Cabala del cavallo Pegaseo con l'aggiunta dell'Asino Cillenico/Dialogo secondo/II

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Dialogo secondo

Cabala del cavallo Pegaseo con l'aggiunta dell'Asino Cillenico/Dialogo secondo Cabala del cavallo Pegaseo con l'aggiunta dell'Asino Cillenico/Dialogo secondo/III IncludiIntestazione 28 dicembre 2011 100% Da definire

Dialogo secondo Dialogo secondo - III

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II.


Seb.
Ma non vedete Saulino e Coribante, che vegnono?
Onor.
È ora, che doveano esser venuti. Meglio il tardi che mai, Saulino.
Cor.
Si tardus adventus, citior expeditio.
Seb.
Col vostro tardare avete persi de’ bei propositi, quali desidero, che siano replicati da Onorio.
Onor.
No, di grazia, per che mi rincrescerebbe; ma seguitiamo il nostro proposito! per che, quanto a quello che sarà bisogno di riportar oltre, ne ragionaremo privatamente con essi a miglior comodità; per che ora non vorrei interrompere il filo del mio riporto.
Saul.
Si, si; così sia! Andate pur seguitando!
Onor.
Or essendo io, come ho già detto, ne la region celeste in titolo di cavallo pegaseo, mi è avvenuto per ordine del fato, che per la conversione a le cose inferiori — causa di certo affetto, ch’io indi venivo ad acquistare, la qual molto bene vien descritta dal Platonico Plotino — come inebriato di nettare, venia bandito ad esser or un filosofo, or un poeta, or un [p. 45 modifica]pedante; lasciando la mia imagine in cielo, a la cui sedia a tempi a tempi de le trasmigrazioni ritornavo, ripordandovi la memoria de le specie, le quali ne l’abitazion corporale avevo acquistate, e quelle medesime, come in una biblioteca, lasciavo là, quando accadeva, ch’io dovessi ritornar a qualche altra terrestre abitazione. De le quali specie memorabili le ultime son quelle, ch’ho cominciato a imbibire a tempo de la vita di Filippo Macedone, dopo che fui ingenerato dal seme di Nicomaco, come si crede. Qua a presso esser stato discepolo d’Aristarco, Platone ed altri, fui promosso col favor di mio padre, ch’era consigliero di Filippo, ad esser pedante d’Alessandro Magno, sotto il quale, ben che erudito molto bene ne le umanistiche scienze, ne le quali ero più illustre che tutti li miei predecessori, entrai in presunzione d’esser filosofo naturale, come è ordinario ne li pedanti d’esser sempre temerari e presuntuosi; e con ciò, per esser estinta la cognizione de la filosofia, morto Socrate, bandito Platone, ed altri in altre maniere dispersi, rimasi io solo lusco intra li ciechi, e facilmente possevo aver riputazion non sol di retorico, politico, logico, ma ancora di filosofo. Cosi, malamente e scioccamente riportando le opinioni de gli antiqui, e di maniera tal sconcia, che nè manco li fanciulli e le insensate vecchie parlarebbono ed intenderebbono, come io introduco quelli galantuomini intendere e parlare, mi venni ad intrudere come riformator di quella disciplina, de la quale io non avevo notizia alcuna. Mi dissi principe de’ Peripatetici, insegnai in Atene nel sottoportico Liceo, dove secondo il lume, e per dir il vero, secondo le tenebre, che regnavano in me, intesi ed insegnai perversamente circa la natura de li principj e sustanza de le cose, delirai più che l’istessa delirazione circa l’essenza de l’anima, nulla possevo comprendere per dritto circa la natura del moto e de l’universo, ed in conclusione son fatto [p. 46 modifica]quello, per cui la scienza naturale e divina è stinta nel bassissimo de la ruota, come in tempo de li Caldei e Pitagorici è stata in esaltazione.
Seb.
Ma pur ti veggiamo esser stato tanto tempo in ammirazion del mondo, e tra l’altre maraviglie è trovato un certo Arabo, ch’ha detto, la natura ne la tua produzione aver fatto l’ultimo sforzo, per manifestar quanto più terso, puro, alto e verace ingegno potesse stampare, e generalmente sei detto demonio de la natura.
Onor.
Non sarebbono gl’ignoranti, se non fusse la fede; e se non la fusse, non sarebbono le vicissitudini de le scienze e virtudi, bestialitadi ed inezie, ed altre succedenze di contrarie impressioni, come son de la notte ed il giorno, del fervor de l’estade e rigor de l’inverno.
