta.

- Ecco, se era buona!

Tutti accorrevano al palazzo reale per vedere quel puttino di terra cotta, che era una meraviglia, e vi andò anche quella povera donna.

- Oh Dio! È tutto il mio bambino!... Ma non era così che ti volevo Re, figliolino mio!

E si mise a piangere.

Il Re, a quelle parole, montò in furore. Diè un calcio al puttino di terra cotta e lo ridusse in mille pezzi.

Alla povera donna parve di vedersi squarciare sotto gli occhi il figliolino perduto. Ma che poteva dire a Sua Maestà? Dovette ingozzare anche quell’amarezza, e tornarsene a casa zitta zitta.

Intanto nello scrigno del Re i quattrini continuavano a mancare; e sempre quella voce nell’aria, lontana lontana:

- Soldino mio, vo’ cento lire, vo’ mille lire!

E quanti diceva la voce, tanti il Re ne sentiva prendere dalla mano del ladro invisibile.

Il Re mise le sue spie per scoprire di chi fosse quella voce: e un giorno le spie gli condussero dinanzi ammanettata la donna del bambino rubato:

Era lei che aveva detto: "Soldino mio, vo’ cento lire!".

Il Re non volle neppure ascoltare la povera donna, che voleva raccontargli come stesse la cosa, e la fece gettare in un fondo di carcere.

Ma da quel giorno egli non ebbe più pace.

Voleva andare a letto? E gli strappavano le coperte:

- Maestà, non si dorme!

Chi era? Non si vedeva nessuno.

Si sedeva a tavola per mangiare? E gli portavano via il piatto:

- Maestà, non si mangia!

Chi era? Non si vedeva nessuno.

Se durava un altro po’, il Re moriva d’inedia. Perciò mandò a consultare un vecchio Mago.

Il Mago (che poi era quel cenciaiuolo che avea rapito il bambino per proteggerlo) rispose soltanto:

- Bimbo mio, tu sarai Re!

Visto che il destino era quello, e non volendo morire d’inedia, il Re cominciò dallo scarcerare la povera donna, e tornò a mandare dal Mago:

- Come rintracciare il bimbo? Lo avea rapito un cenciaiuolo e non se ne sapeva più notizia.

Il Mago rispose:

- Raccatti i cocci di quel puttino di terra cotta e li saldi insieme collo sputo.

Il Re, sebbene di mala voglia, raccattò i cocci del puttino e li saldò collo sputo.

- Ed ora?

- Ed ora - rispose il Mago - prepari una bella festa e faccia così e così.

Il Re fece dei grandi preparativi, poi, secondo le istruzioni del Mago, mandò a chiamare la mamma del bimbo a palazzo reale e la fece sedere a lato della Regina.

Il puttino di terra cotta bello e saldato si vedeva collocato nel mezzo del salone e, attorno attorno, ministri, principi, cavalieri in gran gala che aspettavano.

Quando fu l’ora, s’intese nella via:

- Cenci, donnine, cenci!

A questo grido il puttino di terra cotta scoppiò, e ne usci fuori un bel giovinotto fra un gran rovesciarsi di monete, che ruzzolavano da tutte le parti.

Il Re, contento anche perché riacquistava tutti i suoi quattrini, voleva abbracciarlo come un figliuolo; ma quello corse prima dalla sua mamma e non sapeva staccarsela dal petto:

- Bimbo mio, tu sarai Re!

Ed era già Reuccio, poiché il Re lo adottava!

Qui entrò una guardia e disse:

- Maestà, c’è di là un cenciaiuolo; rivuole il suo soldo bucato.

Il Re non ne sapeva nulla; ma la povera donna rispose subito:

- Eccolo qui.

Sentita la storia di quel soldo, il Re pensò ch’era meglio tenerselo per sé. Andò di là, bucò un altro soldo e diede questo in cambio di quello al cenciaiuolo.

Ma gliene incolse male.

La prima volta che disse:

- Soldino mio, vo’ mille lire!

Invece di mille lire furono mille nerbate, che lo conciarono per le feste, tanto che morì.

- Bimbo mio, tu sarai Re!

E si era avverato.

Stretta è la foglia, larga è la via,

Dite la vostra, ché ho detto la mia.


TÌ, TÌRITI, TÌ

C’era una volta un contadino che aveva un campicello tutto sassi, e largo quanto la palma della mano. Vi era rizzato un pagliaio e viveva lì, da un anno all’altro, zappando, seminando, sarchiando, insomma facendo tutti i lavori campestri.

