Chi l'ha detto?/Parte prima/33

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§ 33. Frode, rapina, prepotenza

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§ 33.



Frode, rapina, prepotenza





Frode e prepotenza sono le due arti onde si avvantaggia il malvagio: ma fra le due la più trista è la prima. Tuttavia essa trova anche delle attenuanti, per esempio il famoso: [p. 164 modifica]

543.   Mundus vult decipi, ergo decipiatur.1

che Giac. Aug. de Thou nelle Histories sui temporis (lib. XVII, sub anno 1556) attribuisce (con qualche variante) al card. Carlo Caraffa, nipote di Paolo IV, e legato pontificio presso Enrico II re di Francia. «Ferunt cum, ut erat securo de mimine animo et summus religionis derisor, occursante passim populo et in genua ad ipsius conspectum procumbente, saepius secreta murmuratione haec verba ingeminasse: Quandoquidem populus iste vult decipi, decipiatur». Altri citano invece: Vulgus vult decipi ecc. Ma la prima parte di questa frase, Mundus vult decipi, si trova già in tedesco nel Narrenschiff di Seb. Brants (1494; ed. Zarncke. Leipzig, 1854, pag. 65) e in latino nei Paradoxa di Seb. Francks (1533, Nr. 236 o 247, secondo le ediz.).

Talora all’astuzia deve di necessità attenersi chi non può per altre vie raggiungere il suo intento:

544.   Dove forza non vai giunga l’inganno.

come dice il Metastasio nella Didone abbandonata (a. I, sc. 13).

Parlando d’inganni, mi tornano alla memoria la frase dantesca:

545.   .... Quella sozza imagine di froda.

(Dante, Inferno, c. XVII, v. 7).
— è costei Gerione, «la fiera con la coda aguzza», «colei che tutto il mondo appuzza» - e la bizzarra domanda che fa a sè medesimo Don Basilio:

546.   Qui diable est-ce donc qu’on trompe ici?2

nel Barbier de Séville di Beaumarchais (a. III, sc. 10), quando sopravviene inaspettato in casa di Don Bartolo, mentre il Conte sotto le vesti di Don Alonzo dà la lezione di musica a Rosina.

Non si può parlare della prepotenza senza ricordare il verso:

547.   .... Ragion contra forza non ha loco.

(Petrarca, Trionfo d’Amore, canto IV. v. 111).
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che corrisponde al francese:

548.   La raison du plus fort est toujours la meilleure.3

(La Fontaine, Fables, liv. 1, fabl. X; Le loup et l’agneau, primo verso).
che è stato ringiovanito nella frase moderna:

549.   Macht geht vor Recht.4

citata di frequente anche nella forma francese:

La force prime le droit.

ed attribuita a Bismarck, ma smentita da lui medesimo come prova il Büchmann nelle Gefl. Worte, XXIII. Aufl., S. 558.

Delle prepotenze usate al Giusto secondo il racconto del Vangelo, la voce comune conserva il ricordo ripetendo il versetto biblico:

550.   Diviserunt vestimenta ejus.5

(Vang. di S. Matteo, cap. XXVII, v. 32; - S. Marco, cap. XV, v. 24; - S. Luca. cap. XXIII. v. 34).
ovvero, come nello stesso versetto del Vangelo di S. Matteo è detto poco più oltre, e già era detto dal Salmo XXI, v. 19:

Diviserunt sibi vestimenta mea.

e quest’ultima lezione è anche quella più di frequente ripetuta perchè la rese popolare il Giusti nella poesia Lo Stivale (sest. 18).

Un verso dantesco:

551.   Tra male gatte era venuto il sorco.

(Dante, Inferno, c. XXII, v. 58).
appartiene alla stessa categoria di concetti: ed ugualmente due versi di una lubrica (e perciò notissima) poesia:
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552.   Degno è di gloria quei che ruba un regno,
Chi ruba poco d’un capestro è degno.

(G. B. Casti, La lampada di S. Antonio, novella, sest. 3).

Anche un epigramma di Francesco Proto, Duca di Maddaloni, persona popolarissima in Napoli per la sua mordacità, dice:

Un ladruncolo ieri iva in prigione,
   ed io chiedendo a lui per qual ragione,
   «Si sa» — mi rispondea — «solito gioco:
   ci vo’ perchè ho rubato troppo poco».

Pur troppo quel che è lecito al potente e al superbo è colpa nell’umile e nel povero, il quale molte volte paga per sè e per gli altri:

553.   Morir denno i plebei furfanti oscuri,
Perchè i furfanti illustri sien sicuri.

è la morale della favola Il pastore ed il lupo di Lorenzo Pignotti.

Come esempio di prepotenza e al tempo medesimo di vandalismo non nuovo nella storia si ha quello ricordato nella satira di Pasquino:

554.   Quod non fecerunt Barbari, Barbarini fecerunt.6

detta a proposito di Urbano VIII (Maffeo Barberini) che tolse il bronzo onde erano rivestite le travi del portico del Panteon per farne cannoni (chi dice più di ottanta, chi centodieci), e le quattro colonne e il baldacchino dell’altar maggiore in S. Pietro. Il fatto è narrato anche dai contemporanei. «Di cannoni il Papa presente ha molto contribuito alla mancanza (sic), che prima n’havea lo Stato Ecclesiastico.... Molti sono stati gettati di nuovo per Castel S. Angelo, col valersi anco del metal antico di cui era singolarmente adornato il tempio di tutti gli Dei, hoggidì detto la Rotonda. Onde nacque il motto di Pasquino: Quod non fecerunt Barbari, Barbarini fecerunt». Così, in una sua Relazione del 1635
[p. 167 modifica]l’ambasciatore veneto Contarini (Le Relazioni delia Corte di Roma, ecc., vol. I, Venezia, 1877, pag. 58). E un diarista contemporaneo, Giacinto Gigli, in questi termini descrive il malcontento popolare per tale profanazione: «Il popolo andava curiosamente a veder disfare una tanta opera, e non poteva far di meno di non sentire dispiacere et dolersi che una sì bella antichità, che sola era rimasta intatta dalle offese dei barbari e poteva dirsi opera veramente eterna, fosse ora disfatta.» Oggi, mercè le ricerche del prof. G. Bossi, si conosce l’autore di questa satira, che fu l’agente mantovano Carlo Castelli. Vedi il vol. del Fraschetta, Il Bernini, la sua vita, le sue opere, ecc., a pag. 59.

Note

  1. 543.   Il mondo vuol essere ingannato. Inganniamolo dunque.
  2. 546.   Chi diavolo mai s’inganna qui?
  3. 548.   La ragione del più forte è sempre la migliore.
  4. 549.   La forza prevale al diritto.
  5. 550.   Si divisero le sue vesti.
  6. 554.   Quel che non fecero i Barbari, fecero i Barberini.