Seb.
Or per venire a quel ch’appartiene a la notizia de l’anima, mettendo per ora gli altri propositi da canto, ho letti e considerati que’ tuoi tre libri, ne li quali parli più balbamente, che possi mai da altro balbo essere inteso; come ben ti puoi accorgere di tanti diversi pareri ed estravaganti intenzioni e questionarj, massime circa il dislacciar e disimbrogliar quel che ti vogli dire in que’ confusi e leggieri propositi, li quali, se pur ascondono qualche cosa, non può esser altro che pedantesca o peripatetica levitade.
Onor.
Non è maraviglia, fratello; atteso che non può in conto alcuno essere, ch’essi loro possano apprendere il mio intelletto circa quella cose, ne le quali io non ebbi intelletto; o che vagliano trovar construtto o argumento circa quel ch’io vi voglia dire, se io medesimo non sapevo quel che mi volessi dire. Qual differenza credete voi essere tra costoro e quei, che cercano le corna del gatto, e gambe de l’anguilla? Nulla certo. De la qual cosa precavendo ch’altri non s’accorgesse, ed io con ciò venissi a perdere la riputazion [p. 47 modifica]di protosofosso, volsi far di maniera, che chiunque mi studiasse ne la natural filosofia, ne la qual fui e mi sentii a fatto ignorantissimo, per inconveniente o confusion, che vi scorgesse, se non avea qualche lume d’ingegno, dovesse pensare e credere, ciò non essere la mia intenzion profonda, ma più tosto quel tanto, che lui secondo la sua capacità posseva da li miei sensi superficialmente comprendere. Là onde feci, che venisse publicata quella lettera ad Alessandro, dove protestavo, li libri fisicali esser messi in luce, come non messi in luce.
Seb.
E per tanto voi mi parete aver isgravata la vostra coscienza, ed hanno torto questi tanti asinoni a disporsi di lamentarsi di voi nel giorno del giudizio, come di quel, che li hai ingannati e sedutti, e con sofistici apparati divertiti dal cammino di qualche veritade, che per altri principj e metodo arebbono possuta racquistarsi. Tu li hai pure insegnato quel tanto ch’a diritto doveano pensare: chè, se tu hai publicato, come non publicato, essi, dopo averti letto, denno pensare di non averti letto, come tu avevi così scritto, come non avessi scritto: talmente quei cotali, ch’insegnano la tua dottrina, non altrimenti denno essere ascoltati, che un, che parla, come non parlasse. E finalmente nè a voi deve più essere atteso, che come ad un, che ragiona e getta sentenza di quel che mai intese.
Onor.
Cosi è certo, per dirti ingenuamente, come l’intendo al presente. Per che nessuno deve essere inteso più ch’egli medesimo mostra di volersi far intendere, e non doviamo andar perseguitando con l’intelletto color che fuggono il nostro intelletto, con quel dir, che parlano certi per enigma o per metafora; altri, per che vuolen, che non l’intendano gl’ignoranti, altri, per che la moltitudine non li sprege, altri, per che le margarite non sieno calpestrate da porci; siamo dovenuti a tale, ch’ogni Satiro, Fauno, malenconico, imbriaco ed infetto [p. 48 modifica]d’atra bile, in contar sogni e dir di pappolate senza construzione e senso alcuno, ne vogliono render suspetti di profezia grande, di recondito misterio, d’alti secreti ed arcani divini, da risuscitar morti, di pietre filosofali, ed altre poltronarie da donar volta a quei, ch’han poco cervello, a farli dovenir al tutto pazzi con giocarsi il tempo, l’intelletto, la fama e la roba, e spendere sì misera(mente) ed ignobilmente il corso di sua vita.
Seb.
La intese bene un certo mio amico, il quale avendo non so se un certo libro di profeta enigmatico, o d’altro, dopo avervisi su lambiccato alquanto de l’umor del capo, con una grazia e bella leggiadria andò a gittarlo nel cesso, dicendogli: Fratello, tu non vuoi esser inteso; io non ti voglio intendere, e soggionse, ch’andasse con cento diavoli, e lo lasciasse star con fatti suoi in pace.
Onor.