Nelle ore di riposo cavava di tasca un zufolo e, tì, tìriti, tì, si divertiva a fare una sonatina, sempre la stessa; poi riprendeva il lavoro.

Intanto quel campicello sassoso gli fruttava più di un podere. Se i vicini raccoglievano venti, e lui raccoglieva cento, per lo meno. I vicini si rodevano. Una volta quel campicello non lo avrebbero accettato neanche in regalo: da che lo aveva lui, non sapevan che cosa fare per strapparglielo di mano.

- Compare, volete disfarvi di questi quattro sassi? C’è chi li pagherebbe tre volte più della stima.

- Questi sassi son per me:

Non li cederei neppure al Re.

- Compare, volete disfarvi di questi quattro sassi? C’è chi li pagherebbe dieci volte più della stima.

- Questi sassi son per me:

Non li cederei neppure al Re.

Una volta, per caso, passò di lì anche il Re, accompagnato dai ministri. Vedendo quel campicello, che pareva un giardino, coi seminati verdi e vegeti, mentre quelli dei campi attorno somigliavano a setole di spazzola, gialli, stenti, si fermò, colpito dalla meraviglia e disse ai ministri:

- È proprio una bellezza! Lo comprerei volentieri.

- Maestà, non si vende. Il padrone di esso è un uomo strano. Risponde a tutti:

- Questi sassi son per me:

Non li cederei neppure al Re.

- Oh! Voglio vederlo.

E fece chiamare il contadino.

- È vero che questo campicello tu non lo cederesti neppure al Re?

- Sua Maestà ha tanti poderi! Che se ne farebbe dei miei sassi?

- Ma se lui li volesse?

- Se lui li volesse?

- Questi sassi son per me:

Non li cederei neppure al Re.

Il Re fece finta di non aversela avuta a male, e la notte dopo mandò cento guardie a scalpicciare, zitte zitte, quel seminato, da non lasciar ritto neanche un filo d’erba.

La mattina, il contadino esce fuor del pagliaio, e che vede? Uno spettacolo! E tutti i vicini che stavano a guardare, con gusto, quantunque si mostrassero addolorati.

- Ah, compare, compare! Se voi aveste venduto quei quattro sassi, ora questa disgrazia non vi sarebbe accaduta.

Ma quegli zitto, dinoccolato, come se non dicessero a lui.

Quando i vicini furono andati pei fatti loro, cavò di tasca lo zufolo, e tì, tìriti, tì, il seminato cominciava a rizzarsi; tì, tìriti, tì, il seminato si rizzava come se nulla fosse stato.

Il Re, sicuro del fatto suo, lo aveva mandato a chiamare:

- C’è qualcuno che ti vuol male. So che la notte scorsa ti han mezzo distrutto il seminato. Vendi a me quei quattro sassi. La gente, quando saprà che son miei, li guarderà da lontano.

- Maestà, non è vero nulla. Il mio seminato è più bello di prima.

Il Re si morse il labbro:

- Dunque i suoi ordini non erano stati eseguiti!

E se la prese coi Ministri. Ma appena questi gli riferirono che le povere guardie, dal gran scalpicciare di quella nottata, non si poteano neppur muovere, il Re rimase!

- Quest’altra notte, ad ora tarda, si mandi lì tutto l’armento.

La mattina, il contadino esce fuori dal pagliaio, e che vede? Uno spettacolo: il terreno brucato raso!

I vicini:

- Ah, compare, compare! Se voi aveste venduto quei quattro sassi, questa nuova disgrazia non vi sarebbe accaduta.

E quegli zitto, dinoccolato, come se non dicessero a lui.

Quando i vicini furono andati via pei fatti loro, cavava di tasca lo zufolo, e tì, tìriti, tì, il seminato ripullulava; e tì, tìriti, tì, il seminato era bell’e cresciuto come se nulla fosse stato.

Il Re, questa volta, era sicuro di aver buono in mano. Volea vederlo, quell’uomo! Chi sa che grugno!

E appena l’ebbe alla sua presenza:

- C’è qualcuno che ti vuol male. So che la notte scorsa ti hanno, a dirittura, distrutto ogni cosa. Vendi a me quei quattro sassi. La gente, quando saprà che sono miei, li guarderà da lontano.

