Catullo e Lesbia/Varianti/14. A Lesbia - XLII Ad Lesbiam

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Gaio Valerio Catullo, Mario Rapisardi - Catullo e Lesbia (Antichità)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1875)
Varianti - 14. A Lesbia - XLII Ad Lesbiam
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XLIII.



La questione è fra mimice e mirmice, tutte le altre lezioni, come miricine, mirtinæ, murmure, non sono neppur degne di nota. Turpe incedere mirmice: o che c’è di turpe nel camminar piano come la formica? Ben turpe al contrario è l’incedere con passo di mima, come sogliono le donne di mal affare, che si vogliono dar aria di matrone. Nè giova barattar mimice con ritmice, come propone Scaligero, quando il primo avverbio è molto più determinato e pittoresco, e il secondo, che dovrebbe, a ogni modo, essere un corrotto di rhytmice, ammesso che un tale avverbio ci sia, non sarebbe altro che un’interpretazione del primo. Nè mi pare ch’abbia ragione il Vossio a metter virgola dopo incedere, riferendo a ridentem i due avverbi; giacchè il mimice serve a specificare la turpitudine del portamento di Lesbia, ed è più adatto a modificare il camminare che il sorridere; e non so, d’altronde, come si potrebbe accordare con catuli ore gallicani; mimice ha qui la forza d’un paragone che unito all’altro del can gallico riuscirebbe mostruoso, non potendosi concepire ad un tempo un sorriso che somigli a quello studiato d’una mima, e al ghigno molesto d’un cane. [p. 249 modifica]

Del Partenio, che vuole s’abbia a leggere modeste, perchè, com’ei dice, moleste non conventi cum precedentibus verbis, è riverenza tacere. Bella convenienza difatti fra turpe e modeste! Stanno così bene insieme come il credo coi fichi, per dirla alla siciliana.