E quel ch’è degno di compassione e riso, è, che su questi editi libelli e trattati pecoreschi vedi dovenir attonito Silvio, Ortensio melancolico, smagrito Serafino, impallidito Cammaroto, invecchiato Ambruogio, impazzito Giorgio, astratto Reginaldo, gonfio Bonifacio, ed il molto reverendo Don Cocchiarone pien d’infinita e nobil maraviglia sen va per il largo de la sua sala, dove rimosso dal rude ed ignobil volgo, se la spasseggia, e rimenando or quinci, or quindi de la litteraria sua toga le fimbrie, rimenando or questo, or quell’altro piede, rigettando or vers’il destro, or vers’il sinistro fianco il petto, con il testo commento sotto l’ascella, e con gesto di voler buttar quel pulce, ch’ha tra le due prime dita, in terra, con la rugata fronte cogitabondo, con erte ciglia ed occhi arrotondati, in gesto d’un uomo fortemente maravigliato, conchiudendola con un grave ed emfatico suspiro, farà pervenir a l’orecchio de’ circostanti questa sentenza: Hucusque alii philosophi non pervenerunt. Se si trova in proposito di lezion di qualche libro composto da qualche [p. 49 modifica]meno o inspiritato, dove non è espresso, e donde non si può premere più sentimento, che possa ritrovarsi in un spirito cavallino, allora, per mostrar d’aver dato sul chiodo, esclamarà: O magnum mysterium! Se per avventura si trovasse un libro di —
Seb.
Non più, di grazia, di questi propositi, de li quali siamo pur troppo informati; e torniamo al nostro proposito!
Cor.
Ita, ita, sodes! Fatene intendere, con qual ordine e maniera avete ripigliata la memoria, la qual perdeste nel supposito peripatetico ed altre ipostatiche sussistenze.
Onor.
Credo aver detto a Sebasto, che quante volte io migravo dal corpo, prima che m’investissi d’un altro, ritornavo a quel mio vestigio de l’asinina idea, che per l’onor e facoltà de l’ali non ha piaciuto ad alcuni, che tegnono tal animale in opprobrio, di chiamarlo asino, ma cavallo pegaseo: e da là, dopo avervi descritti gli atti e le fortune, ch’avevo passate, sempre tenendomi a ritornar più tosto uomo, che altra cosa, per privilegio, che mi guadagnai per aver avuto astuzia e continenza quella volta con non mandar giù per il gorgozzuolo de l’umor de l’onde letee, oltre la giurisdizione di quella piazza celeste; onde è avvenuto che, partendo io da corpi, mai oltre ho preso il cammino verso il plutonio regno per riveder li campi elisj, ma ver l’illustre ed augusto imperio di Giove.
Cor.
A la stanza de l’aligero quadrupede.
Onor.
Sin tanto che a questi tempi, piacendo al senato de li dei, m’ha convenuto di transmigrar con l’altre bestie a basso, lasciando solamente l’impression di mia virtude in alto; onde per grazia e degno favor de li dei ne vegno ornato e cinto di mia biblioteca, portando non solamente la memoria de le specie opinabili, sofistiche, apparenti, probabili e demostrative, ma ed oltre il giudizio distintivo di quelle, che son [p. 50 modifica]vere, da l’altre, che son false. Ed oltre di quelle cose, che in diversamente complessionati diversi corpi per varie sorti di discipline ho concepute, ritegno ancora l’abito, e di molte altre veritadi, a le quali senza ministerio de’ sensi con puro occhio intellettuale vien aperto il cammino, e non mi fuggono, quantunque mi trove sotto questa pelle e pareti rinchiuso, onde per le porte de’ sensi, come per certi strettissimi buchi, ordinariamente possiamo contemplar qualche specie di enti: si come altrimenti ne vien lecito di veder chiaro ed aperto l’orizonte tutto de le forme naturali, ritrovandoci fuor de la prigione.
Seb.
Tanto che restate di tutto si fattamente informato, che ottenete più che l’abito di tante filosofie, di tanti suppositi filosofici, ch’avete presentati al mondo, ottenendo oltre il giudizio superiore a quelle tenebre e quella luce, sotto le quali avete vegetato, sentito, inteso, o in atto o in potenza, abitando or ne le terrene, or ne l’inferne, or ne le stanze celesti.
Onor.
Vero; e da tal retentiva vegno a posser considerar e conoscer meglio, che come in specchio, quel tanto, ch’è vero de l’essenza o sustanza de l’anima.