- Maestà, non è vero nulla. Il mio seminato è più bello di prima.

Il Re si morse il labbro:

- Dunque i suoi ordini non erano stati eseguiti!

E se la prese coi Ministri. Ma quando questi gli riferirono che tutto l’armento, dal gran mangime di quella nottata, avean le pance che gli scoppiavano e che metà eran già morti di ripienezza, il Re rimase!

- Qui c’è un mistero! Bisogna scoprirlo. Vi do tempo tre giorni.

Col Re non si scherzava. I Ministri cominciarono dal grattarsi il capo, e, pensa e ripensa, uno di essi propose di andare, la notte, ad appostarsi dietro il pagliaio di quel maledetto contadino e star lì fino all’alba. Chi sa? Qualcosa avrebbero visto.

- Benone!

Andarono; e siccome nel pagliaio c’erano parecchie fessure, si misero a spiare attraverso a queste.

Il Re non avea potuto chiuder occhio pensando all’accaduto: e la mattina, di buon’ora, fece chiamare i ministri.

- Maestà, oh! Che abbiamo visto! Che abbiamo visto!

- Che cosa avete mai visto?

- Quel contadino ha uno zufolo, e appena si mette a sonarlo, tì, tìriti, tì, il suo pagliaio, di botto, diventa una reggia.

- E poi?

- E poi vien fuori una ragazza più bella della luna e del sole, e lui, tì, tìriti, tì, la fa ballare con quella sonata; e dopo le dice:

Bella figliuola, se il Re ti vuole,

Dee star sette anni alla pioggia e al sole.

E se sette anni alla pioggia e al sole non sta,

Bella figliuola, il Re non ti avrà.

- E poi?

- E poi smette di sonare e quella reggia, di botto, ridiventa pagliaio.

- Glieli darò io la pioggia e il sole! - disse il Re, toccato sul vivo. - Ma prima vediamo codesto miracolo di bellezza!

E andò la notte dopo, accompagnato dai Ministri.

Ed ecco il contadino cava di tasca il suo zufolo, e tì, tìriti, tì, di botto il pagliaio diventa una reggia; e tì, tìriti, tì, compare la ragazza e si mette a ballare. A quella vista il Re ammattì:

- Oh, che bellezza! Dovrà esser mia! Dovrà esser mia!

E, senza metter tempo in mezzo, picchia all’uscio a più riprese.

Il contadino cessò di suonare; di botto la reggia ridivenne pagliaio, ma di aprire non se ne parlò neppure: e il Re, che bruciava dall’impazienza, dovette tornarsene a palazzo. Prima che albeggiasse, spedì un corriere a spron battuto:

- Lo voleva il Re, subito subito.

Il contadino andò a presentarsi:

- Sua Maestà che cosa comandava?

- Comando e voglio la tua figliuola per sposa. Lei diventerà Regina e tu Ministro di palazzo reale.

- Maestà, c’è una condizione:

Chi vuole la mia figliuola Dee star sette anni alla pioggia e al sole;

E se sette anni alla pioggia e al sole non sta,

Fosse chi fosse, non l’otterrà.

Il Re avrebbe voluto darglieli lui la pioggia e il sole! Ma c’era di mezzo la ragazza. Si strinse nelle spalle e rispose:

- Starò sette anni alla pioggia e al sole.

Lasciò il governo ai Ministri, per tutto il tempo che sarebbe stato assente, e andò ad abitare col contadino, scottandosi la pelle al solleone e restando sotto la pioggia anche quando veniva giù a catinelle.

Dopo poco tempo, povero Re, non si riconosceva più; parea fatto di terra cotta, colla pelle bruciata a quel modo. Ma avea un compenso. Di tanto in tanto, la notte, il contadino cavava di tasca lo zufolo, e prima di sonare, gli diceva:

- Maestà, rammentatevi bene:

Chi tocca stronca,

Chi parla falla!

E tì, tìriti, tì, di botto il pagliaio diventava una reggia; e tì, tìriti, tì, compariva la ragazza più bella della luna e del sole.

Il Re se la divorava cogli occhi, mentre quella ballava. Dovea fare proprio un grande sforzo per non slanciarsi ad abbracciarla e non dirle: "Sarai Regina!". La passione lo conteneva.

Eran passati sei anni, sei mesi e sei giorni. Il Re, dalla contentezza, si fregava le mani.

Fra poco quella ragazza più bella della luna e del sole sarebbe stata sua sposa! E lui se ne tornerebbe al palazzo reale, Re come prima e più beato di prima!

Ma la sua disgrazia volle che una notte il contadino cavasse di tasca lo zufolo, e si mettesse a sonare senza ripetergli:

- Maestà, rammentatevi: chi tocca stronca, chi parla falla.

Quando, tì, tìriti, tì... apparve la ragazza più bella della luna e del sole, e si messe a ballare, il Re non seppe più frenarsi, le corse incontro e l’abbracciò, gridando:

- Sarai Regina! Sarai Regina!

Fu un lampo. E, invece della ragazza, che cosa si trovò fra le braccia? Un ceppo bitorzoluto!

- Maestà, ve l’avevo pur detto io:

Chi tocca stronca,

Chi parla falla!

Il Re pareva di sasso:

- Bisognava ricominciare?

- Bisognava ricominciare!

E ricominciò.

Si abbrustoliva al sole:

- Sole, bel sole Patisco per amore!

Si lasciava conciare dalla pioggia.

- Pioggia, pioggia bella,

Patisco per la donzella!

E quando il contadino cavava di tasca lo zufolo e, tì, tìriti, tì, la ragazza ricompariva e si metteva a ballare, lui se la divorava cogli occhi, da un cantuccio, zitto e cheto come l’olio. Non se la sentiva di ricominciare.

Eran passati novamente sei anni, sei mesi e sei giorni, e il Re, dalla contentezza, già si fregava le mani.

Ma la sua disgrazia volle che una notte il contadino cavasse di tasca lo zufolo e, tì, tìriti, tì, comparisse la ragazza e si mettesse a ballare come non aveva ballato mai, con una grazia, con una sveltezza! Il povero Re non poté più frenarsi e le corse incontro e l’abbracciò:

- Sarai Regina! Sarai Regina!

E che cosa si trovò fra le braccia? Un ceppo bitorzoluto.

- Ah, Maestà, Maestà!

Chi tocca stronca,

Chi parla falla!

Il Re pareva di sasso:

- Bisognava ricominciare?

- Bisognava ricominciare!

E ricominciò:

- Sole, bel sole,

Patisco per amore;

Pioggia, pioggia bella,

Patisco per la donzella!

Questa volta però stette bene in guardia, e ai sette anni fissati ebbe finalmente la ragazza, più bella della luna e del sole. Non gli parea neppur vero! Intanto che cosa era accaduto? Era accaduto che i suoi Ministri e il popolo ritenendolo per matto, si erano dimenticati di lui e avevan dato, da parecchi anni, la corona reale a un suo parente.

Il Re, infatti, si presenta al palazzo reale colla sposa sotto braccio e i soldati di sentinella:

- Non si passa! Non si passa!

- Sono il Re! Chiamate i miei Ministri!

Che Ministri? I vecchi eran morti e quelli del nuovo Re lo lasciavano cantare.

Si rivolge al popolo:

- Come? Non riconoscete il vostro Re?

Il popolo gli ride in faccia e non gli dà retta.

Disperato, ritorna al campicello, dal contadino. Dov’era il pagliaio, vede, con sorpresa, un palazzo che pareva una reggia. Monta le scale, e invece del contadino, gli viene incontro un bel vecchio con tanto di barba bianca: era il gran mago Sabino.

- Non ti scoraggiare! - gli disse questi.

E lo prese per mano, e lo condusse in una magnifica stanza, dove c’era un catino pieno di acqua. Il Gran Mago afferra quel catino e glielo riversa sulla testa, e il Re, da un po’ invecchiato che già era, rinverdisce, a un tratto, di vent’anni.

Allora il vecchio:

- Affàcciati a quella finestra, suona questo zufolo e vedrai.

Il Re si affaccia, si mette a sonare, tì, tìriti, tì, ed ecco un esercito armato di tutto punto, fitto come la nebbia, su pei colli e per la pianura. Intimata la guerra, mentre i soldati combattevano lui, in cima a un poggio, sonava tì, tìriti, tì, senza cessare finché la battaglia non fu vinta.

Tornò a palazzo reale vittorioso e trionfante, perdonò a tutti, e all’occasione dei suoi sponsali diè un mese di feste per tutto il regno.

E presto ebbe un erede;

E noi scalzi d’un piede.